Gli allarmi e gli allarmismi sul glifosate. Un dossier

Se anche fosse vero, ma sulla base dell’analisi di tutti i dati disponibili non risulta, che il glifosate causa il cancro ad altissime dosi nell’animale da esperimento, è pur sempre possibile gestire l’esposizione come si fa per molte altre sostanze naturali classificate da IARC come possibili/probabili cancerogene e presenti negli alimenti

di Angelo Moretto 5 Aprile 2018 alle 16:14 www.ilfoglio.it

Angelo Moretto Università degli Studi di Milano Centro Internazionale per gli Antiparassitari e la Prevenzione Sanitaria (ICPS), ASST Fatebenefratelli Sacco, Milano

Nel recente passato i giudizi contrastanti sulla presunta cancerogenicità dell’erbicida glifosate, hanno alimentato sospetti, prese di posizione contrastanti, mobilitato parte dell’opinione pubblica, e ispirato tanti complottisti e retro-scenisti. Non è mia intenzione aggiungere nulla alle oziose e inconcludenti questioni su potenziali conflitti d’interesse di alcuni attori di tale vicenda. Desidero, invece, affrontare la questione di merito e provare a spiegare come enti che si occupano di valutazione del pericolo (come l’International Agency for Research on Cancer, IARC) svolgano un ruolo ed hanno compiti molto diversi da altri enti che invece valutano il rischio (Joint FAO/WHO Meeting on Pesticide Residues, o European Food Safety Authority, EFSA, o Environmental Protection Agency, EPA, o European Chemicals Agency, EChA, quest’ultima anche incaricata della classificazione). Il tema non è tanto la classificazione e quindi la determinazione della potenzialità astratta di un composto di causare il cancro (ovvero definire il pericolo), quanto quello di definirne la potenza (cioè a quale dose causa l’effetto) da confrontare poi con l’effettiva esposizione della popolazione umana. Questo processo è noto come valutazione del rischio che sola può guidare all’adozione di adeguate misure di gestione delle sostanze. Inoltre, lo status IARC è tale che le sue conclusioni non hanno ricadute legislative in quanto non è un ente “regolatorio”, come tutti gli altri coinvolti nella valutazione dei composti come il glifosate. Questo si riflette anche sulla metodologia operativa e sui dati disponibili a IARC che, come vedremo, sono decisamente meno abbondanti e accurati di quelli disponibili e valutati dagli altri enti. Solo spiegando tali differenze sarà possibile comprendere e, in qualche modo, riconciliare le differenti valutazioni. Qui, deludendo, forse, i complottisti a tutti i costi, proverò a spiegare il percorso valutativo, cercando di far capire al grande pubblico, ai decisori e alle istituzioni quello che per i tecnici del settore è generalmente chiaro: la differenza fra pericolo (caratteristica astratta e adimensionale) e il rischio (stima quantitativa della probabilità che un evento avverso possa accadere), quest’ultimo solo strumento utile a prendere decisioni operative. Mentre decisioni prese solo sulla base del pericolo sono fuorvianti e inducono reazioni sproporzionate e inutili allarmismi nella popolazione.

  

