Andreoli: adesso l'umanità sta regredendo

Per lo psichiatra lo dimostra il web, pieno di insulti belluini e di minacce terribili. Stiamo riscoprendo gli istinti ferini sfuggiti al controllo della ragione

di Goffredo Pistelli twitter @pistelligoffr www.italiaoggi

Vittorino Andreoli fa lo psichiatra ma ama, da sempre, raccontare e raccontarsi. Lo fa anche oggi, portando in libreria Il rumore delle parole (Rizzoli), romanzo che ha per protagonista un anziano, il quale vive solo al piano alto di un «grattacielo all'italiana» e da lì, per vincere proprio la sua solitudine, comincia a tenere lezioni via web a un pubblico che, con una certa sorpresa, scopre crescente. Lezioni su parole importanti come «democrazia», «bellezza», «vecchiaia».

L'intervista comincia con un elogio della puntualità, perché la telefonata gli arriva allo scoccare dell'orario convenuto: «Ma che bello, Pistelli! Siamo rimasti in pochi ad amarla la puntualità».

Domanda. Andreoli, c'è un po' di autobiografico in questo racconto?

Risposta. Comincio col correggerla, però.

D. Deve.

R. È La storia di un vecchio, più che di un anziano.

D. Pago pedaggio al politicamente corretto, chiedo venia.

R. È importante perché c'è una bellezza nella vecchiaia ma ci arriveremo. Ed è un vecchio il quale, più che solo, è abbandonato. Perché la solitudine, qualche volta è positiva, utile, serve a far chiarezza dentro noi stessi. Questo è un vecchio abbandonato e che usa appunto il web, per dire delle cose, dato che nessuno lo va a trovare. In questo senso è poco autobiografico perché io sì, sono vecchio, ma corro dalla mattina alla sera.

D. Vecchiaia e mondo digitale: non è un rapporto facile.

R. Diciamo pure che i vecchi ne sono un po' vittime: fanno fatica ad accogliere un mondo che è lontanissimo dal proprio. Sa, ora ci sono anche i computer per i bambini.

D. Certo, «pensati per».

R. Per loro, per i bambini dico, quello è il mondo, conoscono prima il mondo virtuale di quello reale.

D. I vecchi, invece?

R. Eh, i vecchi han vissuto il mondo concreto, fatto di difficoltà di relazione, di odi sul lavoro, di tensioni col vicinato. E quindi, dal mondo concreto, passare a questo, è come una avventura, non sanno adoperare questo strumento, è lontano, non vorrebbero neppure toccarlo.

D. Il suo personaggio, invece, decide di usarlo.

R. Riceve un invito a usarlo, un invito pressante, dalla figlia. Che quasi glielo intima: «Basta lamentarti, noi d'altra parte siamo impegnati, abbiamo i figli, dobbiamo lavorare, qui hai tutto, anche il sesso volendo», gli dice a un certo punto. Un colloquio drammatico.

D. Prendiamoci una pausa dal libro: lei che rapporto ha col computer?

R. Ah, lo uso, lo uso. Mi ci arrabbio, anche. A volte ci parlo, lo offendo, quando non fa quel che deve.

D. Le confesso: anche io.

PUBBLICITÀ

R. Ecco, vede? No, no, io lo uso, anche se ogni tanto, ovviamente, devo chiamare qualcuno a sistemare un po'.

D. Mi scusi per la digressione, vada avanti.

R. E quel vecchio dopo queste lezioni, che hanno una audience crescente, prima 25 persone, come i lettori di Manzoni, poi 2.500 e poi 25mila, decide di spegnere tutto. Sente il bisogno di bussare al vicino, di scendere dal signore del piano di sotto, ha bisogno di figure vere.

D. Professore, non è che finiamo per demonizzare la rete, cosa sconveniente oggi?

R. Ma no, no, ci mancherebbe. Le racconto, anzi, una cosa bella.

D. Prego.

R. L'altro giorno m'era tornata in mente una cosa letta tempo addietro, il discorso di Ivan Pavlov, quando, nel 1904, ricevette il Nobel per la Medicina.

D. Per la scoperta del riflesso condizionato.

R. Esatto. Beh, con due clic mi sono trovato davanti a quel testo. E non è bellissimo? Per cui, guai a demonizzare. È dei social network che, semmai, non mi perito a dir male.

D. Ho letto. Li considera un pericolo.

R. Per i giovani e per gli adulti che, dalla socialità vera, dell'ambiente, delle persone, vengono ricondotte a una socialità falsa, del nulla. Abbiamo bisogno di padri, madri, nonni, amici, vicini, non di un network!

D. Questa sua affermazione ci porta, in qualche modo, a toccare la prima delle parole raccontate nel libro, la democrazia e l'ultima, vecchiaia. Una recente ricerca su Science Advanced documenta come gli over 65 abbiano una spiccata attitudine a diffondere fake news. E così anche la democrazia, non ne gode, diciamo.

R. La democrazia è stata una linea da seguire, anche immaginaria. Quando siamo usciti dalla guerra, dal fascismo, c'era questo entusiasmo: la ricerca di un miglioramento, qualcosa di incompiuto certo, ma di positivo. Il mio vecchio lo dice.

D. Oggi?

R. Oggi siamo nella tirannide mascherata da democrazia, perché la volontà della gente è manipolata: ossia ti danno gli elementi per pensare in maniera sbagliata. Lei, guardi la tv, e non troverà mai un vecchio intervistato o, sennò, paiono imbecilli, come quelli presi al mercato. No, per tornare al punto, il sogno della democrazia mi pare crollato.

