Vaccino per il coronavirus. Da Moderna (Usa) all’israeliana Migal, le aziende e i laboratori al lavoro

Migal, dalla ricerca, ha spiegato ancora l’Istituto, è stato scoperto che «il coronavirus del pollame ha un’elevata somiglianza genetica con il Covid-19 umano e che utilizza lo stesso meccanismo di infezione, un fatto che aumenta la probabilità di ottenere un vaccino umano efficace in un periodo di tempo più breve».

Massimiliano Jattoni Dall’Asén 09.3. 2020, corriere.it –lettura3’

Vaccino per il coronavirus. Da Moderna (Usa) all'israeliana Migal, le aziende e i laboratori al lavoro

La notizia ha già fatto il giro del web con tanto di foto che ritrae un flaconcino con l’etichetta «Coronavirus vaccine»: il Migal Research Institute di Israele sarebbe a un passo dal vaccino per il Covid-19. Purtroppo, la notizia è fuorviante. Innanzitutto, la foto del flaconcino è stata presa da un sito web che colleziona foto stock e non proviene dall’istituto di ricerca.

Per quanto riguarda, invece, il Migal, a febbraio l’isistituto aveva rilasciato un comunicato stampa in cui diceva che i suoi scienziati sono all’opera per sviluppare il vaccino. E che per ora hanno sviluppato un vaccino contro il virus della bronchite infettiva, un ceppo di Coronavirus che colpisce il pollame. L’istituto il 27 febbraio ha poi spiegato che da questo si può tentare di adattarlo per creare un vaccino umano contro il Covid-19. Ma, ahinoi, ma mancano ancora molte «settimane» per «completare i protocolli di sicurezza che permetteranno di effettuare il test in vivo».

 

Dalla ricerca, ha spiegato ancora l’Istituto, è stato scoperto che «il coronavirus del pollame ha un’elevata somiglianza genetica con il Covid-19 umano e che utilizza lo stesso meccanismo di infezione, un fatto che aumenta la probabilità di ottenere un vaccino umano efficace in un periodo di tempo più breve».

Intanto, lunedì, Donald Trump ha tenuto una riunione alla Casa Bianca per discutere la risposta della sua Amministrazione al Covid-19. Seduti attorno a un tavolo ovale, come ha raccontato nel dettaglio il New Yorker, esperti sanitari dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, della Food and Drug Administration e dei National Institutes of Health, oltre a dirigenti farmaceutici di Pfizer, Johnson & Johnson, Sanofi. Trump col suo modo di fare ha chiesto perentorio un vaccino entro pochi mesi. Ma la risposta di Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, è stata una doccia fredda: «Un vaccino creato e testato in un anno non è un vaccino che si può usare». Fauci ha spiegato che l’orizzonte di attesa prima di avere un vaccino non può essere inferiore a un anno, un anno e mezzo. Insomma, prima del 2021 non se ne parla.

Ma è mai stato prodotto un vaccino in pochi mesi? Una volta è accaduto: era il 2015 e imperversava l’epidemia di Zika. Dopo soli 7 mesi il vaccino era pronto per essere testato, ma per fortuna non ce ne fu bisogno, perché l’epidemia si era già estinta. Intanto, la Biomedical Advanced Research and Development Authority degli Stati Uniti sta lavorando per estrapolare un vaccino per il Coronavirus da quanto già creato in lavoratorio per combattere la Sars, ma anche in questo caso, l’autorità non si aspetta di avere nulla di pronto per la sperimentazione umana prima della metà del 2021.

A fine febbraio la startup biotech del Massachusetts Moderna aveva annunciato di aver spedito il primo lotto del vaccino sperimentale mRNA-1273 all’Istituto Nazionale delle Allergie e Malattie Infettive (Niaid), per avviare la fase 1 della sperimentazione clinica sulle persone. Moderna ha utilizzato una molecola chiamata mRNA che trasferisce informazioni genetiche nelle cellule, imitando un’infezione naturale per stimolare una risposta immunitaria più potente. Il vaccino dovrebbe riuscire a imitare la proteina chiamata «spike» che si trova nel Covid-19, ma anche su altri coronavirus (come quelli della Sars e della Mers). Ma anche in questo caso, Anthony Fauci ha spiegato che, in caso di successo, gli studi clinici non inizieranno prima di maggio.

Sempre a febbraio, le azioni della società californiana Gilead Sciences si erano apprezzate, sulla scia delle indiscrezioni — poi confermate — che il suo remdesivir, un farmaco antivirale utilizzato per test in laboratorio contro la Sars e la Mers (la sindrome respiratori mediorientale), aveva ricevuto il via libera per iniziare la sperimentazione su pazienti. In un articolo pubblicato su Cell Research si descriveva l’efficacia del remdesivir anche nel neutralizzare il nuovo ceppo di coronavirus 2019-nCoV. Ma le perplessità su questo farmaco sono molte e il remdesivir non ha ottenuto finora nessun tipo di autorizzazione per nessuna patologia.

Anche un laboratorio della University of Queensland di Brisbane, in Australia, ha annunciato di aver sviluppato un candidato vaccino che inizieranno a testare nei prossimi mesi sull’uomo. Si tratta di un diverso tipo di piattaforma di vaccino a risposta rapida diverso da quello di Moderna. La grande differenza è il team di ricerca ha trovato il modo di incorporare una sequenza di aminoacidi creata in laboratorio nella proteina «spike», per assicurare che la proteina rimanga stabile, provocando così una risposta immunitaria forte e precisa. I test dovrebbero iniziare a breve su un centinaio di volontari adulti sani. Ma quando? Si parla di questa estate.

Sempre troppo tardi perché, se anche nei mesi estivi il virus dovesse affievolirsi, come accade con l’influenza, potrebbe riemergere prepotentemente in autunno. E la lotta contro il tempo nella battaglia per trovare un vaccino per quei giorni si sarà aggiunto un altro ostacolo, quello economico. La Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI) ha lanciato il 6 marzo un appello: per finanziare gli attuali progetti di ricerca e quelli nuovi servono almeno 2 miliardi di dollari.

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