I criteri di valutazione dei prodotti fitosanitari

I prodotti fitosanitari, altrimenti noti con il termine pesticidi, sono studiati molto accuratamente prima e anche dopo l’autorizzazione all’immissione in commercio e all’uso. Tutte le legislazioni, compresa quella europea, prevedono infatti una valutazione preventiva che escluda, nelle normali condizioni d’uso, rischio di effetti avversi sull’uomo e sull’ambiente. Pertanto, sono svolte ricerche a carico del (o dei) produttore(i), al fine di quantificare il livello di rischio per l’uomo e per l’ambiente. Nella presente disamina ci soffermeremo solo sulla valutazione degli eventuali effetti sull’uomo, dato che per quanto riguarda l’ambiente gli studi sono ovviamente di altro tipo (dispersione nell’ambiente e nelle acque, effetti su flora e fauna), ma i criteri adottati sono gli stessi. Si può certamente affermare che i prodotti fitosanitari sono i composti più studiati fra tutti quelli con i quali l’uomo viene in contatto. Per limitarci alla tossicologia devono essere condotti studi di tossicità acuta (almeno su topo e ratto), tossicità a breve termine (almeno su topo, ratto e cane), a lungo termine e cancerogenesi (almeno topo e ratto), tossicità riproduttiva (ratto, e talora topo), tossicità dello sviluppo (teratogenesi: almeno ratto e coniglio), genotossicità in vitro e in vivo. A questi si aggiungono, se ritenuto necessario, studi più specifici quali quelli di neurotossicità, immunotossicità, etc. Questi studi devono essere presentati agli enti governativi, quali la statunitense EPA, o sovranazionali, quali EFSA (e EChA solo per la parte di classificazione), che li valutano al fine di autorizzare o meno nei loro paesi di competenza, e a quali condizioni, l’uso del prodotto fitosanitario. Questi studi sono per la maggior parte coperti da brevetto e quindi sono resi disponibili agli enti preposti, che pubblicano poi ampi riassunti, ma non sono pubblicamente disponibili. Gli enti preposti valutano anche studi pubblicati nella letteratura scientifica, se disponibili. È stabilito, da ogni ente per il paese o i paesi di competenza, il Limite Massimo di Residuo (LMR, Maximum Residue Limit, MRL) che corrisponde al livello massimo riscontrabile in una derrata alimentare dopo che il prodotto è stato applicato secondo le buone pratiche agricole, ovvero quantità, tempo e modalità d’uso. Parallelamente, gli stessi enti, stabiliscono, con criteri molto prudenziali, anche i limiti per la salute, quali la dose giornaliera accettabile (Acceptable Daily Intake, ADI) per esposizioni per tutta la vita, e la dose acuta di riferimento (Acute Reference Dose, ARfD) per esposizioni nell’arco di una giornata, se il composto presenta significativa tossicità acuta. Solo se la stima dell’assunzione attraverso gli alimenti del prodotto, utilizzato secondo le buone pratiche agricole, è inferiore ai limiti stabiliti (ADI e ARfD) il prodotto fitosanitario è autorizzato. Questo vuol dire che il LMR non è un limite sanitario, ma solo un indicatore del corretto uso del prodotto. Infatti, è possibile che la stima dell’assunzione sia il 50%, il 5% o lo 0,5% o anche meno dell’ADI/ARfD. Per esempio, il JMPR nel maggio 2016 ha stimato un’assunzione del glifosate come residuo negli alimenti, da parte delle varie popolazioni mondiali, fra lo 0 e l’1% dell’ADI. Questo vuol dire che per raggiungere la dose massima ammissibile (non la dose tossica, si badi bene) un individuo dovrebbe mangiare ogni giorno, per tutta la vita, l’equivalente di quanto mangia in 100 o più giorni.

Studi pubblicati e studi non pubblicati

Come si è detto, la maggior parte degli studi sono forniti dai produttori in via riservata agli enti valutatori che ne pubblicano ampi riassunti. Si tenga presente che, a differenza degli studi pubblicati nelle riviste scientifiche, ai valutatori è fornito lo studio completo con tutti i dati grezzi, relativi a ogni singolo animale esposto alla sostanza da valutare. Si tratta spesso di migliaia di pagine di dati che riportano ogni parametro misurato ripetutamente durante il periodo di trattamento, mentre un articolo scientifico pubblicato contiene, al massimo, una ventina di pagine, senza presentare i dati grezzi, ma quasi sempre solo le medie, spesso depurate dai valori estremi. Leggendo i dati grezzi, i valutatori possono giudicare la congruità dei dati e, se ritenuto necessario, ripetere le analisi statistiche. Inoltre, questi studi sono condotti secondo protocolli concordati internazionalmente, in laboratori certificati per buona pratica di laboratorio (Good Laboratory Practice, GLP) e con sistema di sicurezza della qualità certificato (Quality Assurance, QA). Gli studi pubblicati su riviste scientifiche, invece, forniscono solo dati sintetici, ovvero medie, deviazioni standard, o altri parametri statistici che gli autori ritengono appropriati. Tali studi sono infatti eseguiti in laboratori di ricerca e per scopi di ricerca, quindi seguono protocolli che non sempre sono appropriati allo scopo di definire dei limiti di esposizione. Inoltre, proprio perché non sono disponibili i dati originali grezzi, non sempre è possibile valutare adeguatamente la qualità dello studio e l’appropriatezza dell’analisi statistica, né si dispone dell’intero andamento dello studio animale per animale seguito durante il periodo di esposizione alla sostanza da valutare. Per i composti in fase di rivalutazione periodica, come è il caso del glifosate, sono inoltre presi in considerazione anche gli studi epidemiologici eventualmente condotti.

