Cosa c'entra il tracollo delle materie prime con il comportamento "animale" dei risparmiatori cinesi

Siamo vacche o topi davanti al panico finanziario?

di Francesco Forte | 07 Agosto 2015 ore 06:18 Foglio

COMMENTA 1 |   | 

Roma. Il ciclo delle materie prime è sempre esistito. Infatti quando la domanda di materie prime fa salire i prezzi, diventa conveniente investire nella esplorazione e nello sfruttamento di nuove miniere, tenendo conto della tendenza probabile della loro domanda ad espandersi, che viene, in larga misura, desunta dalla estrapolazione del trend economico in atto. Sin quando rimane la tensione dei prezzi, ciò vuol dire che la domanda supera l’offerta. Poiché l’investimento richiede un lasso di tempo pluriannuale, prima di dar luogo alla produzione, la tensione dei prezzi permane anche quando gli investimenti iniziati, una volta realizzati, bastano a soddisfare la domanda.

C’è così una sovra-espansione, che fa scendere i prezzi, ma non genera una riduzione sostanziale dell’offerta perché oramai la capacità produttiva è stata creata, con costi già sostenuti.Pertanto anche se il prezzo è a un livello poco sopra il costo variabile e non copre il costo fisso, è meglio continuare a produrre perché così si recupera, almeno in parte, il costo fisso mentre la chiusura fa perdere di più. I problemi ci sono per gli investimenti effettuati a debito. I cicli delle materie prime minerarie sono stati accentuati da quando nei mercati hanno assunto importanza i derivati finanziari, riguardanti gli acquisti futuri. In essi si possono formare bolle speculative che accentuano i rialzi di prezzo, causando artificiose rarefazioni della domanda.

ARTICOLI CORRELATI  La fine della moneta facile mette i brividi  Una cosa (semplice) che non vi hanno detto sulla bolla cinese

Quando la bolla speculativa esplode, eventualmente perché è intervenuta una politica monetaria restrittiva, le miniere si trovano di fronte a una discesa di prezzi artificialmente alimentata dalla liquidazione forzata delle operazioni rialziste. Certo, le maggiori compagnie minerarie conoscono questi fenomeni e ne tengono conto nelle loro politiche di investimento e nelle loro previsioni. Colossi dell'estrazione come la brasiliana Vale e l'anglo-australiana Rio Tinto sono non a caso in sofferenza. Ma questa volta il calo generalizzato delle materie prime è differente, perché la fluttuazione della domanda dipende da quella dei paesi emergenti.

Dieci anni fa la dinamica dei mercati mondiali delle materie prime era ancora dominata dai paesi sviluppati dell’Europa e dell’America più Australia e Nuova Zelanda, che avevano una quota  del 54 per cento del pil mondiale. Ora essi sono scesi a quota 43 perc del pil mondiale, perché ci sono paesi che stanno crescendo rapidamente, in Asia e in Africa. La quota del pil mondiale dei paesi asiatici è passata dal 109 al 29 per cento . Non si tratta solo del miracolo economico (e politico) della Cina, perché c’è anche la crescita dell’India. Ma la Cina con la sua fame di materie prime determina gran parte del ciclo del loro mercati mondiale. Dal canto suo, cresce anche l’Africa sub sahariana, immenso serbatoio di materie prime, che era nel 2004 il 3 per cento del pil mondiale ed ora è lo 8!

Il ciclo della materie prime dominato da paesi emergenti con oltre un miliardo di abitanti, con tassi di crescita medi superiori al 5 per cento è nuovo, nella scienza economica. E soprattutto lo è perché la finanza mondiale ora non ha più base aurea o parità aurea e nei prezzi delle materie prime dominano i derivati. Gli sbalzi attorno al livello di equilibrio, presumibilmente, sono più ampi. Ma forse la loro forma segue regole bio-antropolgiche universali, come quelle che presenterò fra poco sulla base del modello di Gordon Tullock, l’economista di “public choice” da poco scomparso, che ha inaugurato la nuova disciplina dell’economia della biologia generale, che include i non umani e gli umani.

Il ciclo della Cina e di altre paesi di crescita al di sopra del 5 per cento medio è una anomalia che matematicamente non può durare, per una elementare legge degli interessi composti. Quando il pil è 100 lo 8 per cento vale 8. Ma quando il Pil è 200 lo 8 per cento vale 16 e il 5 per cento vale 10, comunque maggiore di 8. Siamo dunque al punto di flesso? Siamo a un falso piano o a un plateau? Dopo il plateau, inevitabilmente, ci sarà la discesa. Ma quando?

Frattanto, la crescita del piI diventa man mano più leggera”, incorpora più servizi e meno beni, più materie prime leggere che pesanti. Usa molto meglio i materiali e l’energia. Anche qui c’è una novità, ossia l’era elettronica, meccatronica e biochimica. Fa risparmiare materiali e crea nuovi materiali, sempre più versatili.

Ed ecco la terza novità, con cui ci stiamo addentrando nella bio economia tullockiana. La Cina è un paese comunista maoista che è diventato capitalista. L’homo oeconomicus cinese, per diventare imprenditore, risparmiatore, investitore, banchiere ha dovuto uscire dal branco del collettivismo cinese, con un marcato iper-individualismo. Secondo Tullock ci sono due tipi di società e di modelli sociali, quello K (vacche=cows), che riguarda gli animali gli umani con egoismo collettivo che vivono in branco, come le vacche che seguono le leggi del branco di solidarietà, imitazione, gerarchia. E il modello R (dei topi= rats) che riguarda gli animali con egoismo individuale, ovvero in questo caso il comportamento cinese.

I due modelli per altro si associano pacificamente, ad esempio nella famiglia, micro unità di egoismo collettivo. E si associano, coercivamente, nella società tramite l’economia pubblica. Che funziona meglio in un mondo a prevalenza K che in uno a prevalenza R. In Cinac’è una polarizzazione, da un lato il collettivismo coercitivo o ciò che ne rimane, dall’altro l’individualismo die capitalisti. Ma ci sono anche le comunità finanziarie, come le borse e la annessa finanza, in cui opera un po’ la legge K e un po la legge R. La strada della conoscenza del nuovo ciclo ora si è illuminata.

Categoria Economia

COMMENTI

11- Franco Bonavia • 24 minuti fa

“..se il prezzo (della materia prima) è a un livello poco sopra il costo variabile e non copre il costo fisso, è meglio continuare a produrre perché così si recupera, almeno in parte, il costo fisso mentre la chiusura fa perdere di più”. No, caro

professore, funzionava così in Italia e nei paesi comunisti. Se le previsioni

di perdita sono a lungo termine, è meglio chiudere e riaprire in tempi migliori.

Detto così fa imbestialire Landini e soci. Meglio (per come la penso io) un’impresa viva che ha potenziali di sviluppo futuri che un’impresa morta. Nei paesi da lei citati la sostenibilità del settore (inimmaginabile in Italia) rende la mobilità dei minatori accettabile, se perdono il lavoro. È la sostenibilità di un settore economico la chiave di sviluppo di un paese.

Categoria Economia

Solo gli utenti registrati possono commentare gli articoli

Per accedere all'area riservata