Ecco una tranquilla giornata di assedio a tutte le banche italiane

Titoli finanziari colpiti in Borsa, alcuni sospesi per eccesso di ribasso. Mps tracolla. E’ di nuovo Lady Spread?

di Alberto Brambilla | 18 Gennaio 2016 ore 06:06 Foglio

Roma. Mentre il presidente del Consiglio Matteo Renzi continuava a sfidare l’establishment europeo su vari dossier, anche economici, le fragilità strutturali dell’industria bancaria italiana hanno funzionato da pretesto per una giornata di vendite a Piazza Affari, colpita dai ribassi già nelle ultime due settimane.

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Il Ftse Mib ha aperto in rialzo (più 0,7 per cento), in linea coi listini europei, per poi subìre, quasi in solitaria rispetto alle altre Borse, vendite sui titoli finanziari che in parte sono stati sospesi per eccesso di ribasso, e quindi chiudere a meno 2,6. Il settore bancario, già scosso dalla recente procedura di risoluzione per quattro banche regionali, ha accusato vendite massicce. L’indice che riunisce i titoli bancari (Ftse Banche) ha perso il 17,36 per cento da inizio anno (ieri il 5,7) tornando ai livelli del gennaio 2015. Le banche con una reputazione non solida e con maggiori difficoltà hanno sofferto.

Il Monte dei Paschi (meno 14,76 per cento) ha toccato i minimi storici (0,76 euro per azione) proseguendo una caduta iniziata a ottobre; da allora ha perso il 50 per cento. Mps aveva ricevuto 3 miliardi in aumento di capitale a giugno, ora capitalizza in Borsa 2,2 miliardi. La Consob ha tentato di arginare le vendite su Mps vietando lo short-selling. “Ci sono mani italiane ed estere, vedremo a fine giornata chi ha venduto”, ha detto il presidente Giuseppe Vegas (“mani” forse non americane, ieri Wall Street era chiusa per festività).

 

Colpite le banche popolari prossime a ricevere a febbraio un’indagine conoscitiva della Bce sui crediti deteriorati: Ubi Banca (meno 7,28), Banco Popolare (meno 6,73), Bpm (meno 5,55), Popolare Emilia Romagna (meno 8,73). L’attacco speculativo ha riguardato anche Intesa Sanpaolo (meno 5) e Unicredit (meno 5,3).

Alcuni operatori e banchieri sentiti dal Foglio sottolineano l’andamento “perverso” dei corsi di Borsa, fino addirittura a paragonare la speculazione sulle banche alla pressione sui titoli di stato dell’estate 2011. “Col petrolio ai minimi da 12 anni e i tassi sotto zero dovremmo gioire viste le condizioni ottimali per sostenere la ripresa – dice un banchiere d’affari – invece c’è sfiducia nel credito, una sostanziale avversione al rischio, l’abbondante liquidità è in mano a pochi soggetti privati, e le banche italiane sono strozzate tra la difficoltà a guadagnare e mantenere strutture costose”. Unicredit in questo senso è sorvegliato speciale. L’istituto guidato dal 2010 dall’ad Federico Ghizzoni ha in pancia la mole più grande di crediti deteriorati dell’industria bancaria europea (84,4 miliardi di euro su 200 miliardi complessivi) e la bad bank interna ha dato risultati magri.

Unicredit, in ossequio al piano strategico 2015-’18, sta avviando un’operazione di riduzione del perimetro dell’istituto in Europa centro-orientale, dopo diverse acquisizioni che negli anni hanno creato una rete in 17 paesi, riorganizzando anche la rete commerciale in Italia. Il piano strategico prevede un taglio del 14 per cento del personale e la cessione delle attività in Ucraina (Ukrsotsbank è destinata ai russi di Alfa) ma per alcuni analisti e commentatori non sarà sufficiente. A differenza di Intesa Sanpaolo, paga lo svantaggio di essere esposta sull’immobiliare tedesco con HypoVereinsBank, comprata nel 2005. Nei primi nove mesi del 2015 il risultato netto del gruppo è stato inferiore di 296 milioni rispetto al 2014, facendo peggio di tutte le concorrenti italiane. Barclays ritiene “non convincente” il piano di Ghizzoni e insiste nella necessità di un quarto aumento di capitale nel giro di sei anni. Una scelta che Ghizzoni nega e che sarebbe impalatabile per gli azionisti, in particolare esteri che insieme ai fondi controllano la maggioranza del capitale e possono coalizzarsi per determinare le sorti dei vertici. Unicredit si è legata in un abbraccio obliquo con l’emirato di Abu Dhabi – il fondo di Aabar ha 6,4 per cento, mentre la banca è prima azionista con il 33 per cento di Alitalia-Etihad, compagnia aerea del fondo emiratino Mubadala – così la difficoltà dei paesi rentier arabi a guadagnare col petrolio diventa un rischio ulteriore da gestire. (a.bram.)

Categoria Economia

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