ANCORA SULL’IDEOLOGIA REGRESSIVA DEL “CHILOMETRO ZERO”

Alla radice dell’ostilità diffusa contro i grandi accordi transatlantici di libero scambio sta il vagheggiamento di una economia in cui persone e merci si muovono molto meno; ma si dimentica che in quell’economia il lavoro umano è molto meno produttivo e meno retribuito

Pietro Ichino, PD da www.pietroichino.it

Editoriale telegrafico per la Nwsl n. 444, 10 luglio 2017 –

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Contro la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio euro-canadese, come già contro quello analogo con gli U.S.A., si sta scatenando in tutta Europa un’opposizione che ha tutti i caratteri della psicosi di massa. Tanto diffusa e accanita, quanto sono false le notizie su cui è fondata.

Viene denunciato il pericolo che il vecchio continente sia invaso da prodotti geneticamente modificati o da carne agli ormoni (anche se l’accordo esclude esplicitamente gli uni e l’altra), che le normative nazionali a tutela della salute e dell’ambiente ne vengano travolte (l’accordo invece le salvaguarda espressamente), che ne conseguano gravi crisi occupazionali (al contrario, l’accordo aumenterà occupazione e redditi, perché quella europea e quella canadese sono economie fortemente complementari). Si teme, ancora, che l’assoggettamento alla giurisdizione speciale di una Corte sovranazionale istituita dal trattato leda la sovranità delle nostre istituzioni democratiche; ma questa Corte opererà anche a tutela di nostri diritti commerciali, che oggi in Canada non sono protetti per nulla; e comunque qualsiasi trattato internazionale deve prevedere una giurisdizione sovranazionale che lo garantisca: lo prevede la nostra stessa Costituzione.

Che cosa, dunque, si annida sotto questa reazione irragionevole, da destra e da sinistra, contro un ragionevolissimo accordo di libero scambio, prezioso per un Paese esportatore qual è l’Italia? Se si scava un po’, alla radice di tutte le opposizioni si trova l’ideologia del “chilometro zero”. Cioè il vagheggiamento di un’economia nella quale sia le persone sia le merci si muovono molto meno e le cose restano uguali a se stesse per una vita e anche più. Nulla da eccepire, purché sia chiaro che in una economia di quel tipo non ci sono né l’I-Phone, ne i pc, né Internet, né il biglietto Milano-Londra a 30 euro; e il lavoro umano è mediamente molto meno produttivo e peggio retribuito che in una economia aperta alla specializzazione internazionale

Economia

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