Cattivi scienziati. Cosa ci distingue dagli animali? Una domanda molto meno banale del previsto

In realtà non vi è alcuna discontinuità brusca tra la nostra specie e le altre. Le differenze si sviluppano lungo uno spettro continuo e attraverso un processo evolutivo

ENRICO BUCCI 05 MAG 2023 ilfoglio.it lettura3’

In realtà non vi è alcuna discontinuità brusca tra la nostra specie e le altre. Le differenze si sviluppano lungo uno spettro continuo e attraverso un processo evolutivo: sono pochi i tratti propri soltanto dell'uomo. Quello determinante è la capacità di produrre e consumare informazioni

La conquista della socialità nell'evoluzione naturale

La teoria darwiniana è ancora in grado di spiegare la realtà naturale

Quando ho scritto recentemente del fatto che l'uso di strumenti non è un tratto distintivo né della nostra specie né della presenza di una cultura o di una intelligenza, ho volutamente attirato l'attenzione dei lettori sul fatto che, ogni qualvolta cerchiamo elementi che creino una netta discontinuità tra la nostra specie e gli altri animali, finiamo per scoprire che in realtà, proprio come quando si cerca di distinguere una razza umana da un'altra, non vi è alcuna discontinuità brusca, quanto piuttosto uno sviluppo continuo del tratto preso sotto esame, che non permette cesure che non siano arbitrarie. Come accadde quando Darwin evidenziò la continuità evolutiva tra i primati e l’uomo, il concetto della contiguità biologica e comportamentale della nostra specie ad altre, che si osserva qualunque sia il tratto che intendiamo esaminare, è difficile da accettare, perché il fare distinzioni fra noi e gli altri, che questi siano esseri umani o animali, è la base del riconoscimento di gruppo in ogni specie sociale, ed è dunque un tratto che è inestricabilmente connesso all’evoluzione dei nostri cervelli prosociali. L’altra della difesa della propria identità, in politica come in biologia, è la ricerca di differenze, di fossati invalicabili che permettano il riconoscimento dell’altro da sé come del proprio simile.

Ora, il punto non è che non esistano differenze apprezzabili fra le specie animali: il punto è che queste si sviluppano lungo uno spettro continuo, per la semplice ragione che il processo che le ha prodotte, per selezione di genomi, biochimica e morfotipo, è un processo evolutivo che è partito dal materiale biologico disponibile per creare più o meno velocemente nuove varietà. A fronte di queste considerazioni teoretica, il lettore potrebbe giustamente obiettare che “il salto quantico” fra la nostra specie e le altre sia di natura culturale e cognitiva; ma anche in questo caso, proprio come nel caso della produzione di strumenti e delle tecnologie di altre specie, è opportuno ricordare che cultura e cognizione della nostra specie sono state precedute da quelle di molte altre.

Se guardiamo, ad esempio, alle arti figurative e musicali, possiamo vedere esempi in specie diverse dalla nostra, come i Neanderthal, che le hanno precedute; e se è vero che molti di noi non sanno dipingere o suonare, come probabilmente accadeva per loro, risulta immediatamente difficile assumere come tratto distintivo di un’intera specie il saper esercitare più o meno bene quelle attività culturali. Sapere perché brillano le stelle è probabilmente un tratto che al più individua un certo numero di persone con cultura scientifica moderna occidentale; ma questo non è un tratto utile a caratterizzare tutti gli individui della nostra specie, presenti e passati, non più dello scrivere la Divina Commedia o una sonata. Tuttavia, si potrebbe osservare, abilità più diffuse, come quelle linguistiche, sono patrimonio di tutti. Eppure, il linguaggio compositivo, con sue regole sintattiche e grammaticali, è stato dimostrato anche in altri animali, come gli uccelli; ma soprattutto, ancora una volta, pensare che sia un tratto unico dei sapiens trascura il fatto che altri ominini erano probabilmente abili come noi.

Dunque quali sono i tratti che potrebbero inequivocabilmente distinguere individui della nostra specie? Con Desmond Morris, si potrebbe rispondere che sono i tratti sessualità primari e secondari, cioè quelli che – guarda caso – hanno permesso il sorgere della nostra specie per isolamento riproduttivo da popolazioni di ominidi precedenti. Anche se evidentemente non funzionano al 100 per cento, visto che ci siamo mescolati con Denisovani e Neanderthal, sono sufficientemente distintivi da consentire una barriera quasi perfetta. Ma c’è altro. Se misurassimo con una metrica adatta, inventata da Shannon, il contenuto di informazione di cui si avvale, che elabora e che genera ogni individuo della nostra specie, oltretutto costruendo su un patrimonio precedente, probabilmente, per ragioni non legate necessariamente a maggiori potenzialità rispetto anche a specie molto prossime, ma al semplice sviluppo demografico e storico della nostra specie, se facessimo quella misura scopriremo che la quantità di informazione in cui si muovono le nostre menti è ordini di grandezza superiore a quella delle altre specie. È l’informazione prodotta e consumata uno dei veri tratti che ci distinguono; informazione non necessariamente vera o direttamente utile, ma sempre intelligibile, modificabile e trasmissibile da ogni individuo dei sapiens. Questo tratto, da un punto di vista adattativo, è quello che ci ha portato dove siamo; non meglio o peggio, e comunque destinati a fare i conti con i limiti dello sviluppo, ma certamente immersi nel fenotipo esteso del nostro mondo di dati, significati e segni

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