- Vorrei sottoporle una mia riflessione sul mestiere dell’insegnante oggi
al direttore Claudio Cerasa 29.9.2026 ilfoglio.it
Al direttore - “Mi scuso sinceramente. Ho frainteso il termine ‘Muselmann’ (musulmano) usato nei campi nazisti per i prigionieri al confine della morte, deducendo erroneamente che il termine antisemitismo significasse originariamente odio verso tutti i popoli semitici. In realtà è stato coniato specificamente per indicare l’odio verso gli ebrei” (Francesca Albanese, X). No, signora Albanese che scappa quando sente puzza di Liliana Segre, si devono scusare sinceramente i media, i politici, i sindaci, gli artisti, gli intellettuali che l’hanno eletta la Giovanna d’Arco del popolo palestinese. Tranquilla, comunque. Nonostante la sua crassa ignoranza, un posto in Parlamento le verrà sicuramente offerto da Giuseppe Conte o Nicola Fratoianni (ma questo lei già lo sa).
Michele Magno
L’antisionismo tende facilmente a trasformarsi in antisemitismo e l’antisemitismo mascherato da antisionismo tende a piegare il legittimo movimento pro Pal in un detestabile movimento pro Bal, dove ogni tanto qualcuno chiede scusa, come ha fatto per fortuna stavolta la signora Albanese, ma dove ogni balla viene regolarmente sdoganata pur di demonizzare il popolo ebraico.
Al direttore - L’elettorato svizzero ha respinto con il 70,15 per cento dei voti l’iniziativa popolare “Salvaguardare la neutralità svizzera”, che mirava a rendere più rigida la neutralità del paese attraverso un nuovo articolo della Costituzione federale. Il No ha prevalso in tutti i cantoni con percentuali molto elevate. Le nostre procedure referendarie, per fortuna, sono diverse; considerando, infatti, la strumentalizzazione del verbo “ripudia“, riferito alla guerra, non sono affatto sicuro che, da noi, su di un’iniziativa analoga, il Sì sarebbe sconfitto.
Giuliano Cazzola
Al direttore - Il discorso di Papa Leone XIV, ieri a Parigi davanti al presidente Macron, mi ha fatto venire in mente le celeberrime prediche del 1941 del cardinale August von Galen, allora vescovo di Munster, in Germania. Per la forza, per la visione, per la dignità storica. Per il coraggio! Non per niente August von Galen oggi lo si ricorda come il Leone di Munster. Insomma, hic sunt Leones.
Vincenzo Agostini
Al direttore - Alla fine, nonostante i suoi sforzi, Donald Trump passerà alla storia, fra le molte altre cose, per aver steso il tappeto rosso prima a Vladimir Putin e poi a Xi Jinping. Non un grande capitolo, purtroppo, per quella orgogliosa e meravigliosa nazione.
Luca Rocca
Al direttore - Una nota di sconforto e di tristezza coglie il lettore al termine della bella analisi di ieri di Oscar Giannino. Conclude l’articolo auspicando che i padri neo fondatori della nuova Europa sappiano scrivere e infiammare i popoli europei come nelle colonie americane fecero Jefferson, Hamilton, Benjamin Franklin e Thomas Paine. Non vedo in giro personalità di siffatta caratura.
Vanio Balzo
Al direttore - Vorrei sottoporle una mia riflessione sul mestiere dell’insegnante oggi. C’è stato un tempo in cui insegnare non era semplicemente un mestiere: era una scelta, una responsabilità, quasi una vocazione. Entrare in un’aula significava assumersi il compito, delicatissimo, di contribuire alla formazione non soltanto culturale, ma anche umana di una generazione. Oggi, invece, troppo spesso l’insegnamento rischia di diventare un approdo per chi non ha trovato – o non ha voluto cercare – una strada diversa. Un ripiego, una soluzione occupazionale, una sorta di porto sicuro più che una scelta consapevole. E quando una professione che richiede autorevolezza, pazienza, preparazione e passione viene intrapresa senza una reale motivazione, è inevitabile che qualcosa, prima o poi, si spezzi. Il problema, naturalmente, non è l’insegnante che arriva alla scuola dopo aver percorso strade diverse. Né si può pensare che in passato tutti gli educatori fossero migliori e tutti quelli di oggi siano inadeguati. Il problema è più profondo: è l’idea stessa che si ha del ruolo. Perché insegnare non significa semplicemente trasmettere nozioni, correggere compiti o rispettare un orario. Significa educare al rispetto, alla responsabilità, alla disciplina, alla curiosità e al senso del dovere. Significa essere, per molti ragazzi, uno dei primi adulti al di fuori della famiglia chiamati a rappresentare un’autorità credibile. E forse è proprio qui che si avverte maggiormente il cambiamento. Una scuola nella quale l’insegnamento viene percepito come un ripiego rischia di produrre un rapporto sempre più debole tra educatore e studente; una scuola nella quale, invece, chi insegna sente davvero il peso e il valore della propria missione può ancora incidere profondamente sulla crescita dei ragazzi. Anche il comportamento degli studenti è cambiato: il rispetto dell’autorità, il senso del limite, la responsabilità personale e la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni sembrano oggi più fragili. Ma sarebbe troppo semplice attribuire tutto questo esclusivamente agli insegnanti. La famiglia, la società, i modelli culturali e il modo stesso in cui abbiamo progressivamente ridefinito il concetto di autorità hanno avuto un ruolo altrettanto importante. Resta però una verità difficile da ignorare: una scuola non può educare alla responsabilità se chi è chiamato a educare non sente, per primo, la responsabilità del proprio ruolo. Il mestiere dell’insegnante non dovrebbe essere ciò che si sceglie quando non si è trovato altro. Dovrebbe essere ciò che si sceglie sapendo esattamente quanto sia grande ciò che si ha tra le mani: non semplicemente una classe, ma una parte del futuro. Grazie.
Rocco Calciano