Walter Bonatti, un modo di essere

Proponiamo qui di seguito un'intervista a Walter Bonatti, realizzata il 10 novembre 1989, all'Auditorium "Fenzi" di Conegliano, in occasione della IV Rassegna di Film di Montagna,

di Osvaldo Segale - CAI Conegliano 10.11.1989

Proponiamo qui di seguito un'intervista a Walter Bonatti, realizzata il 10 novembre 1989, all'Auditorium "Fenzi" di Conegliano, in occasione della IV Rassegna di Film di Montagna, organizzata dalla nostra sezione CAI e patrocinata dal Comune di Conegliano e dall'Assessorato alla Cultura.

Bonatti ci aveva raccontato se stesso, facendolo come sempre in maniera chiara e stupenda, regalandoci due ore di vita avventurosa e gloriosa, due ore di suggestive ed affascinanti immagini con momenti di vera e pura poesia. Parlare delle grandi imprese di Bonatti ci sembra perfino superfluo per cui passiamo immediatamente all'intervista.

D. Walter Bonatti: alpinista, esploratore, fotografo e scrittore. Sono tutte attività che secondo lei hanno fatto parte di un sogno giovanile, poi realizzato, oppure da ragazzo sognava di fare ben altro?

R. Da ragazzo non potevo certo pensare che avrei fatto l'alpinista e neppure tutte quelle attività da lei elencate che poi, effettivamente, si sono succedute l'una all'altra. Tuttavia sapevo di essere un bambino dal carattere avventuroso e selvaggio. Partendo quindi da questa premessa non potevo che fare la vita che ho fatto e cioè vivere a contatto con la natura in modo avventuroso.

D. Tempo addietro, lei scrisse che fin da piccolo, le era molto più facile trattare con la natura che con gli uomini. Per quale ragione?

R. Si, purtroppo è vero. Vede, essendo io vissuto in un ambiente sano, naturale, difficile, però sincero (perché la natura può essere cruda, difficile, ma senz'altro sincera), e dovendomi poi trovare ad avere i vari rapporti con l'uomo che la vita ci impone, le risposte sono state diverse.

D. Cioè?

R. L'uomo oltre ad essere quel grande uomo che va sulla luna e altrove, è purtroppo subdolo. A tante virtù corrispondono altrettanti difetti che per me, spesso, sono stati intollerabili.

D. Quindi ...

R. Quindi, in questo senso mi sono sentito disarmato e purtroppo, di sorprese, nella mia vita ne ho trovate parecchie, pagandole naturalmente tutte sulla mia pelle. Lo so, è amaro dire questo, ma è così.

D. Ma a tanti anni di distanza questo suo atteggiamento nei confronti dell'uomo è migliorato oppure no?

R. Non è né migliorato, né peggiorato. Io sono cresciuto, ho le spalle più robuste, più forti, sono meno ingenuo e so già a priori quello che mi riserva il contatto con gli altri. Per il resto non è cambiato nulla.

D. L'alpinismo odierno, a suo avviso, com'è? E' ancora lotta, avventura, romanticismo, evasione e sport? Oppure le nuove tecnologie hanno cambiato questi aspetti?

R. Non lo so. Sinceramente non lo so. Io posso esprimere tanti giudizi, ma sempre riferiti a me. Potrei parlare di me, ma degli altri non posso e non voglio. Ma non voglio perché non posso. Ognuno è fatto a suo modo e ha i suoi perché, ha le sue ragioni di fare quello che fa.

D. Lassù sulle alte cime, si impara ancora a soffrire, a temprarsi, a maturare?

R. Per chi è portato a soffrire, a pagare o a conquistarsi le proprie cose che valgono per se, direi che le alte cime sono fatte ancora per quello. Chi invece non la pensa così ed è tarato su altri valori, può anche andare su mille cime, ma rimarrà sempre quello che è.

