Il pericoloso gioco di prestigio che separa la previdenza dall’assistenza per aumentare la spesa

Perché questa profusione di sforzi sulle pensioni e non sull'educazione o la ricerca di base? Il ritratto di un paese a cui non interessa la felicità nel corso della vita, ma che si preoccupa solo di ritirarsene

di Maria C. Cipolla 4.2.2020 ilfoglio.it –lettura 4’

Milano. Di maghi più o meno male intenzionati sono pieni la letteratura (si pensi all’Orlando innamorato), il cinema (The prestige e dintorni) e anche la cronaca (qualche anno fa a Milano divenne celebre il ladro che ipnotizzava le vittime). Ma tra i tanti, più pericolosi sono quelli che maneggiano i conti, i prestigiatori delle cifre. Cos’è, infatti, se non un trucco da illusionista quello accarezzato dal presidente Inps Pasquale Tridico e dal segretario della Uil Carmelo Barbagallo quando dicono che una volta separate la spesa previdenziale tout court e quella assistenziale si capirà che l’Italia non spende tanto in pensioni, come invece si ostinano a denunciare Ue, Fmi e Ocse?

L’idea dello scorporo, in nome della trasparenza, è di Tito Boeri, ma l’ex presidente Inps non ha contestato le statistiche ufficiali né ha proposto la separazione contabile per aumentare la spesa previdenziale, anzi. Il suo successore, Tridico, sostiene che “la spesa pensionistica italiana non è la più alta di Europa” e secondo Barbagallo il confronto col governo ha anche l’obiettivo di dimostrare che i numeri sono altri. Sulla separazione delle due spese è inoltre pronta una commissione ad hoc, lanciata dal ministro del Lavoro Nunzia Catalfo senza specificarne lo scopo.

Chi contesta l’accorpamento delle due gestioni, sostiene che l’assistenza non possa essere considerata spesa previdenziale perché finanziata direttamente dalla fiscalità generale. E però questo non è un criterio valido nel confronto europeo, visto che in alcuni paesi europei le pensioni sono pagate direttamente dalla fiscalità generale – è il caso, spiegano le linee guida di Eurostat, della Danimarca, dell’Olanda, e in parte anche di Lettonia e Svezia (per le pensioni di garanzia). C’è poi la contestazione sull’uso della cifra lorda, cioè inclusiva delle imposte, ma è così anche nel resto d’Europa: Eurostat spiega che nell’Ue a 28 “il 90 per cento delle prestazioni di vecchiaia e di reversibilità” è soggetto “a tasse e contributi sociali”. Poi, il nodo sostanziale: a guardare la composizione della spesa Inps nel dettaglio, la distinzione tra assistenza e previdenza non è netta. Nel bilancio 2018 la spesa totale è circa 265 miliardi, di cui 21 (l’8,2 per cento) di “spesa assistenziale”. Ci rientrano le pensioni di invalidità – per il 50 per cento del totale – e quelle sociali. E poi c’è la Gias, la gestione interventi assistenziali che, nata nell’89 con lo scopo di separare le due tipologie di intervento, è finita per mescolarle e oggi provvede agli assegni sociali, integra le pensioni minime, paga oneri per pensionamenti anticipati, parte della spesa previdenziale dei dipendenti pubblici e degli agricoltori, per un totale di 17,6 miliardi di euro su 55 di spesa per trattamenti pensionistici. “Gli oneri della Gias sono dovuti al fatto che i contributi dell’Inps non sono sufficienti a coprire l’ammontare delle pensioni dovute”, spiegava l’economista e consigliere del Mef, Marco Leonardi, nel documento sulle pensioni redatto per il Cnel e, come già scritto dal Foglio, censurato dal rapporto presentato a dicembre proprio perché non gradito ai sindacati. Leonardi aggiungeva anche due notazioni importanti. Primo, che l’assistenza è destinata a espandersi col passaggio al contributivo, quando “bisognerà coprire con un’integrazione al minimo finanziata dalla fiscalità generale le pensioni di lavoratori con carriere discontinue che avranno raccolto pochi contributi” e quindi che separarla dalla previdenza rischia di creare “pensionati di serie A e di serie B”. Secondo, che quella spesa ha anche una funzione redistributiva e quindi “qualsiasi taglio alla spesa assistenziale o alla parte assistenziale della previdenza avrebbe effetti molto incisivi sulla distribuzione dei redditi”. Un avvertimento che sembra rivolto a chi intendesse privilegiare la serie A che gioca oggi, tagliando alla serie B del girone di domani.

Modificare i numeri non cambia la realtà, come dipingere un trompe-l’œil su una parete non salva dallo sbattere contro il muro. Nella Bruxelles di Magritte, poi, sanno benissimo che le immagini tradiscono, che si può disegnare una pipa, anche se questa non è una pipa. E infatti per la Commissione europea, come spiega l’Ageing report 2018, la spesa pensionistica è e resta quella che copre le “pensioni e le prestazioni in denaro equivalenti concesse per un lungo periodo (oltre un anno) per vecchiaia, prepensionamento, invalidità, reversibilità (vedove e orfani) e altri scopi specifici che dovrebbero essere considerati equivalenti o sostitutivi dei suddetti tipi di pensioni, vale a dire pensioni anticipate dovute alla ridotta capacità di lavoro o per ragioni del mercato del lavoro”. Per Bruxelles conta soprattutto l’impatto sulle finanze a medio e lungo termine. Il rapporto sulla sostenibilità del debito (Debt Sustainability Monitor 2019) del 24 gennaio stima per l’Italia un aumento medio della spesa dello 0,2% del pil dal 2019 al 2031: si arriva al 16,1% nel 2022 e al 18,6% nel 2040 (19,1% nel caso in cui quota 100 fosse prolungata) e solo nel 2070 si scende sotto il 15%. Su questo fronte c’è poco da fare. Tanto è vero che Roma, che pure ha i suoi esperti ministeriali nei comitati economici del Consiglio Ue, non ha mai sollevato ufficialmente la questione, al contrario di quanto fatto su altro, dal pil potenziale (quindi il calcolo dell’output gap) agli investimenti.

Le metodologie per 27 stati non cambiano con un trucco magico e quindi qual è l’obiettivo del confronto? Si tratta di ricerca benemerita di trasparenza o di voler convincere gli italiani che spendiamo poco nonostante le statistiche, come sostiene Barbagallo? E, nel caso, perché? Per far crescere ancora la spesa pensionistica?

E se non si trattasse di niente di tutto questo, perché alzare un nuovo inutile polverone con l’Ue e le altre istituzioni internazionali? Perché questa profusione di sforzi sulla previdenza – l’Italia spendeva il 15,8% del pil già nel 2016, dietro solo alla Grecia (16,5%) – e non sul resto? La spesa per l’educazione, per esempio – il 3,8% nel 2017, media Ue al 4,6%. O quella per famiglie e bambini: l’1,6%, in Francia al 2,4%. O la ricerca di base (ricordate Fioramonti?): spendiamo la metà della media Ue (0,3%) e meno di un terzo della Germania. Sono numeri che sembrano ritrarre un paese a cui non interessa la felicità nel corso della vita, ma che si preoccupa solo di ritirarsene: una visione mortifera, buona forse per maghi dell’occulto, ma solo per loro

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