Differenze fra l’approccio della IARC e quello degli enti valutatori e regolamentatori

IARC è una agenzia affiliata al WHO che ha un programma chiamato IARC Monographs on the Evaluation of Carcinogenic Risks to Humans, che rappresenta una piccola parte delle sue altre attività, molto preziose, nella lotta contro il cancro. Questo programma di monografie è nato alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, e sostanzialmente immutato nel suo impianto generale, svolge attività di valutazione di sostanze, agenti, attività lavorative, condizioni ambientali. Non ha alcun potere regolamentatorio e le priorità su quali siano le sostanze da porre in valutazione sono decise da un gruppo di esperti internazionali nominato dalla segreteria IARC.

Nella diatriba innescata dalla conclusione IARC del marzo 2015 che classificava il glifosate come probabile cancerogeno (Gruppo 2A), sono spesso mancate osservazioni sulle differenze nelle modalità operative di IARC rispetto agli altri enti che, al contrario di IARC, hanno il potere e la responsabilità di regolamentare le modalità d’uso di un prodotto. Differenze che possono, almeno in parte, spiegare la differente conclusione cui sono giunti tutti gli altri enti valutatori diversi da IARC, e cioè che appare improbabile che glifosate sia cancerogeno.

La prima importante differenza è che IARC non prende in considerazione gli studi condotti dai produttori, a meno che non siano stati pubblicati. Pertanto, il numero di studi disponibili per la valutazione da parte degli esperti convocati da IARC è minore di quelli disponibili agli enti regolamentatori. Inoltre, come spiegato sopra, di questi studi sono forniti tutti i dettagli sperimentali e dei risultati, cosicché i valutatori possono dare un giudizio autonomo, anche rifacendo le analisi statistiche.

Inoltre, sulla base di questo criterio di esclusione, IARC non ha potuto avere un quadro completo della eventuale tossicità di glifosate, perché gli studi pubblicati non comprendevano tutte le tipologie di studio e di possibile effetto. E si vedrà più avanti l’importanza di avere un quadro completo della tossicità di un composto.

