Banca Etruria, folle storia di ordinaria provincia Promosso Brunetta che chiede una commissione parlamentare d'inchiesta sulla vigilanza bancaria;

 bocciata la Consob che dimostra la sua inutilità; bocciata Boldrini che ci ricatta moralmente fino a trasudare bontà; promosso Pallotta che a Roma è venuto a fare affari, non a rubare, ma gli mettono i bastoni tra le ruote.

di Lanfranco Pace | 12 Dicembre 2015 ore 14:19 Foglio

Gianni Brunacci, giornalista tra l'altro di Arezzo notizie, notiziario on line della locale Confindustria, è osservatore privilegiato della storia di Banca Etruria. Dice al Foglio che nessuno sa come stiano veramente le cose, ogni giorno se ne scopre una. Il male avrebbe origine nella lunga èra targata Elio Faralli, consigliere fin dal lontano 1974 e presidente dal 1980,  imprenditore, sua la discoteca il Principe, una delle più note della Toscana,  e per lungo tempo uomo più potente della città. Era nota la sua affiliazione alla massoneria, loggia del Grande Oriente, una cosa che non può fare scandalo in una città di centomila abitanti in cui le logge nate da litigi e scissioni sono una buona cinquantina. 

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Faralli è sempre rieletto alla guida della banca, fino all'età venerabile di anni 86. Lascia la presidenza il 23 maggio 2009,  i conti non sono un gran ché ma non al collasso: in cambio ottiene l'azzeramento di tutti i suoi debiti personali, riceve un premio alla trentennale carriera, (1,3 milioni di euro) al di fuori del Tfr, un appannaggio di diecimila euro mensili per cinque anni in cambio dell'impegno a non fare concorrenza all'istituto. Muore dopo due anni, il Faralli, per tre anni gli emolumenti vanno ai figli. Non è mai buona cosa la demagogia spicciola, dice Brunacci, se non che la disinvoltura gestionale inaugurata dal Faralli farà scuola anche tra i successori: insomma è il classico cattivo esempio che viene dalla testa e che nessuno può elargire in modo sfrontato, vistoso in tempi così difficili. L'incazzatura dei risparmiatori viene anche da qui.

A Faralli succede come presidente Giuseppe Fornasari, al termine di uno scontro tra massoneria e Opus Dei vinto da quest'ultimo, punto di riferimento e di raccordo di molti ex democristiani aretini. Sembra la storia vista da un dietrologo fesso, di quelli che l'11 settembre è stato il Mossad e lo sbarco sulla luna una fiction girata su un set cinematografico: invece è proprio così, si passa dai massoni all'Opus Dei. Fornasari viene rieletto nel 2010: con la massoneria ormai fuori gioco, vince contro una nuova cordata guidata dall'imprenditore calzaturiero Soldini e da un tecnico d'esperienza, Vincenzo Lacroce, per molto tempo ispettore della Banca d'Italia. All'annuncio della rielezione di Fornasari pare che abbiano brindato anche i pd dell'ex Margherita e i renziani della prima ora, Marco Donati, attuale deputato della città, e Matteo Bracciali, sponsorizzato da Maria Elena Boschi e candidato sconfitto alle elezioni amministrative di giugno.

Le prime indiscrezioni sullo stato di salute di Banca Etruria cominciano a filtrare alla fine del 2010, la Banca d'Italia invia i suoi ispettori. Tornano nel 2013 e nel 2014, in quest'ultima occasione resteranno chiusi negli uffici a spulciare carte per ben sei mesi.

Le palle al piede di Banca Etruria, secondo Bankitalia, sono la palese incompetenza degli amministratori e una montagna di crediti inesigibili, concessi a destra e a sinistra agli amici e agli amici degli amici, casi di centinaia di milioni concessi a imprese cotte e decotte. Un miliardo di crediti evaporati nel nulla vengono “spesati”, cioè iscritti a bilancio come perdite, per tranche, nel 2012 e nel 2013: se si calcola che successivamente ne emergeranno altri 3 e che ci sono le perdite del 2014, il totale dei crediti inesigibili supera largamente i 4 miliardi ed è più vicino ai 5. All'epoca dei guai del Montepaschi furono usati i Monti bond per 4 miliardi e ci fu grande polemica, ma almeno il Mps era la terza banca del paese, non la diciannovesima o la ventesima. E quei soldi li ha restituiti tutti, sia pure con un po' di ritardo.

