La Consulta e legge Fornero al cimitero. Luci (poche) e ombre (tante)

 di una sentenza choc della Corte. Si nega che “emerga dal disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento

di Redazione | 30 Aprile 2015 ore 20:26

Elsa Fornero (foto LaPresse)

La Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo della legge di Elsa Fornero (ex ministro del Lavoro del governo presieduto da Mario Monti tra il novembre 2011 e il 2013) che aveva bloccato per due anni l’adeguamento automatico delle pensioni superiori a 1.400 euro lordi al mese.

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Se si guarda al merito non si può che condividere una decisione che mette un argine alle tendenze superegualitarie che puntano a “punire” chi percepisce rendite pensionistiche tutto sommato modeste ma descritte come “pensioni d’oro”. Se invece si va a vedere il dispositivo della sentenza, dove si motiva l’abrogazione della norma con il carattere indefinito delle esigenze finanziarie che l’avevano motivata, si rimane perplessi di fronte a una ingerenza della Consulta nelle valutazioni politiche sulla situazione del bilancio pubblico che spettano al governo e al Parlamento. Si nega che “emerga dal disegno complessivo la necessaria prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento”, in pratica si considera insufficiente la motivazione politica del provvedimento, il che, anche se fosse vero, e probabilmente lo è, non rappresenta però un argomento di sanzione giudiziaria e tanto meno costituzionale, trattandosi appunto di una magari erronea valutazione che rimane però nelle competenze e nella responsabilità degli organi legislativi. Una legge sbagliata o mal motivata non è per questo incostituzionale. Proprio per questa esondazione del potere giudiziario dal suo ambito si può criticare la sentenza, magari persino sospettando che i magistrati abbiano anche inteso difendere le loro pensioni, che sono sicuramente superiori ai 1.400 euro. Così persino una decisione apprezzabile nel merito rischia di rappresentare un precedente assai pericoloso per l’interferenza indebita che rappresenta.

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