Infine, l’approccio IARC è solamente classificatorio e risponde alla semplicistica domanda: “l’agente in questione può causare/causa il cancro nell’uomo?”. Al di là del fatto che le attuali conoscenza sulla biologia, in generale, e sulla biologia del cancro in particolare, portano a ritenere inutile, se non insensata, questa domanda, è evidente che questa semplice classificazione, che è per sua natura adimensionale rispetto alla eventuale potenza cancerogena, non è di alcun aiuto per la gestione degli agenti o sostanze in causa. Infatti nella stessa categoria, ad esempio nel Gruppo 1 (certamente cancerogeni), sono inseriti composti/agenti quali il fumo di sigaretta, l’amianto, la carne lavorata, le bevande alcoliche, le radiazioni solari, la polvere di legno o nel Gruppo 2A, la carne rossa, emissioni dalle fritture, lavori a turni, esposizione professionale dei barbieri alle tinture e il glifosate. Se non si valuta la potenza e la si compara con l’esposizione umana, se non si fa quindi una valutazione quantitativa del rischio, non si potrà procedere alla gestione appropriata dell’agente. E, infatti, sulla base di considerazioni quantitative (esposizione e potenza) l’uso dell’amianto è stato abolito, come pure si raccomanda la cessazione del fumo di sigarette e si raccomanda, anche da parte del direttore di IARC, moderazione nell’assunzione di carne lavorata. Si suggerisce anche di usare creme protettive quando ci si espone al sole, ma non si è mai proposto (come nel caso del glifosate) misure drastiche, come uscire di casa solo di notte. Si noti che il titolo delle monografie IARC (IARC Monographs on the Evaluation of Carcinogenic Risks to Humans) è purtroppo fuorviante e a evitare confusione agli occhi di chi non sia uno specialista non basta quanto riportato nel preambolo delle Monografie: “Le Monografie sono un esercizio di valutazione dei pericoli cancerogeni, nonostante la presenza storica della parola “rischio” nel titolo” (Preambolo alle Monografie, 2006, traduzione dello scrivente).

La valutazione del glifosate

Chi scrive è da 30 anni invitato in qualità di esperto all’annuale JMPR e ha partecipato anche al JMPR del maggio 2016 in cui sono stati discussi glifosate e due insetticidi, malathion e diazinon. Tutti questi composti sono stati classificati nel Gruppo 2A da IARC nel 2015. Per questo motivo si farà riferimento principalmente al rapporto del JMPR, che peraltro non differiva in maniera significativa nelle sue valutazioni e conclusioni da quanto concluso da EFSA e da altri enti al di fuori dell’Unione Europea.

Il JMPR è l’organo consultivo per il Codex Committee on Pesticide Residues, branca del Codex Alimentarius, che regola il commercio mondiale delle derrate e degli alimenti, nel caso specifico fissando dei LMR con una metodologia simile, nei criteri generali, a quella svolta da EPA, EFSA o altro ente nazionale. I componenti del JMPR sono nominati dai rispettivi segretariati (FAO per la parte agronomica, WHO per la parte tossicologica) sulla base di una lista di esperti internazionali che vi partecipano a titolo personale.

Il JMPR ha valutato, oltre a tutti gli studi valutati da IARC, tutti gli studi di proprietà dei produttori e gli studi pubblicati che affrontavano effetti tossici non direttamente correlati alla cancerogenesi. Il JMPR ha concluso che glifosate:

Ha bassa tossicità acuta;

Non è irritante per la cute;

È irritante per la mucosa oculare;

Non è sensibilizzante;

Provoca disturbi gastro-intestinali compresa ipertrofia delle ghiandole salivari (verosimilmente legati alla irritazione delle mucose dovuta al pH acido della soluzione di glifosate) in topi, ratti e cani a dosi di 500 mg/kg di peso corporeo al giorno (corrispondente a circa 35 grammi al giorno per un uomo adulto di 70 kg) (oltre 10 studi in totale);

Non causa tossicità riproduttiva alla massima dose testata di 1.983 mg/kg di peso corporeo al giorno (7 studi), ossia circa 140 grammi al giorno per una persona di 70kg;

Non causa malformazioni alla massima dose testata di 3.500 mg/kg di peso corporeo al giorno nel ratto (4 studi) e di 500 mg/kg di peso corporeo al giorno nel coniglio (7 studi);

Non interferisce con il sistema endocrino legato a estrogeni, androgeni e ormoni tiroidei

Non è neurotossico;

Non è immunotossico;

Non è cancerogeno in topi (9 studi, di cui 7 considerati accettabili) e ratti (11 studi, di cui 10 considerati accettabili) trattati con diete che contenevano fino al 5% di glifosate che corrispondono a una dose giornaliera per un uomo di 70 kg pari a circa 500 grammi (si noti anche che il LMR per il glifosate è fissato da EFSA in 0.0001-0.002% a seconda della derrata);

Non è genotossico in seguito ad ingestione con la dieta (oltre 100 studi in totale);

Non vi è evidenza epidemiologica di aumento di rischio per neoplasia negli esposti a prodotti commerciali a base di glifosate.