Nel febbraio 2015, quattro mesi dopo l'ultima ispezione, la Banca viene commissariata, la situazione dunque era chiara fin da allora. Ma soltanto qualche settimana fa il governo ha emanato il decreto con cui mette tutte le sofferenze delle quattro banche (Etruria, Marche e due casse di risparmio, Ferrara e Chieti)  in una sola bad bank e restituisce al mercato una Banca Etruria nuova e ripulita. Perché decidere in fretta e furia, in venti minuti una domenica pomeriggio? Perché aspettare così tanto, dopo la diagnosi di Bankitalia, lasciare che altri 500 milioni venissero bruciati in inutili ricapitalizzazioni e aumentasse ancora il numero di risparmiatori caduti nella trappola delle obbligazioni cosiddette subordinate?

La vox populi vuole che le banche, le altre, le grandi, si stiano leccando i baffi: chi a febbraio vincerà l'asta per la nuova Etruria si metterà in tasca a prezzi stracciati un reseau di sportelli presenti fin nel più piccolo comune della Toscana e di parte del Lazio. Ma farà un fior d'affare anche chi si comprerà la bad bank, del cattivo credito se ne recupera più o meno il 27 per cento: tre miliardi di carta straccia fanno perciò 800 milioni circa. Un affare.

Restano comunque alcune domande. La vigilanza della Banca d'Italia su cosa vigila, è in grado di impedire i tracolli o si limita ad accompagnarli? Dicono a Palazzo Koch che non hanno strumenti adeguati per sanzionare chi sgarra: che li chiedano. La stessa domanda vale per la Consob che una volta di più conferma la sua assoluta inutilità.

Bene fa Renato Brunetta dunque (voto 9) a chiedere che sia istituita una commissione parlamentare d'inchiesta sulla vigilanza bancaria: questa storia dell'autonomia della Banca d'Italia, formalmente indipendente dal potere politico ma dipendente eccome dalle banche che la possiedono e controllano, non sta ormai più in piedi.

 NOTA BENE

La ragione per cui molto si parla della disavventure di una banca di provincia sono le migliaia di persone messe sul lastrico e fin qui tutto ci sta, persino un Salvini che sbarca con tanto di felpa “Arezzo” (voto 6) e un Gasparri (voto 6), chiamato in soccorso dal suo figlioccio aretino, Francesco Macrì. Ma se ne parla anche per via di una malignità: nel consiglio di amministrazione di Banca Etruria ha seduto per qualche mese  il dott. Boschi, padre di quella delizia botticelliana che è Maria Elena Boschi (voto 9 a prescindere). Che la si pianti: il dottor Boschi, inquisito per atto dovuto come tutti i consiglieri e direttori che si sono succeduti, ha incassato gettoni di presenza ma è innocente per mancanza di potere: in consiglio rappresentava i coltivatori diretti, figli del dio più minore che possa esserci ad Arezzo. A Roberto Saviano voto 2 per un’intemerata senza senso contro il ministro Boschi

 BOLDRINI: LACRIME E LAGNA

Non so come Laura Boldrini (voto 4) veda il suo futuro politico ma se davvero ha l'ambizione di essere candidata premier della sinistra, dovrebbe prendere le distanze da tutto quello che nel mondo rappresenta disperazione, lacrime e ci ricatta moralmente fino a trasudare bontà. Non se ne può più di vederla passare da una cerimonia all'altra in cui si danno premi e riconoscimenti a tutti coloro che fanno del bene o lo raccontano con le parole che si portano. Un primo ministro credibile deve dimostrare che può circondarsi di persone che non siano solo leccate mammolette e occuparsi anche di ciò che stride, puzza, sa di sudore e magari di merda. In caso contrario si rischia di essere soltanto il lascito imprevedibile e imbarazzante di quello sciagurato di Nichi Vendola (voto 5).

 OH OH GABRIELLI

C'è un marziano a Roma, James Pallotta (voto 7): va bene, è un gaffeur ma insomma, è venuto a fare affari, immobiliari e sportivi, non a rubare. Mai avrebbe pensato di trovarsi di fronte alla demenza di istituzioni ed establishement che fanno a gara a mettergli i bastoni tra le ruote. Per esempio Franco Gabrielli, a cui tre giorni di Giubileo hanno dato alla testa (voto 4). Il prefetto straordinario incontra Pallotta lunedì per parlare del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle ma fino ad oggi si è comportato con lui come un sussiegoso cafone: quel “io ricevo cani e porci” da parte di uno che in vita sua ha fatto soltanto il pubblico funzionario, non si può proprio sentire.

Categoria Economia

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