D. E chi decide, allora?

R. Come diceva felicemente Noam Chomsky qualche tempo fa, «i padroni dell'umanità».

D. Qualcosa a che vedere col Padrone del mondo di Robert Benson?

R. I padroni dell'umanità sono più che padroni del mondo, sono padroni dei vecchi e dei giovani, degli industriali e degli operai, se ce ne fossero ancora.

D. Triste.

R. Assurdo, e le ricordo che un'altra delle parole del mio romanzo è questa, «assurdità». E l'assurdità è che abbiamo sempre lottato per la ragione, perché la scienza portasse avanti la società, per governare gli istinti. Poi…

D. Poi?

R. Poi è arrivato il pensiero debole e via degradando. Ormai siamo all'antiscienza militata, si rende conto? Pensi alla storia dei vaccini. Ma le par possibile essere contro?

D. No, onestamente.

R. I vaccini salvano le vite dei bambini. Siamo alla «s-ragione», all'assurdo che domina. Da un mondo regolato dalla ragione, dalle regole, siamo arrivati all'opposto. Siamo al fatto che oggi si dice una cosa, domani un'altra. E non ce ne vergogniamo.

D. Si riferisce alla politica italiana?

R. Pistelli lei sa che io non parlo mai di politica italiana, preferisco stare coi miei matti, anche se in passato, forse lo ricorderà, mi sono offerto d'andare, gra-tui-ta-men-te, a Palazzo Chigi e in parlamento. Ma non mi vollero.

D. Va bene, diciamo che ragioniamo per astratto. Vada avanti

R. Dico che questa democrazia presuppone il nemico, mentre la democrazia di Platone è una ricerca, tutti insieme, del governo migliore, di una giustizia comune, di una felicità di tutto. E dico che il potere è la più grande malattia sociale, dato che si sostiene sul denaro.

D. Me lo spieghi meglio.

R. Uso il potere come verbo all'infinito. Il potere del «posso e faccio», perché lo dico io. Il ghe pensi mi che voi usate a Milano.

D. Marchio di fabbrica di un politico famoso.

R. Sì un politico pechinese, solo che non ricordo la traduzione in mandarino…

D. Non riesco a portarla su questo terreno, alzo le mani. Mi arrendo.

R. (ride) Quello che voglio dire è che questa società, da un punto di vista psichiatrico, tollera la maniacalità, come appunto il ghe pensi mi, il tutto io, l'apparire, mentre è intollerante verso la depressione.

D. Sì, il depresso non piace.

R. Riaprirebbero anche i manicomi, per i depressi! E invece piace, eccome piace, questa maniacalità di chi ha il potere: apparire continuamente, urlare. In genere persone poverissime dal punto di vista umano, che compensano con questa forza esibita.

D. Interessante.

R. L'idea del compenso è importante in psichiatria: sono quelli che non hanno niente e che, viceversa, dicono di esser proprietari di mezzo mondo, quelli che, come faceva Totò, vendevano il Colosseo agli stranieri.

D. E la Fontana di Trevi. Quindi i morti di fame al potere?

R. Sì e non voglio qui offendere le persone che non hanno mezzi, ma tanto più sono morti di fame e più aspirano al potere. E non ne sono mai sazie. Insomma, le storie psichiatriche di Stalin e di Hitler sono state studiate e dimostrano la frustrazione da cui questi personaggi arrivavano.

D. Senta i nostri sembrano tempi segnati dall'odio. Sui social, che lei biasima, gli odiatori, gli «haters», van per la maggiore. Eppure dentro la parola «democrazia», il protagonista del suo libro parla a lungo di perdono.

R. Mi raccomando di una cosa, Pistelli.

D. Mi dica.

R. Scriva per-dono, con una lineetta in mezzo.

D. Per ricordarne l'etimologia? Fatto.

R. Che bello perdonare. I vecchi amano il perdono. Ma non tutto è perdonabile. Lo so, ci sono ferite dure. Si figuri, nella mia lunga attività nei tribunali, se ne ho viste di storia tragiche. Ma perdonare soddisfa chi lo fa, è un gesto di bontà, di fiducia nell'uomo. Io amo l'uomo, l'uomo rotto. E anche l'uomo peggiore può cambiare, domattina. Perdonare è speranza, è credere che qualcuno possa essere una brava persona.

D. Andreoli, il perdono oggi è totalmente fuori mercato. Va meglio esser duri. L'altro giorno in treno, gente normalissima teorizzava la droga libera perché «almeno ne muoiono un po'», dato che ormai «non ci sono più le guerre a far selezione». Un tempo lo si diceva ma con un certo pudore.

R. Siamo alla regressione. Gian Battista Vico scriveva dei vari livelli di civiltà, degli dei, degli eroi, degli uomini. E poi, si decade a un nuovo stato selvaggio e si deve ricominciare da capo.

D. Corsi e ricorsi storici, diceva.

R. Oggi regrediamo all'età ferina, degli istinti. E la ragione non riesce più controllarli, né controlla la stupidità. L'odio sui social, dicevamo, è un esempio: oggi una cosa falsa diventa vera se in 50 mila la ripetono.

Solo gli utenti registrati possono commentare gli articoli

Per accedere all'area riservata