Su queste basi, il JMPR ha stabilito un’ADI pari a 1 mg/kg di peso corporeo derivato dalla dose più elevata (100 mg/kg di peso corporeo al giorno) alla quale non si sono osservati effetti sulle ghiandole salivari. Questa modalità di definire del limite basato sugli effetti osservati sugli animali è internazionalmente condiviso: in pratica, nella maggior parte dei casi e nel caso del glifosate, si parte dalla dose più alta alla quale non si sono osservati effetti tossici e si divide il valore per 100: un fattore 10 tiene conto di una eventuale maggiore sensibilità dell’uomo rispetto all’animale, e un altro fattore 10 tiene conto di una eventuale maggiore sensibilità di un individuo rispetto alla media degli individui. L’ADI stabilita per il glifosate è una delle più elevate (indicativa, quindi, di più bassa tossicità) mai definita per una sostanza attiva di un prodotto fitosanitario.

Per esempio, questo significa che quanto riportato dai media del bambino nato con una malformazione perché la madre non aveva usato la mascherina applicando il glifosate non trovano alcun sostegno dai dati tossicologici disponibili (il glifosate non causa malformazioni) e che i livelli di glifosate nella pasta (fino a 0,3 mg per kg, ossia 0.00003%) significano che una persona di 70 kg potrebbe mangiare un giorno solo 230 kg di pasta senza avere danni alle ghiandole salivari.

Le conclusioni sulla non-cancerogenicità si basano sui seguenti elementi:

Saltuari eccessi di neoplasie sono stati considerati incidentali per uno o più dei seguenti motivi:

Presenti in un solo studio e non presenti in altri studi anche a dosi più elevate;

Presenti in un solo sesso, quando, talora, nell’altro erano in difetto;

Mancanza di relazione dose-risposta;

Tumori non rilevanti per l’uomo;

Nella stragrande maggioranza degli studi il glifosate non è risultato genotossico in vivo fino alla massima dose testata di 2.000 mg/kg di peso corporeo (da notare il grande numero di studi che il JMPR non ha considerato adeguato per una valutazione della genotossicità, a causa, per esempio, di difetti metodologici come: mancata specificazione della purezza del composto usato (in miscela ad esempio con eccipienti vari); uso di test non convenzionali o non validati dalla comunità scientifica o dal significato sconosciuto; vie di somministrazione incongrue;

Negli altri studi di tossicità non si sono evidenziate alterazioni pre-neoplastiche o effetti teratogeni o sulla riproduzione;

Gli studi epidemiologici sono risultati incoerenti. In particolare, ha dato esito negativo lo studio più ampio e di miglior qualità e unico studio di coorte (AHS). Ricordo che tutti gli epidemiologi riconoscono uno studio di coorte come più affidabile e informativo di uno studio caso-controllo. Si noti che nel 2017 è stato pubblicato un aggiornamento di questo studio di coorte che ha confermato che tra 45mila persone esposte in media 45 giorni l’anno per vari anni al glifosate non c’era aumento di rischio per neoplasia e, in particolare, per linfoma non-Hodgkin (Andreotti et al 2017) (basato su 575 casi osservati, con rischio relativo per il quartile più elevato di esposizione a glifosato di 0.87, IC 95% 0.64-1.20). Pertanto, con quest’ultimo dato, si rafforza la conclusione di JMPR (e EFSA, EChA e altri) sulla assenza di evidenza epidemiologica della cancerogenicità del glifosate.

