Il diritto di manifestare, il dovere di proteggere e quella strana indulgenza

Categoria: Italia

riservata a chi aggredisce lo stato, mai chi lo difende Il tic che impedisce alla sinistra di difendere chi indossa una divisa e garantisce la libertà di manifestare senza concedere impunità

FOGLIO AI 20 OTT 26 ilfoglio.it lettura2’

Immaginate di essere un poliziotto. Avete una divisa, un casco, uno scudo, un manganello, uno stipendio modesto e una famiglia che vi aspetta a casa. Siete in piazza per garantire il diritto di manifestare, non per impedirlo. Davanti a voi ci sono persone che protestano pacificamente, persone arrabbiate con ragioni legittime e persone che aspettano soltanto il momento giusto per trasformare un corteo in guerriglia. Prima che comincino a tirare qualcosa, non sapete distinguere le une dalle altre. E quando cominciano, spesso è troppo tardi. Immaginate adesso il momento in cui la manifestazione degenera: avete pochi secondi per decidere ciò che altri giudicheranno per settimane. Dovete proteggere voi stessi, i colleghi, i manifestanti pacifici, i passanti. E sapete che, se qualcosa andrà storto, la vostra condotta verrà esaminata con un rigore che difficilmente sarà applicato a chi vi ha aggredito.

Benvenuti nel paradosso dell’ordine pubblico italiano. Se un manifestante lancia una pietra contro un agente, ci sarà qualcuno pronto a spiegare il contesto, la rabbia sociale, le ragioni profonde del gesto. Se un poliziotto reagisce in modo sproporzionato, dovrà risponderne. Ma il contesto diventerà irrilevante. Il manifestante violento ha una storia da comprendere, il poliziotto che sbaglia ha una colpa da punire. C’è una ragione seria per pretendere da chi indossa una divisa una disciplina superiore: lo stato ha il monopolio legittimo della forza e chi lo rappresenta deve rispettare regole più stringenti. E’ una conquista della civiltà liberale, non un sopruso. Ma da questa verità sacrosanta siamo arrivati a un’assurdità: pretendere che chi esercita legittimamente la forza pubblica debba quasi vergognarsene, anche quando è necessaria.

Provate a entrare nella testa del nostro poliziotto. Se resto fermo e lascio che i violenti distruggano una città, mi accuseranno di non aver fatto il mio dovere. Se intervengo e qualcuno si fa male, di aver trasformato una manifestazione in repressione. Se arretriamo, lo stato è debole. Se avanziamo, è autoritario. E se qualcuno mi spacca la testa, speriamo almeno che la prognosi sia abbastanza lunga da meritare qualche secondo di indignazione televisiva.

C’è qualcosa di profondamente ingiusto in tutto questo. Non perché la violenza di un agente debba essere giustificata, ma perché la violenza contro un agente non dovrebbe mai essere relativizzata. Capire le ragioni della protesta è un dovere della politica, ma quando una protesta diventa aggressione le cause non possono trasformarsi in attenuanti morali automatiche. Il poliziotto non è il responsabile delle disuguaglianze, degli stipendi bassi, delle guerre: è un lavoratore mandato lì a garantire che tutti possano esercitare le proprie libertà.

Il nostro poliziotto non chiede impunità. Chiede che si pretenda da lui il rispetto della legge senza dimenticare che quella legge deve proteggere anche lui. Perché alla fine, quando una manifestazione finisce, i politici tornano ai loro comunicati, i manifestanti alle loro case. Il poliziotto torna a casa anche lui, se tutto va bene. E il giorno dopo deve rimettersi la divisa e difendere ancora il diritto di manifestare. Compreso quello di chi, il giorno prima, gli gridava che era un fascista. E’ il paradosso della democrazia: chiedere a chi difende la libertà di proteggere perfino chi lo disprezza. Sarebbe bello se, ogni tanto, la democrazia si ricordasse di proteggere chi la protegge.