LA LEGGE DEL SOSPETTO Che spettacolo i moralisti chiodati che scoprono il garantismo

Categoria: Italia

Intercettazioni utilizzate in modo strumentale, gogna mediatica e un improbabile vaffa al giustizialismo. Dopo Ranucci, Scarpinato…

diClaudio Cerasa 12 OTT 26 ilfoglio.it lett5’

il senatore del M5s con un passato da magistrato scopre sulla sua pelle i danni generati dal circo mediatico-giudiziario

Sigfrido Ranucci insieme a Roberto Scarpinato durante la manifestazione dal titolo ''Censura di Stato'' a sostegno di Report e del giornalismo d'inchiesta, Roma 9 ottobre 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI

Per l’internazionale dei moralisti chiodati in servizio permanente effettivo, non è una stagione semplice da gestire e per questo vorremmo esprimere loro la nostra più sincera solidarietà.

Non è una stagione facile per il moralismo modello Ranucci, costretto a difendersi ora dal metodo Report applicato alla sua vita, e non lo è neppure per i suoi follower chiodati, come Travaglio, che oggi si ritrovano a demonizzare le scelte fatte dai giudici che hanno negato il reintegro di Ranucci in Rai dopo aver demonizzato per anni ogni soggetto desideroso di criticare l’azione della magistratura.

Non è stata una stagione facile per il moralismo modello Davigo, che dopo aver trasformato ogni individuo con un contenzioso con la giustizia in un criminale fino a prova contraria oggi è costretto a fare acrobazie garantiste per dimostrare che la condanna ricevuta è frutto di un complotto giudiziario.

Non è una stagione facile per il moralismo modello Travaglio, che dopo aver deliziato l’Italia con i suoi scoop dall’Uruguay sul caso Minetti ha scelto prudentemente di cancellare ogni cronaca su quella storia dopo essersi accorto che il giacobinismo senza prove può essere a rischio in un’aula di tribunale.

Non è però una stagione semplice per un altro principe del moralismo, la cui storia sarebbe stata difficile da scrivere, vista la sua incredibilità, per qualunque nemico giurato dei mozzorecchi un tanto al chilo. Il protagonista di questa storia si chiama Roberto Scarpinato.

E’ un senatore del Movimento 5 stelle, è stato uno dei magistrati della procura di Palermo negli anni di Falcone e Borsellino e da mesi si trova immischiato, come si dice, in una storia che sta mettendo in crisi le coordinate del moralismo in versione grillina e post grillina. La storia è semplice.

Da anni, c’è una procura, quella di Caltanissetta, che indaga sull’ipotesi che tra le ragioni delle stragi del 1992 vi fosse anche l’interesse di Falcone e Borsellino per la famosa inchiesta Mafia-appalti, l’inchiesta sui rapporti tra Cosa nostra, imprese e grandi lavori pubblici. Nel corso di quelle indagini è finito sotto inchiesta Gioacchino Natoli, ex pm di Palermo, accusato insieme a Giuseppe Pignatone di favoreggiamento aggravato per la gestione di un filone di Mafia-appalti. La procura, in questi anni, non è riuscita a trovare prove sufficienti per individuare nuovi responsabili delle stragi e ha chiesto l’archiviazione, poi disposta dal gip. Ma durante le indagini sono emersi alcuni fatti interessanti, che a un moralista, abituato a considerare come verità ogni quadratino delle carte giudiziarie, dovrebbero fare un certo effetto.

La procura, mentre Natoli era intercettato, ha registrato 33 conversazioni di Natoli con Scarpinato, che non era e non è indagato. Alcune di queste riguardavano l’audizione che Natoli avrebbe dovuto sostenere davanti alla commissione parlamentare Antimafia, della quale Scarpinato fa parte. Dalle telefonate emerge che i due discussero prima dell’audizione di alcune questioni che sarebbero poi state affrontate davanti alla commissione. Scarpinato sostiene di aver semplicemente chiesto a Natoli di riferire pubblicamente fatti veri che Natoli stesso gli aveva già raccontato. Il gip Santi Bologna, nel decreto con cui ha archiviato il filone Mafia-appalti, ha scritto invece parole molto dure sul comportamento di Scarpinato, parlando di “attività depistante” nei confronti di Natoli.