IARC classifica glifosate nel Gruppo 2A (probabilmente cancerogeno per l’uomo) sulla base delle seguenti considerazioni:

4 studi di coorte per un totale di circa 160.000 soggetti osservati: negativi

1 studio caso-controllo, all’interno di uno degli studi di coorte, per un totale di 93 casi: negativo

13 studi caso-controllo, di cui:

9 negativi;

1 positivo (Odds Ratio[1]1, intervallo di confidenza[2] 1.1-4) per linfoma non-Hodgkin (36 casi);

1 positivo (OR 2.12, intervallo di confidenza 1.2-3.73) per linfoma non-Hodgkin in esposti per più di 2 giorni all’anno (23 casi); (si noti il basso numero di casi)

1 positivo con analisi univariata, ma non dopo analisi multivariata che, correttamente, tiene conto di altre variabili che possono influenzare il risultato e che quindi fornisce una più accurata rappresentazione del fenomeno;

1 positivo (OR 2.02, intervallo di confidenza 1.1-3.71) per linfoma non-Hodgkin (29 casi), negativo dopo controllo dell’esposizione ad altri pesticidi; (si noti il basso numero di casi)

un meta risk-ratio[3], dagli studi caso-controllo e calcolato dal Working Group IARC, di cui non sono noti i dettagli della procedura seguita, per linfoma non-Hodgkin di 1.3, intervallo di confidenza 1.03-1.65;

3 studi di cancerogenesi nel topo, di cui 1 considerato inadeguato. Dei due studi considerati adeguati, viste alcune imprecisioni nella Monografia, IARC ha apparentemente avuto accesso non agli studi originali, bensì solo ai loro sommari, peraltro estesi; il primo di EPA, il secondo di un precedente JMPR;

7 studi di cancerogenesi nel ratto, di cui 3 considerati inadeguati. Degli studi considerati inadeguati, due non sono nemmeno stati presi in considerazione da JMPR, l’altro è stato considerato inadeguato da IARC. Dei 4 studi considerati adeguati, IARC ha avuto accesso apparentemente solo ai sommari (peraltro estesi) di EPA per due studi e di un precedente JMPR per altri due, e non agli studi originali; infatti vi sono vi alcune imprecisioni e non sono citati gli studi originali ma solo i documenti di EPA e JMPR;

studi di genotossicità condotti oltre che con glifosate anche con prodotti commerciali dei quali, nella maggior parte dei casi, non era nota la composizione e la presenza di impurità.

Da quanto sopra, si ricava che IARC ha analizzato solo una parte degli studi sperimentali disponibili, mentre in alcuni casi ha utilizzato sommari di EPA o JMPR. In questo modo ha perso informazioni significative, quelle stesse informazioni che hanno contribuito alla conclusione di JMPR sulla non-cancerogenicità di glifosate. Inoltre, nella valutazione della genotossicità, IARC ha preso in considerazione anche gli studi con prodotti commerciali di composizione non nota e che, oltre al glifosate di purezza non nota, contenevano altri componenti raramente identificati. Questi studi, nei quali non è possibile attribuire a un composto specifico gli effetti osservati, hanno confuso il quadro generale, in particolare quello relativo agli studi con glifosate di cui era nota la purezza e che sono risultati quasi tutti negativi, come riportato dal JMPR. Da questa incompleta e imprecisa valutazione che non ha, fra l’altro, preso in considerazione e adeguatamente bilanciato dati quantitativi, è derivata la conclusione IARC sulla cancerogenicità di glifosate.

Conclusioni

È evidente che una corretta gestione delle sostanze chimiche non può prescindere da una valutazione quantitativa del rischio, che sola ci può permettere di prendere decisioni informate e adeguate. La semplice identificazione del pericolo può essere utile in una fase di screening per definire quali sostanze siano eventualmente da valutare più accuratamente, ma certamente per sostanze sulle quali si hanno abbondanti informazioni, come nel caso del glifosate, si tratta di un’operazione inutile, se non dannosa quando crea ansie infondate e provoca decisioni irragionevoli. Se anche fosse vero, ma credo di aver mostrato che non lo è sulla base dell’analisi di tutti i dati disponibili, che il glifosate causa il cancro ad altissime dosi nell’animale da esperimento, è pur sempre possibile gestire l’esposizione come si fa per molte altre sostanze naturali classificate da IARC come possibili/probabili cancerogene e presenti negli alimenti, quali l’uva, la mela, il mirtillo, il limone, l’arancia, i broccoli, la lattuga, la carota, il cavolfiore, la carne rossa, le salsicce, il caffè etc., o nell’aloe vera e negli estratti di ginko biloba.

