Lettere al Direttore Foglio 8.11.2016

Categoria: Rubriche

Bill Maher e la “stronzata” di chi ha gridato “al lupo” con Bush.  L’Italia che “vanta” una delle pressioni fiscali più elevate d’Europa e una spesa pubblica tutt’altro che efficiente. Mosca non si fa il tifo per Donald Trump

1-Al direttore - Bill Maher, comico ferocemente liberal, ateo non devoto, ma almeno spiritoso, ha detto che per anni loro hanno gridato “al lupo!” contro candidati come George Bush, e che è stata una stronzata di cui chiedono scusa, ma ora invece no, con Trump è diverso. Concordo sulla stronzata, sebbene sia una violazione in anticipo della regola dei vent’anni, e anche su Trump.

Giuliano Ferrara

2-Al direttore - Contrariamente a quanto scrivono tanti giornali, a Mosca non si fa il tifo per Donald Trump. L’obiettivo del Cremlino è di arrivare a un accordo strategico con gli Stati Uniti, soprattutto sui dossier ucraino e siriano. E, per ottenere questo risultato, può essere meglio avere alla Casa Bianca, come credibile controparte, il leader riconosciuto della potenza americana piuttosto che un imprevedibile outsider.

Massimo Boffa

3-Al direttore - Il governo ha recentemente quantificato in 23,5 miliardi di euro la riduzione delle tasse realizzata dal 2014. La cifra, che si presume sia stata calcolata come la somma della variazione netta delle entrate decise con la legge di Stabilità del 2016 (17.985 miliardi) e quella del 2017 (5.554 miliardi), è significativa per un paese come l’Italia che “vanta” una delle pressioni fiscali più elevate d’Europa e una spesa pubblica tutt’altro che efficiente. Ridurre le entrate di circa un punto e mezzo di pil come ha fatto – e si appresta a fare –, l’esecutivo italiano dovrebbe rappresentare un importante stimolo economico. L’entità del taglio fiscale, tuttavia, non è che una delle variabili che incidono sul ritmo di crescita di un’economia. L’impatto complessivo dipende, infatti, anche dalla composizione e dal modo in cui è finanziato. Da questi punti di vista, i 23,5 miliardi di tagli rischiano, però, di sollevare più di qualche perplessità. Ma cominciamo con ordine, dalla composizione. Sia nel 2016 sia nel 2017, gran parte della riduzione delle tasse è ascrivibile alla sterilizzazione delle clausole di salvaguardia che ha evitato incrementi dell’Iva e delle accise previsti dalle precedenti leggi di Stabilità. Nel 2016, su un totale di 24,6 miliardi di minori entrate, ben 16,8 derivano dalle clausole di salvaguardia; nel 2017, su un totale di 16,2 miliardi di minori entrate, le clausole ammontano a 15,1 miliardi. A conti fatti, l’entità della sterilizzazione ha, quindi, rappresentato il 68 per cento del taglio delle tasse nel 2016 e il 93 per cento nel 2017. Questi dati mostrano che oltre due terzi dei tagli sono costituiti da un “non aumento” piuttosto che da una vera e propria riduzione della tassazione. C’è poi l’aspetto del finanziamento. L’aumento della pressione fiscale derivante dall’attivazione delle suddette clausole può essere scongiurato in tre modi: riducendo le spese, incrementando altre tasse oppure aumentando il disavanzo pubblico. Sia nel 2016 sia nel 2017, il governo ha scelto la “terza via”: l’indebitamento netto è, infatti, aumentato nel 2016 di 17,6 miliardi di euro e nel 2017 è previsto crescere di 15,1 miliardi di euro. Attivando la leva del disavanzo, la riduzione delle entrate è – di fatto – una misura una tantum e, quindi, temporanea. La necessità di trovare coperture di natura strutturale viene posticipata al futuro. Peraltro, a un futuro non certo poiché è già la terza Legge di Stabilità che fa ricorso al metodo del “disinnesco in disavanzo” della clausole di salvaguardia. In definitiva, gran parte dei 25,3 miliardi di minori entrate non è altro che un rinvio di future tasse. L’impatto sulla crescita rischia, così, di essere limitato.  La letteratura economica mostra chiaramente che un taglio fiscale produce un effetto di stimolo solo se è di natura permanente. Infatti, se gli operatori economici si aspettano misure di segno opposto, tendono a risparmiare i benefici temporanei della riduzione (o del “non aumento”) delle imposte. Non ci si deve, dunque, meravigliare se, alla stregua di ciò che è già avvenuto in passato, la crescita continuerà a essere deludente e se il debito pubblico continuerà ad aumentare.

Veronica De Romanis

4-Al direttore - L’intervista di Mattia Ferraresi a Leon Wieseltier sull’angoscia esistenziale dell’America – che giunge al voto presidenziale domandandosi non “chi voto?” ma “chi sono?” – consente un collegamento con l’Italia del prossimo referendum costituzionale. Il punto di contatto tra i due contesti è dato da un passo illuminante di Wieseltier: nell’occidente contemporaneo si assiste allo “… spostamento della politica dal regno della ragione a quello dell’emozioni…”, sia nell’élite politiche che negli elettori, con quest’ultimi, ahimè, nettamente propensi a dare il loro consenso più a richiami identitari (identity) che non a contenuti e proposte politiche e di riforma pragmatici (policy). E non è proprio questo il criterio dominante con il quale i contrari alla riforma costituzionale si stanno orientando per il voto di dicembre? Ecco spiegato, dunque, il perché del rifiuto di costoro a entrare nel merito dei contenuti del quesito referendario. L’essere “contro Renzi”, difatti, non risponde alla domanda “cosa voto?”, ma “chi sono?”, il richiamo identitario esprimendosi in tal caso per via di pura contrapposizione a Renzi. Ma questa è proprio la principale e grave responsabilità dei capi politici del fronte contrario alla riforma: lisciare il pelo a una politica lontana dalla ragionevolezza e dall’interesse nazionale. Lacrime.

Alberto Bianchi