Meloni per agnelli Sull’Ucraina, la premier dice quello che Schlein non osa dire

Categoria: Italia

per non infastidire Conte. La Presidente del Consiglio se ne infischia del filoputinismo di Salvini e difende Kyjiv senza ambiguità.

La segretaria del Pd lascia alla destra ciò che dovrebbe dire una vera sinistra democratica. Gli applausi dei riformisti sono una lezione di onestà intellettuale

15 Ottobre 2026 Mario Lavia, linkiesta.it let 3’

Non è Elly Schlein. Non è, figuriamoci, il programma del campo largo.

No, è stata Giorgia Meloni ad aver detto in Senato, nelle sue comunicazioni prima del Consiglio europeo, parole inequivocabili sull’Ucraina. Parole inequivocabili, in verità, non sempre seguite da fatti concreti. «Quando arriva il decreto sul rifinanziamento?», l’ha pizzicata prima Carlo Calenda al Senato, poi Marianna Madia in un bellissimo intervento alla Camera, mentre Matteo Renzi e Benedetto Della Vedova hanno picchiato sul suo europeismo a corrente molto alternata.

Dal canto suo, Schlein ha svolto il solito duro discorso a tutto campo. Non una parola di apprezzamento per le frasi della premier sull’Ucraina. Queste: «La resa non è pace, è conquista. Se l’Ucraina domani smettesse di difendersi, come in molti auspicano e propongono, noi non avremmo la pace, discuteremmo dell’occupazione di una nazione europea e del ritorno di un imperialismo di stampo sovietico che l’Europa ha conosciuto per mezzo secolo. La posizione del governo non cambia: sostegno a Kyiv, pressione su Mosca e unità euroatlantica».

Volodymyr Zelensky ha apprezzato. Il Cremlino no. Mosca ha attaccato Meloni sulla sua critica all’intesa sul petrolio tra Donald Trump e Vladimir Putin. E, ancora contro il tycoon, la premier ha ricordato che i prezzi salgono a causa della guerra americana e delle sue conseguenze nello stretto di Hormuz.

A Palazzo Madama gli schleiniani non hanno applaudito. Lo hanno fatto invece Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. I riformisti del Pd, i «reprobi» detestati dal cerchio magico del Nazareno. Graziano Delrio è stato chiaro: «Noi siamo con l’Ucraina perché significa difendere un quadro di valori».

Ha applaudito il cattolico Pier Ferdinando Casini. Lo ha fatto un liberale come Mario Monti. Lo ha fatto Calenda; lo hanno fatto i senatori di Italia Viva. L’ex ministro Franco Bassanini, su X, ha scritto che «fare opposizione in democrazia non è dire sempre no».

E infatti l’applauso dei liberali e dei riformisti a Palazzo Madama ha significato appunto questo. Non è stata una nota di colore. Il dissenso non obbliga alla negazione sistematica, così come l’appartenenza all’opposizione non impone di tacere quando il governo sostiene una posizione condivisibile.

L’applauso dei liberali e dei riformisti a Meloni ha avuto questo significato: non un’investitura politica, non una conversione alla maggioranza, ma il riconoscimento di una linea che, su una questione decisiva, coincide con quella che essi ritengono giusta.

 

Dunque, onore al merito alla presidente del Consiglio, che giustamente se ne infischia del filoputinismo di Matteo Salvini, a cui Meloni ha regalato una scarna mozione in cui si sostiene la necessità di una trattativa. E ha replicato alla propaganda stile «no alle spese militari, sì a quelle per lo stato sociale», spiegando che «i fondi per la difesa non sono sottratti agli ospedali, la flessibilità non potrebbe essere usata per altro e chi lo dice mente sapendolo».

Meloni ha potuto essere chiara perché lei è la leader indiscussa del suo campo. Altrettanto non si può dire di Schlein. Qui sta l’asimmetria di fondo tra le due donne della politica italiana.

 

Si dirà che la leader del Pd ha le ali tarpate da Giuseppe Conte, il che è verissimo. Ma il problema è che lei non vuole scrollarsi quel piombo dalle ali, cosa che potrebbe fare solo ingaggiando una battaglia a viso aperto con l’avvocato di Mosca. Per questo, i galloni di leader del centrosinistra, lei finora non è riuscita a guadagnarli.

E accade il paradosso che quello che dovrebbe dire una vera sinistra democratica lo dice Meloni, perfetta almeno sull’Ucraina. L’onestà intellettuale ha spinto i veri liberali e democratici a battere le mani. E questo è un fatto politico.