La corazzata Potëmkin compie 100 anni. Capolavoro e mito, C’era una volta il cineforum, cattolico di
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nascita, comunista d’adozione, travolto dalla frase di Fantozzi sulla Corazzata Potëmkin
Tullio Camiglieri 28.12. 2025 alle 16:26 lettura2’
La corazzata Potëmkin compie un secolo e continua a occupare una posizione unica e scomoda nella storia del cinema: da un lato monumento intoccabile, pietra miliare studiata nei manuali e nei cineforum; dall’altro bersaglio privilegiato di ironia, simbolo per eccellenza del “film impegnato” vissuto come tortura collettiva. Un capolavoro che ha riscritto il linguaggio cinematografico, allo stesso tempo un mito ingombrante, trasformato dalla cultura pop in un incubo. Il film arriva nelle sale sovietiche nel dicembre del 1925, con una prima al Teatro Bol’šoj di Mosca che ha già il sapore della leggenda. Sergej Ejzenštejn lo realizza per celebrare il ventesimo anniversario della rivolta dei marinai di Odessa del 1905, insurrezione fallita ma carica di valore simbolico, letta come un preludio alla Rivoluzione d’Ottobre.
La Potëmkin nasce come film “su commissione”, dichiaratamente politico, destinato a costruire un immaginario e a rafforzare un’identità collettiva. Ma sarebbe un errore ridurlo a questo. La corazzata Potëmkin segna un punto di non ritorno: è uno dei momenti in cui il cinema smette di limitarsi a raccontare una storia e comincia a pensare per immagini. Ejzenštejn non si accontenta di mostrare gli eventi: li organizza secondo una logica nuova, scientifica, quasi matematica. Il montaggio diventa il vero protagonista: non serve a raccordare le scene, ma a produrre senso ed emozione attraverso il conflitto tra le inquadrature. È qui che nasce il celebre “montaggio delle attrazioni”, capace di guidare lo spettatore, colpirlo, manipolarlo consapevolmente. La sequenza della scalinata di Odessa, ancora oggi citata, omaggiata, rifatta e parodiata, resta uno degli esempi più evidenti di questa rivoluzione. Basti pensare alla scena della carrozzina che scivola sulle scale della Union Station di Chicago ne “Gli Intoccabili” del 1987. Non è importante “chi” spara o “chi” cade: contano i volti, i corpi, il ritmo, l’accumulo di tensione.
Il cinema, con Potëmkin, scopre di poter agire direttamente sul sistema nervoso dello spettatore. Non è solo narrazione, è esperienza emotiva. Eppure, a distanza di cento anni, avvicinarsi a questo film non è semplice. A questo si aggiunge la micidiale eredità di Fantozzi. La parodia di Paolo Villaggio è stata talmente efficace da ridefinire l’immaginario collettivo: “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca” non è solo una battuta, ma una liberazione catartica da un cinema percepito come noioso, ideologico, imposto dall’alto. Ma Fantozzi non prende di mira Ejzenštejn. Prende di mira l’uso dogmatico della cultura; la risata nasce non contro il film, ma contro il rito che lo circonda. Ed è proprio questo il punto: forse, a cent’anni dalla sua nascita, il modo migliore per avvicinarsi alla Potëmkin è liberarla. Dimenticare per un attimo le etichette e le spiegazioni obbligatorie. Guardarla come se fosse un film “nuovo”. La sua radicalità non sta solo nell’ideologia, ma nella forma, nel coraggio di sperimentare, nell’idea che il cinema possa essere uno strumento attivo, non neutro. Certo, resta un film figlio del suo tempo, intriso di retorica rivoluzionaria, privo di ambiguità morali.
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Capolavoro o mito? Probabilmente entrambe le cose. Un capolavoro autentico, che ha davvero riscritto il linguaggio del cinema. E un mito che, come tutti i miti, rischia di diventare una caricatura di sé stesso. A cento anni di distanza, la sfida non è difenderlo né demolirlo, ma guardarlo di nuovo, senza paura. Anche sapendo che, se Fantozzi entra in sala, una risata può ancora scapparci. E non è necessariamente un tradimento.