D. Quale delle sue montagne ha amato di più?

R. Le ho amate tutte perché, a loro turno, sono state desiderate, studiate, sofferte, gioite e quindi volute. Tutto quello che ho fatto lo ho amato, lo ho scelto e lo ho vissuto, quindi è sullo stesso piano di valori. Naturalmente ci sono poi quelle cose magari più eclatanti agli occhi e all'attenzione degli altri: il Cervino, il Dru, il Gasherbrum IV (tanto per voler dare ad ogni costo un nome), però veramente per me anche la montagna più insignificante, fatta per una certa ragione ed in un certo modo, è stata importante quanto può esserla stata la Nord del Cervino o la Ovest dell'Everest...

D. A proposito, cosa ricorda in particolare della grande avventura sul K2?

R. Non voglio ricordare niente, assolutamente niente. Preferisco dimenticare!

D. D'accordo. C'è stato un momento della sua vita in cui avrebbe voluto fermare il tempo?

R. Direi di no. Se da una parte il tempo si vorrebbe fermare, dall'altra è anche bene non fermarlo perché l'uomo nasce Ulisse, nasce avventuroso, vuole andare sempre più in là delle Colonne d'Ercole, per aumentare la propria conoscenza ed esprimere ancora di più il senso innato di avventura. Quindi perché fermare il tempo?

D. Sul degrado ambientale, in generale, cosa può dirci?

R. Il degrado purtroppo è una bomba innescata che sta su tutti noi. Però da come se ne parla direi che è di moda parlarne e tutte le cose di moda non sono depositarie della verità; bisogna prenderle con le pinze. Invece di parlarne tanto dovremmo essere più disposti a fare quello che ci compete perché con un cucchiaio d'acqua per ognuno di noi alla fine potremmo mettere insieme l'oceano.

D. Quindi...

R. Quindi salvare la natura è un impegno, è una responsabilità che ci dobbiamo assumere tutti, rinunciando a qualcosa e badando a qualcos'altro.

D. Come vive Bonatti lontano dalle montagne?

R. Benissimo. La montagna per me è stata molto importante e continua ad esserlo, ma nondimeno lo è il mondo intero con tutte le sue manifestazioni più genuine, meno conosciute. Io sono molto grato alla montagna perché è stata la prima grande natura con cui mi sono misurato. La montagna mi ha dato molto però, ad un certo momento, me la sono sentita come un abito stretto addosso ed ho avuto bisogno di allargare i miei orizzonti e di estendere il mio campo d'azione al mondo intero.

D. La montagna tuttavia risulta essere sempre molto importante per lei. Vero?

R. La montagna, ripeto, è stata importante a suo tempo e continua ad esserlo ancora, ma sotto il profilo della conquista (se di conquista si può parlare) non è più importante di un deserto, di una foresta o di un fondale marino. Io non ho smesso di fare una cosa per iniziarne un'altra. Ho semplicemente continuato la mia avventura e durante queste altre avventure in un deserto, foresta, ecc., ho cercato e ho trovato le stesse cose che cercavo sulle vette.

D. Quale importanza ha avuto la fotografia nella sua vita di alpinista e di esploratore?

R. La macchina fotografica per me è stata un po' come il taccuino d'appunti. Io ho sempre viaggiato con la macchina fotografica per prendere appunti visivi e col taccuino per prendere appunti scritti. Il tutto mi ha permesso poi di trasmettere agli altri le mie emozioni e le mie impressioni.

D. Cosa ci può dire circa il suo lavoro letterario "Un modo di essere"?

R. Il titolo mi sembra molto indovinato perché praticamente ho raccontato il mio modo di essere. E' un po' un mettermi di fronte al mio lettore.

D. Un'autobiografia senza peli sulla lingua ...

R. Io per la verità di peli sulla lingua non ne ho mai avuti, quindi tantomeno ne ho adesso. Io mi racconto semplicemente attraverso cose che non sono nemmeno eclatanti. Però alla fine viene fuori il mio modo di essere.

D. Un'ultima domanda. Come immagina il suo futuro?

R. Il mio futuro lo ripongo nelle mille idee che certamente ho perché sono un sognatore, sono uno che ama molto immaginare e sogranre, però tra l'immaginare ed il realizzare qualche cosa c'è di mezzo la materia.

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