Meglio fusi che fossili

Perché non è affatto il caso di piangere la vendita di Italcementi

di Redazione | 31 Luglio 2015 ore 06:15 Foglio

Non c’è motivo di piangere per l’acquisizione di Italcementi da parte della tedesca Heidelberg. Non poteva esserci momento migliore per la dinastia bergamasca dei Pesenti per entrare con buon tempismo nel primo round di consolidamento del settore cementiero. L’acquisizione ha alcuni benefici.

In primis consolida la posizione di mercato di Heidelberg/Italcementi appena dietro a LafargeHolcim, il colosso creato la scorsa settimana che ha dato una spinta verticale alle fusioni/acquisizioni. Ci sono chiare economie di scala e alcune potenziali sinergie: i profili geografici sono complementari, sebbene convergano su mercati ormai maturi e su mercati in via di sviluppo oggetto di turbolenze politiche, come l’Egitto. Italcementi era quasi obbligata a farlo, senza controindicazioni.

La generazione di ricavi del gruppo migliora in India, America, Marocco ma langue in Francia, Belgio, Italia. Italcementi era dunque incapace di espandersi all’estero – poteva essere solo preda. E il teatro italiano di certo non brilla per vitalità dell’edilizia privata e pubblica o per generose possibilità di movimento. Certo può lasciare l’amaro in bocca ai nostalgici delle grandi acquisizioni oltralpe, in stile anni 80, o a chi paventa l’uscita di Italcementi dalla Borsa italiana. Ma prima di dogliarsi per chi se ne va, ci si domandi quali sarebbero le ragioni per restare.

D’altronde gli incentivi a lavorare serenamente non abbondano, visto che Italcementi è stata oggetto di un sequestro giudiziario per una presunta violazione di (ballerine) norme anti inquinamento che nel 2012 bloccò l’impianto di Colleferro. Meglio perciò diluirsi in qualcosa di grande che fossilizzarsi.

Categoria Economia

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