L’ironico appello di Sassoli alla “lotta alla tecnocrazia”

Solo poche settimane fa aveva bacchettato l’Italia e la sua politica per presunte difficoltà a usare i fondi europei, è per ruolo al tempo stesso politico, primo dei burocrati e ultimo dei tecnocrati

Andrea Muratore, 16.5.2020 ilgiornale.it lettura3’

It.insideoover.it “La maggioranza parlamentare ha detto che serve più politica e meno tecnocrazia”: queste frasi non vengono da esponenti sovranisti, da membri della sinistra radicale o da nostalgici dell’era del buongoverno ma da un’europeista doc, da un membro degli apparati tecnico-burocratici di Bruxelles d’eccellenza come il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli.

Intervistato dal Fatto Quotidiano, per la precisione dall’ex deputato di Rifondazione Comunista Salvatore Cannavò,l’esponente del Pd ribalta i termini dello scontro. Il voto dell’Europarlamento sul Recovery Fund, a detta di Sassoli, è un segnale incoraggiante per il primato della politica. Le tecnocrazie da cui guardarsi per risolvere la crisi europea sono, a suo parere, “tutti coloro che vorrebbero che in questo momento l’Europa non esprimesse la sua autonomia e la sua indipendenza”.

Sassoli, che solo poche settimane fa aveva bacchettato l’Italia e la sua politica per presunte difficoltà a usare i fondi europei, è per ruolo al tempo stesso politico, primo dei burocrati e ultimo dei tecnocrati. Ultimo dei tecnocrati, innanzitutto, perché l’emiciclo di Strasburgo non ha poteri sostanziali se escludiamo la fase di scelta dei membri della Commissione europea. Il suo presidente partecipa ai grandi summit europei in posizione di rilevanza defilata: l’ampio apparato di riferimento dell’Europarlamento, a cui non corrisponde un’autentica capacità d’azione politica, lo rende una grande burocrazia intenta, sostanzialmente, a perpetrare sè stessa. Non a caso l’Europarlamento fa parlare di sé per risoluzioni non vincolanti su temi volti a cavalcare la pubblica opinione: può appoggiare un contendente alla presidenza del Venezuela, dichiarare l’equiparazione tra nazismo e comunismo, esprimere la sua preferenza su una misura di rilancio dell’economia ma non mettere in campo strumenti concreti per vincolare i governi europei a trarre dalle sue risoluzioni decisioni in materia legislativa.

Sassoli, membro delle istituzioni di un’Europa che è tecnocratica all’ennesima potenza, rivendica il voto della sua istituzione come una svolta epocale. Se per anni i membri degli establishment progressisti e liberali hanno semplificato la riduzione polarizzante dei “populisti” sul confronto tra tecnocrazia e sovranità popolare, Sassoli non è da meno, e non sembra accorgersi dell’ironia delle sue dichiarazioni laddove difende l’operato anti-crisi della tecnocrazia comunitaria per eccellenza, la Bce. La Banca centrale europea “in questo momento è il nostro vero punto di forza per il massiccio impiego di risorse in favore della stabilità della moneta unica, e di conseguenza della stabilità degli Stati, specie i più deboli. Minarne la capacità sarebbe un colpo a tutta l’Europa”.

La critica di Sassoli è quella del burocrate di medio livello verso i vertici superiori a cui non può aver concreto accesso: definire una “tecnocrazia” la Corte Costituzionale tedesca per la sua sentenza critica sul quantitative easing e non fare lo stesso con gli apparati della Commissione Europea e del Mes, ad esempio, significa semplificare i termini della questione. E scegliere termini e definizioni di alleati e rivali: da un lato, la buona politica degli europeisti, dall’altro la “tecnocrazia”, termine diventato tabù negli ultimi anni, degli euroscettici a parole o nei fatti. L’unione, in salsa europeista, della tendenza della sinistra a giudicare moralmente prima ancora che concretamente sulle questioni politiche con il nuovo mito grillino dell’uno vale uno, che rifiuta in qualsiasi dimensione la “tecnica”, qualunque cosa essa sia. Unione sintetizzata, in Italia, nella coalizione di governo M5S-Pd guidata, ironia della sorte, da un premier terzo, un “tecnico” avremmo detto anni fa, come Giuseppe Conte. Nell’intervista a Cannavò Sassoli parla anche dell’appoggio a una “democrazia partecipata”: ma può esserne il simbolo un Parlamento che, unico al mondo, può proporre mozioni ma non leggi e non ha reale forza legislativa? Il problema nelle sue dichiarazioni, prima ancora politico, è di coerenza tra le parole e la realtà.

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