Violenza giovanile, lo psicologo Borsellino: “Dietro la rabbia c’è un grido d’aiuto”
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E quale ruolo possono svolgere le famiglie, la scuola e i servizi sociosanitari nell’intercettare le difficoltà prima che degenerino?
Simone Masetto, 25 Ottobre 2026 qdpn.it lett 7’
Dagli episodi di violenza che hanno coinvolto giovani in diverse città italiane alle manifestazioni sfociate in scontri e danneggiamenti, il disagio degli adolescenti è tornato al centro del dibattito pubblico. Ma che cosa si nasconde dietro la rabbia, il senso di impotenza e la frustrazione che possono spingere alcuni ragazzi a trasformare la protesta in comportamenti violenti? E quale ruolo possono svolgere le famiglie, la scuola e i servizi sociosanitari nell’intercettare le difficoltà prima che degenerino?
Ne abbiamo parlato con il dottor Pasquale Borsellino, direttore dell’Unità operativa Infanzia, Adolescenza, Famiglia e Consultori dell’Ulss 2 Marca Trevigiana, psicologo e psicoterapeuta, da anni impegnato nell’analisi del disagio giovanile e nella costruzione di risposte educative e assistenziali. Al centro della sua riflessione c’è la necessità di comprendere le ragioni dei comportamenti degli adolescenti senza giustificare la violenza, ma anche senza fermarsi alla condanna. Perché ascoltare i ragazzi, riconoscere le loro difficoltà e comprendere i cambiamenti della società sono passaggi fondamentali per costruire interventi efficaci. Il rischio è quello di descrivere questa generazione come violenta, “ma non è così. A volte è la maggioranza che crea problemi a finire sotto i riflettori, ma non rappresentano necessariamente l’intera generazione, anzi, le garantisco che questa generazione non è come viene descritta”, afferma Borsellino.
Dottor Borsellino, partiamo dai fatti di violenza che stanno accadendo in Italia. Che cosa trasforma il senso di impotenza e la frustrazione dei giovani in rabbia e, in alcuni casi, in violenza?
“Prima di tutto dobbiamo ricordare che l’adolescenza è una fase di passaggio, nella quale i giovani definiscono la propria identità. È quindi fisiologico che possano attraversare momenti di opposizione al sistema e alla famiglia. È un passaggio tra generazioni che hanno inevitabilmente sensibilità e modi diversi di leggere la realtà. Questa differenza è sempre esistita nella storia dell’umanità e la letteratura lo ha raccontato ampiamente, da “La linea d’ombra” di Conrad a “I dolori del giovane Werther” e “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”
E quindi cosa possiamo fare?
La prima cosa da fare è riportare a una dimensione fisiologica questa differenza di visione tra i giovani e le generazioni precedenti. Il secondo aspetto fondamentale è capire quale risposta gli adulti danno al malessere esistenziale degli adolescenti: accoglienza, ascolto e comprensione oppure stigmatizzazione? Sembra quasi che per la prima volta nella storia dell’umanità i giovani abbiano idee diverse dalle nostre. Nel frattempo, però, la società è profondamente cambiata. Per un giovane degli anni Sessanta i riferimenti erano la macchina, la moglie e la casa. Oggi questi marcatori di significato non sono più gli stessi. Che cosa significa, per un giovane, sentirsi realizzato? Non è più possibile fondare le proprie aspettative lavorative sulla carriera professionale o sulla stabilità. A volte, secondo me, certi moti di protesta sono dettati anche da un senso di impotenza, dalla percezione di vivere in un mondo che non li comprende.
Che cosa succede quando questo senso di impotenza si trasforma in violenza, come negli scontri avvenuti a Milano?
“Gli adolescenti, dal punto di vista dello sviluppo, non hanno ancora completato la maturazione delle capacità necessarie a comprendere pienamente le conseguenze delle proprie azioni. La capacità di valutare gli effetti dei propri gesti è ancora in evoluzione. Se un adulto, di fronte a uno stimolo esterno o a una situazione critica, tende ad aprire una dimensione riflessiva e a valutare ciò che sta accadendo, nell’adolescente questa capacità non è ancora così consolidata. Spesso prevale la risposta immediata: arriva un impulso e viene scaricato attraverso un comportamento. In psicologia si parla di acting-out, cioè di un passaggio diretto all’azione. Pensiamo a un gesto come colpire con una spranga il vetro di un’automobile o aggredire un’altra persona: un adolescente può non riuscire a valutare pienamente le conseguenze di ciò che sta facendo”.
E che ruolo ha il gruppo, il cosiddetto branco, in tutto questo?
Quando questi comportamenti avvengono in gruppo, il fenomeno può accentuarsi. Entra in gioco la dinamica del branco: la percezione della responsabilità individuale si attenua e l’identità del singolo finisce per confondersi con quella collettiva. Non esiste più soltanto l’individuo, ma un “noi” nel quale ciascuno può sentirsi meno responsabile delle proprie azioni. È come se nel gruppo ci nascondessimo, come se quello che fa il gruppo non potesse esserci attribuito, anche se ne facciamo parte”.
Quanto possono influire i social network e la diffusione delle immagini degli scontri? Esiste il rischio che alcuni ragazzi emulino comportamenti violenti per ottenere visibilità?
