Perché in Italia abbiamo così paura dei test Invalsi

Al via, tra le solite proteste, le prove per le classi della scuola Primarie e Secondaria. Oliva (TreeLLLe): “Le contestazioni dimostrano la scarsa disponibilità a innovare il nostro sistema scolastico”

di Mario Leone 3 Maggio 2017 alle 16:39  articolo da Il Foglio.it

Come ogni anno il mese di maggio è contraddistinto dalle prove Invalsi per le classi della scuola Primaria e Secondaria. Il dibattito sull’utilità di test così strutturati per la valutazione dello studente è ancora molto acceso. Solo quarantotto ore fa, con una nota, il Movimento 5 stelle faceva sapere come “una volta al governo cancelleremo il sistema di potere dei test Invalsi”. Nel frattempo, “sosteniamo chi lo boicotta”. Non solo. I pentastellati non hanno alcun dubbio: con i test Invalsi i bambini e i ragazzi sono trattati “come prodotti da supermercato cui dare un prezzo e un valore”.

 Sarà così? Abbiamo provato a ragionare di Invalsi, ma anche di scuola (sarà un punto fondamentale delle prossime elezioni politiche) con Attilio Oliva, presidente dell’Associazione “TreeLLLe”, un think tank focalizzato sull’analisi dei sistemi educativi italiani e stranieri.

Entra subito in merito con una premessa importante: “La valutazione degli studenti è fatta dai singoli insegnanti. Ognuno di questi ha la sua testa, i suoi criteri, pesi e le sue misure. Si sa per esperienze verificate che l’otto di Reggio Calabria è spesso un sei nella Val d’Aosta, perché c’è scarsissima preparazione docimologica offerta agli insegnanti durante la loro preparazione universitaria per compiere il loro lavoro. Ognuno usa criteri diversi per interrogare i ragazzi e quindi dare dei voti. Si ha così una notevole variabilità di criteri di valutazione a livello nazionale e l’impossibilità di comparare l’oggettivo stato di conoscenze tra i risultati regionali e di singole scuole. Questa carenza di informazione rende ardue le scelte politiche di chi governa il sistema e difficile intervenire per correggere laddove le cose non vanno bene. Per affrontare questa criticità, in tutti i paesi avanzati del mondo si fanno i test come gli Invalsi e questo non sarà un caso. I test non sono un elemento di giudizio esauriente e conclusivo per dare un giudizio complessivo sulla maturazione degli alunni, ma certamente è un grande aiuto agli insegnanti per sapere cosa gli studenti sanno o non sanno riguardo a discipline fondamentali come la comprensione della lettura e la matematica. E’ anche un aiuto per gli studenti per confrontare in modo più oggettivo il loro sapere con quello dei pari per età e di qualsiasi regione”.

 

Questo avviene in tutto il mondo evoluto, continua Oliva, “e le contestazioni che ci sono ancora, dopo anni, nel nostro Paese, la dicono lunga sulla scarsa disponibilità a innovare il sistema scolastico italiano che invece ne avrebbe molto bisogno visto che, tra l’altro, i risultati di test simili confrontati con quelli di altri paesi (vedi indagine PISA dell’OCSE) ci vedono senz’altro sotto la media dei paesi europei”.

E’ però impossibile valutare la complessità di una persona solo con dei test. “E’ evidente che è impossibile. Questi test hanno caratteristiche molto efficaci per certe competenze e non sono efficaci per altre, tipicamente per le competenze dette soft o trasversali. I test non possono risolvere totalmente il problema. Il giudizio degli insegnanti resta necessario e fondamentale. I test devono poter integrare il giudizio dei docenti. Però criticare questo tipo di prove perché hanno una portata limitata mi sembra assurdo”.

Quest’anno però gli Invalsi assumono un significato particolare almeno per la scuola media. Sarà l’ultimo anno che questo tipo di prova comparirà nell’esame conclusivo del primo ciclo d’istruzione: “Era stata una conquista positiva. Con argomentazioni senza senso è stata rimessa in discussione. E’ un problema di rapporti di forza tra alcuni Sindacati degli insegnanti e il Ministero. E’ una prova della resistenza del nostro sistema alla propria innovazione”.

Viene spontaneo chiedersi se esista una soluzione oggettiva che integri test e valutazione dell’insegnante. “Un serio consiglio di classe – risponde perentorio – con tutti gli insegnanti che hanno rapporto con il singolo studente e che ne discutono tutte le qualità e limiti, è il miglior luogo e il miglior metodo per approfondire ogni aspetto dell’alunno. Questo però implica un tempo più ampio da dedicare alla scuola. Per giudicare un ragazzo servono ore. Questo può confliggere con l’interesse di quegli insegnanti, che anche per ragioni serie, al suono della campanella lasciano velocemente la scuola così come i ragazzi. Dalle nostre indagini sul campo risulta che un lavoro di questo tipo avvenga molto raramente in tutte le nostre scuole, spesso anche per mancanza di spazi dedicati”.

Oliva ne ha anche sulla riforma della Buona Scuola, divenuta argomento anche durante la campagna elettorale per le primarie del Pd: “La scuola è fatta di uomini. Parliamo di un milione di persone coinvolte. Occorre una formazione iniziale diversa dall’attuale che è prevalentemente accademica e poco esercitata sul campo, serve un sistema di reclutamento meno grezzo e una formazione in servizio che attualmente è inesistente. Non solo. La scuola è diventata un luogo privatissimo. In classe l’insegnante è padrone e fa quel che vuole. Il Sistema Nazionale di Valutazione prevede la valutazione delle scuole, la valutazione dei presidi e la legge 107 prevede la valutazione con il bonus per gli insegnanti meritevoli. La classe non può più essere quel luogo dove non si sa come si insegna e quel che avviene in quegli spazi. Ci sono dentro i nostri figli. Chi fa bene non ha paura di farsi valutare. Deve attuarsi il Sistema di Valutazione Nazionale voluto dall’allora ministro Profumo. Ricordate il bonus per il merito degli insegnanti introdotto per legge un anno fa? Da chi è stato contestato? Ovviamente da alcuni sindacati, e in particolare da alcuni insegnanti che per tante ragioni non accettano di essere giudicati pur rivendicando per se stessi una facoltà assoluta di giudicare, privi di parametri di riferimento condivisi, i giovani”.

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