Da più parti, ormai, si chiede di abbandonare il concetto di classificazione che è chiaramente sorpassato (Boobis et al., 2016) e non produce alcuna utilità alla società. Anzi, come nel caso del glifosate, ha innescato una diatriba, con accuse di vario tipo e una mobilitazione della società civile e di parte della popolazione, sicuramente degna di miglior causa.

Nota a margine: che ne è stato del malathion e del diazinon?

Chi, come lo scrivente, è abituato a lavorare in laboratorio e riflettere sulla biologia dei fenomeni tossici basando le proprie conclusioni sui dati è rimasto stupito della reazione mediatica seguita alla classificazione IARC del marzo 2015 del glifosate nel gruppo 2A, soprattutto se confrontata con la “mancata” reazione alla medesima classificazione di diazinon e malation. Infatti, come citato più sopra, sia IARC (Monografia 112) che JMPR (maggio 2016) hanno valutato malathion e diazinon. Diazinon e malathion sono poco o per nulla utilizzati nei paesi occidentali, ma sono molto utilizzati nei paesi in via di sviluppo in zone tropicali e sub-tropicali. In particolare, malathion è utilizzato nella lotta contro i vettori di malattia, quali l’anofele.

IARC ha inserito anche questi due insetticidi organofosforici nel Gruppo 2A.

Senza entrare nei dettagli tecnici, il JMPR ha ritenuto che l’eventuale effetto cancerogeno di questi due composti non può avvenire per esposizione con la dieta. Similmente, uno specifico gruppo di lavoro del WHO, riunitosi subito dopo il JMPR del maggio 2016, ha discusso l’uso del malathion nella lotta contro i vettori di malattia e ha continuato a suggerire l’uso del malathion, con modalità ben definite, sia all’esterno sia in ambienti confinati, perché l’eventuale effetto cancerogeno non può avvenire per tali esposizioni. Da notare che la malattia stessa, ossia la malaria, è in categoria 2A secondo IARC.

Nessuna diatriba, né grande né piccola, è sorta in seguito a queste conclusioni del WHO discrepanti con quelle di IARC, e nessuno ha chiesto, neanche sommessamente, la messa al bando di diazinon e malathion.

Forse noi, ricchi e chic occidentali, siamo in altre (altre anche dal glifosate?) faccende affaccendati.

Documentazione citata

Andeotti et al. 2017.

https://academic.oup.com/jnci/advance-article/doi/10.1093/jnci/djx233/4590280

Boobis et al. 2016.

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0273230016303038?via%3Dihub

http://monographs.iarc.fr/ENG/Preamble/CurrentPreamble.pdf (preambolo delle Monografie)

http://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol112/mono112-10.pdf (glifosate)

https://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol112/mono112-07.pdf (malathion)

https://monographs.iarc.fr/ENG/Monographs/vol112/mono112-09.pdf (diazinon)

http://www.fao.org/3/a-i5693e.pdf (JMPR Report)

http://www.who.int/foodsafety/publications/chem/jmpr-monographs/en/ (JMPR diazinon, glifosate, malathion)

http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/207475/1/9789241510578_eng.pdf?ua=1 (WHO malathion)

[1] Odds Ratio (OR): stimatore del rischio relativo negli studi caso-controllo.

[2] Intervallo di confidenza: Intervallo di valori plausibili per una stima di rischio, con un margine di confidenza del 95%.

[3] meta risk-ratio: rischio relativo globale ottenuto come media pesata di rischi relativi di diversi studi.

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