“I media e le nuove tecnologie stanno spingendo in questa direzione. I ragazzi sono esposti fin dall’inizio a un sistema di comunicazione che li bombarda continuamente di informazioni e stimoli. Sul piano della comprensione razionale possono essere molto più svegli rispetto al passato, ma non credo che ci sia stata un’evoluzione equivalente sul piano della crescita affettiva ed emotiva. Detto in parole semplici, oggi un bambino può essere più preparato nella comprensione delle cose rispetto a cinque o dieci anni fa. Ma questo non significa che sappia gestire meglio le proprie emozioni. Anzi, secondo me, sotto questo aspetto non solo non si è evoluto, ma è anche un po’ involuto. Gestire un’emozione significa osservarla, riconoscerla, comprenderla e trovare il modo di controllarla. Oggi, invece, rischiamo di assistere a una dinamica di stimolo e risposta: arriva uno stimolo e si reagisce immediatamente. Anche i nuovi sistemi di comunicazione e le tecnologie hanno contribuito a ridurre i tempi di attenzione e la capacità di soffermarsi sulle cose”.
I social possono diventare anche uno strumento di emulazione? Vedere un ragazzo che spacca una vetrina durante una manifestazione può spingere altri a fare lo stesso?
“Su questo non mi permetto di criticare chi fa comunicazione, ma credo che dovremmo cominciare a chiederci quanto i media si limitino a registrare ciò che avviene nella società e quanto, attraverso determinate forme di comunicazione, possano contribuire a innescare certi comportamenti. Prima o poi questa riflessione dovrà essere affrontata. Quando sui social media si dà visibilità a un ragazzo vestito di nero che spacca una vetrina, bisogna domandarsi quale effetto possa avere quell’immagine su altri giovani. Potrebbe diventare un modello da imitare: “Quello è un esempio, posso farlo anch’io, posso rompere, posso manifestare in quel modo”. Credo che, per generazioni così fragili, ancora alla ricerca di un’identità, i leader negativi possano risultare più attrattivi di quelli che promuovono valori positivi, come la pace e il dialogo. La cultura del negativo, dell’opposizione e della trasgressione può esercitare un’enorme attrazione sugli adolescenti. L’idea di fare qualcosa che va contro le regole può diventare estremamente potente”.
Quale ruolo possono svolgere le famiglie, la scuola e i servizi sociosanitari nell’aiutare i giovani ad affrontare il disagio?
“Penso che le famiglie debbano innanzitutto avere nei confronti dei giovani un atteggiamento di ascolto e comprensione. Non sto parlando di giustificare i comportamenti. Quando si affrontano questi temi attraverso un’analisi delle cause, spesso scatta subito l’obiezione secondo cui, in questo modo, si finirebbe per giustificare tutto. Non è così. Noi professionisti cerchiamo di comprendere i fenomeni, non di giustificare nessuno. Se capiamo le cause e le origini di determinati comportamenti, possiamo impostare politiche e azioni più efficaci. Le famiglie dovrebbero ascoltare di più i figli, ma ascoltare non significa limitarsi a chiedere, quando tornano da scuola, quanti compiti hanno fatto o come vanno i voti. Ascoltare significa mettersi nella condizione di prestare attenzione a ciò che un figlio vuole davvero raccontarci, dimostrando un interesse autentico per quello che pensa e prova. Da alcuni studi emerge che il tempo in cui genitori e figli condividono gli spazi della casa e le relazioni familiari si è ridotto molto. Sia i genitori sia i ragazzi hanno numerose attività che li portano fuori casa o all’interno di altri gruppi. È come se avessimo perso non soltanto la quantità, ma anche la qualità delle relazioni all’interno della famiglia”.
Che cosa sta facendo l’Ulss 2 Marca Trevigiana per intercettare il disagio prima che si trasformi in situazioni più gravi?
“Per quanto riguarda la collaborazione con le scuole e la presa in carico psicologica e neuropsichiatrica, quando necessaria, stiamo già lavorando. Ci stiamo interrogando per capire se riusciamo a rispondere a tutti i bisogni. Secondo me dobbiamo spostarci maggiormente verso interventi a bassa soglia. Significa andare incontro ai ragazzi, cercare di comprenderli meglio e riconoscere che l’espressione di un disagio rappresenta sempre una richiesta di aiuto. Quando un adolescente o un giovane manifesta una qualche forma di sofferenza, ci sta chiedendo aiuto. Ci sta chiedendo: “Guardami”. Come azienda sanitaria stiamo cercando di capire se sia possibile rafforzare questo approccio, intervenendo anche al di fuori dei servizi tradizionali, come la neuropsichiatria o i consultori. L’obiettivo è capire se possiamo intercettare i ragazzi prima, magari nelle scuole o nei luoghi in cui trascorrono il tempo libero”.
L’età in cui emergono determinate difficoltà sembra abbassarsi. Come si spiega questo fenomeno?
“L’età si sta abbassando perché le competenze stanno aumentando. Quello che faceva un bambino alle scuole primarie è molto diverso da quello che fa oggi. I media e le nuove tecnologie contribuiscono a questo cambiamento: i ragazzi sono esposti fin dall’inizio a un sistema di comunicazione che li bombarda continuamente. Sul piano razionale e della comprensione possono essere più avanti, ma non credo che ci sia stata un’evoluzione equivalente sul piano della crescita affettiva ed emotiva. Un bambino può capire molte più cose rispetto al passato, ma questo non significa che abbia sviluppato la stessa capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni”.
C’è il rischio che, sulla base degli episodi di cronaca, si finisca per descrivere un’intera generazione come violenta?
“Assolutamente, ma non è così. Ce ne sono molti di bravi e in gamba. Quando si osserva ciò che accade in giro, a volte sono quelli che fanno più rumore a finire sotto i riflettori, ma non rappresentano necessariamente l’intera generazione. Mi sono occupato anche di servizio civile in Regione e le garantisco che questa generazione non è come viene descritta”.
In definitiva, qual è il punto da cui partire per affrontare il disagio giovanile e prevenire la violenza?
“Dobbiamo comprendere i fenomeni perché, se ne capiamo le cause e le origini, possiamo impostare politiche e azioni adeguate”.
(Autore: Simone Masetto)
(Foto: Simone Masetto)
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