Scarpinato contesta radicalmente questa ricostruzione e ricorda di non essere mai stato indagato e di non aver quindi potuto difendersi in un processo da quelle accuse. Il cortocircuito è lì di fronte ai nostri occhi. Di fronte a intercettazioni, trascrizioni, accuse contenute in atti giudiziari e richieste politiche di dimissioni, Scarpinato e il M5s, che per anni hanno educato i propri elettori a considerare ogni sospetto una prova, ogni illazione una certezza, ogni parola di un magistrato una verità, riscoprono improvvisamente un lessico familiare ai garantisti: tutela delle conversazioni private, prerogative dei parlamentari, diritto al contraddittorio, diritto di difendersi prima di essere giudicati, pericolo del processo mediatico, uso politico delle procure, campagna di delegittimazione, anomalia nel vedere un giudice che in un atto giudiziario distribuisce patenti morali, etiche, valutative, a un soggetto non indagato, mascariandolo.

Il problema della difesa di Scarpinato non riguarda solo la storia che emerge dalle indagini della procura di Caltanissetta. Ma riguarda un fatto politico più interessante. Quando educhi i tuoi elettori a pretendere dalla classe politica trasparenza assoluta, quando spieghi ai tuoi elettori che qualsiasi sospetto deve essere considerato come una prova di colpevolezza, quando porti avanti battaglie politiche all’insegna del “fuori le chat”, ricordate il caso Del Mastro, per coerenza dovresti chiedere al tuo parlamentare mascariato non di attingere al vocabolario del garantismo ma di pubblicare le chat con il pm che era stato indagato, Natoli, le conversazioni, le intercettazioni, le registrazioni delle comunicazioni. Scarpinato, invece, sostiene che le sue trentatré conversazioni intercettate con Natoli, essendo Scarpinato senatore, non avrebbero potuto essere utilizzate e trasmesse alla commissione Antimafia senza autorizzazione del Senato. Dice, inoltre, che quelle conversazioni vanno lette “nel loro contesto”. Evoca la presenza, contro di lui, di una “macchina del fango”. Denuncia, nientemeno, la trasmissione “sottobanco” ai media di intercettazioni che sostiene fossero coperte dal segreto. Collega la loro diffusione a una “campagna di delegittimazione” politica. E arriva a mettere sotto accusa la possibilità che l’esposizione pubblica delle accuse rivoltegli dal gip di Caltanissetta in commissione Antimafia, dove quelle carte sono state trasferite, abbia moltiplicato il rischio di essere esposto a un duro “processo mediatico”.

Nella sua difesa, più che legittima, Scarpinato non deve essersi accorto di come il metodo del linciaggio adottato contro di lui, intercettazioni utilizzate in modo strumentale con conversazioni registrate in modo non ortodosso in possibile violazione delle garanzie costituzionali di cui dovrebbe godere un parlamentare della Repubblica e con esposizione alla gogna a causa di una valutazione morale fatta da un gip le cui parole pesano come un macigno anche a causa del potere assoluto che alcuni partiti in questi anni hanno trasferito alle figure dei magistrati, sia esattamente il metodo su cui per molti anni ha prosperato il grillismo e il post grillismo.

Vale per lui, un parlamentare del M5s con un passato da magistrato che scopre sulla sua pelle i danni generati dal circo mediatico-giudiziario, come è valso anche per Ranucci: sperimentare il metodo Report sulla propria pelle e scoprire il garantismo solo quando la pelle esposta alla gogna non è quella degli altri ma è la propria. Beppe Grillo, lo sappiamo, è lì, alla finestra, che cerca di capire se esista uno spazio per poter tornare a fare il guastafeste nell’agone della politica. Difficile dire cosa accadrà. E’ più semplice fare i conti con un dato di realtà: tra le molte ragioni che rendono complicata la sua nuova discesa in campo c’è un fattore non da poco che riguarda la presenza di eredi del grillismo che, con il loro improbabile vaffa al giustizialismo, da Scarpinato a Ranucci, sono diventati tragicamente più comici di lui. Ieri, tra i mozzorecchi, era tutto un fuori le chat. Oggi, tra i manettari, è tutto un fuori i giustizialisti. Popcorn.