E. Campanella e Marta Dassù spiegano in un nuovo saggio perché il ridimensionamento dello impegno statunitense costringa l’Unione a ripensare la propria sicurezza
10.10. 2026 E. Campanella M.Dessù linkiesta.it lett 4’
La domanda finale – e cruciale, visti gli sviluppi del dibattito interno americano sulla relazione con l’UE – è se l’Europa possa reggere con «meno» America. O «senza» America. Dopotutto, se è vero che gli Stati Uniti sono stati decisivi nel processo di costruzione iniziale della Comunità europea – dopo la fine della Seconda guerra mondiale e fino al crollo del muro di Berlino –, un disimpegno parziale di Washington dal Vecchio continente potrà avere effetti dirompenti. Non solo per la difesa, ma perché verrebbe a mancare quello che abbiamo definito external equalizer: la potenza esterna in grado di tenere sotto controllo la competizione storica fra i principali attori europei.
La discussione che si è aperta riguarda soprattutto il ruolo della Germania, che ha modificato nel 2025 le norme costituzionali sul tetto al bilancio per aumentare in modo sostanziale le proprie spese per la difesa. Secondo il bilancio approvato dal governo Merz nell’aprile del 2026, il budget salirà a circa 145 miliardi di euro nel 2027 in ottica NATO, di cui 105,8 miliardi di bilancio ordinario della difesa, 27,5 miliardi dal Sondervermögen Bundeswehr (il fondo speciale da 100 miliardi di euro istituito nel 2022 con modifica costituzionale per finanziare il riarmo accelerato delle forze armate tedesche) e ulteriori spese per sicurezza e sostegno all’Ucraina. Nell’insieme, il 3,1 per cento del PIL, con una traiettoria di avvicinamento al 3,5 per cento entro il 2029 e con la Germania destinata ad avere il quarto bilancio militare al mondo entro la fine del decennio.
L’obiettivo dichiarato di Friedrich Merz è di trasformare la Bundeswehr nel principale esercito convenzionale europeo, sulla base della convinzione – espressa nella prima strategia di difesa mai prodotta dalla Repubblica federale – che l’UE abbia di fronte a sé la minaccia consistente e a lungo termine della Russia, sia militare sia ibrida. Rientra nei piani tedeschi l’espansione delle forze professionali a 185.000 uomini, l’acquisizione di missili a lungo raggio di precisione e di capacità (intelligence e droni) di cui la guerra in Ucraina ha dimostrato l’importanza. Sono settori in cui l’Europa continua a dipendere dal ruolo americano nella NATO, su cui Berlino ha cominciato a esprimere dubbi espliciti nel secondo mandato di Donald Trump.
Per una parte degli europei, ma anche per alcune voci della politologia americana, questa spinta al riarmo tedesco è preoccupante in chiave storica, per ragioni politiche (non è chiaro quale maggioranza la governerà da qui a qualche anno e non si può escludere l’ascesa al potere di un partito nazionalista come AfD), e perché determinerà una competizione industriale con la Francia (di cui è spia il fallimento del progetto di caccia franco-tedesco). Il timore, quindi, è che il riarmo tedesco – ammesso che si traduca nelle scelte previste – non contribuisca alla formazione di una capacità di difesa europea, ma produca nuove divisioni nazionali, in particolare con la Francia, un Paese che ambisce a restare la principale potenza militare del Vecchio continente, anche sulla base di un accordo con la Gran Bretagna (la Northwood Declaration dell’estate 2025), che modera gli effetti della Brexit ed è volto a garantire lo sviluppo della cooperazione nucleare bilaterale.
La nostra tesi è che si tratti di timori esagerati: per costruire una capacità di difesa credibile, l’Europa ha bisogno che la Germania passi dalla lunga inazione degli scorsi decenni a un maggiore attivismo sulla difesa europea. Il punto è che deve sfuggire alla tentazione di muoversi su linee puramente nazionali, sfruttando il proprio spazio fiscale. Spazio che altri Paesi, certamente l’Italia ma anche la Francia, non hanno. Per essere ancora più chiari: il processo di costruzione di una capacità di difesa europea passa per scelte cooperative. È quindi necessario che la difesa sia vista come un «bene pubblico europeo» e venga finanziata non solo su base nazionale, o con una flessibilità parziale dei vincoli del Patto di stabilità (gli Stati membri possono escludere fino all’1,5 per cento del PIL di spesa militare dai calcoli del deficit), ma anche con prestiti comuni europei. Il programma SAFE – adottato dal Consiglio nel maggio del 2025, con un’allocazione sulla carta di 150 miliardi di euro e una clausola di «preferenza europea» – va in questo senso, anche se l’importo resta comunque insufficiente. Sarebbero necessari eurobond per la difesa consistenti, scelta che Berlino continua a osteggiare. È un errore, vista la doppia, diversa pressione creata dal rischio Putin a est e dal relativo disimpegno di Trump a ovest.
Vanno poi compiute scelte industriali conseguenti (processi di procurement congiunti), per evitare nuove duplicazioni e per creare una base produttiva europea degna di questo nome. Per ora non è esattamente così, con il risultato che l’aumento della spesa militare non basterà a produrre le capacità necessarie perché l’Europa sia in grado di difendersi con «meno» America; mentre porterà, paradossalmente, all’aumento delle forniture statunitensi. In parte, si tratta di armi che poi l’Europa trasferisce all’Ucraina, che negli scenari futuri della difesa europea avrà un ruolo operativo e industriale molto rilevante, viste le capacità acquisite dal 2022 in poi. Un chiarimento strategico è necessario, se l’Europa vorrà darsi la visione politica, le scelte finanziarie e le scelte di politica industriale indispensabili per conseguire gli obiettivi dichiarati. Se una politica di buy European non è credibile nel breve termine, una scelta esclusiva di buy American sarebbe evidentemente di ostacolo a una maggiore autonomia. Va quindi trovato un equilibrio realistico, che passa probabilmente per accordi diversificati anche con una serie di Paesi occidentali al di là degli Stati Uniti.
È anche indispensabile che il dibattito sulla deterrenza nucleare faccia passi avanti ulteriori. La Francia parla da decenni della propria deterrenza «estesa». Emmanuel Macron ha riaperto la discussione, proponendo, assieme all’accordo con Londra, un «dialogo strategico» europeo sulla deterrenza nucleare. Ma finora il dialogo è rimasto esattamente questo: un dialogo senza conclusioni operative. E il problema è chiaro: l’Europa deve recuperare una credibilità militare autonoma, vista la riduzione dell’impegno americano, ma continua ad avere bisogno degli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza rispetto alle minacce nucleari.
Esiste infine un fronte della sicurezza europea che non si combatte con carri armati, droni e missili, ma con algoritmi, narrazioni e coesione sociale. Sergei Guriev e Daniel Treisman, nel loro Spin Dictators (2022), hanno spiegato come i regimi autoritari moderni ricorrano a metodi sofisticati che ormai conosciamo: manipolazione dell’informazione, narrazioni alternative, uso strategico dei social media, sostegno a movimenti euroscettici nei Paesi democratici. Il fronte cognitivo è il più insidioso: non si possono schierare carri armati contro un deepfake. La risposta europea – a partire dal Codice di condotta sulla disinformazione (2022) – va in una direzione giusta ma insufficiente. Andrà fatto molto di più, con una sinergia fra scelte europee, nazionali e comportamenti dei media occidentali.
L’età della prepotenza - Edoardo Campanella, Marta Dassù | Libri Mondadori
Tratto da “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire” (Mondadori), di Edoardo Campanella e Marta Dassù, 20 euro, 276 pagine.