A BUENOS AIRES Javier Milei è il nuovo presidente dell'Argentina

con un'inflazione alle stelle e un Congresso frammentato, non sarà facile portare a termine le riforme che ha promesso

MAURIZIO STEFANINI 20 NOV 2023 ilfoglio.it lettura4’

Il candidato anticasta è andato meglio di quasi tutti i sondaggi e ha battuto Sergio Massa. Ma per lui, con un'inflazione alle stelle e un Congresso frammentato, non sarà facile portare a termine le riforme che ha promesso

ÈJavier Milei il nuovo presidente argentino. Su 26.410.119 voti validi ne ha presi 14.476.462: il 55,69 per cento, e l'80,2% in più rispetto agli 8.034.990 del primo turno, quando era arrivato al 29,99. Con 11.516.142 voti, il 44,30%, è salito di appena il 16,9 rispetto ai 9.853.492 del primo turno, pari al 36,78. Con 417.515 voti in bianco e 438.681 voti nulli, l'affluenza del 76,31 per cento è stata inferiore del 39;1,3, rispetto al primo turno. Un dato opposto rispetto a una sensazione che era stata rilanciata sulla stampa a scrutinio in corso, e che avrebbe favorito Massa. Era stato appunto un aumento dei votanti a permettere un marcato aumento del risultato di Massa dalle primarie al primo turno, ed era stata appunto questa mobilitazione dell'apparato peronista a permettergli questo exploit non previsto dai sondaggi. Per questo dalla sua coalizione Unión por la Patria era stata espressa ottimismo. “I sondaggi favoriscono Milei, la strada Massa”, era stato un loro mantra. Adesso, al contrario, è stato Milei a ottenere un risultato superiore a ben 27 dei 28 sondaggi che c'erano stati, anche se comunque ben 19 lo avevano dato come vincitore.

Una rapida verifica con la calcolatrice permette inoltre di constatare che Milei è andato addirittura oltre i 14.414.013 voti costituiti dalla somma dei propri e di quelli di Patricia Bullrich: la candidata della coalizione Juntos por el Cambio di Mauricio Macri arrivata terza, malgrado al suo interno la Unione Civica Radicale si fosse invece dissociata dall'appoggio a Milei espresso dagli stessi Macri e Bullrich, che sono pure andati al suo comizio finale. Insomma, sembra che l'elettorato storico radicale non abbia seguito i mal di pancia dei suoi dirigenti, ed abbia piuttosto seguito un atavico istinto anti-peronista. In più, Milei ha raccolto altri 62.449 voti oltre ai suoi e a quelli della Bullrich. Insomma, un trionfo.

A parte i quasi 12 punti di vantaggio, Milei si è imposto in 20 delle 23 province e anche nel Distretto Federale della capitale. Nella provincia di Córdoba, storica roccaforte radicale dove aveva fatto l'ultimo comizio, è arrivato al 74,14 per cento, e in quella di Mendoza al 71. Massa ha vinto solo a Formosa, Santiago del Estero e a Buenos Aires provincia, che non comprende la capitale. Ma anche a Buenos Aires provincia, storica roccaforte peronista da cui ci si aspettava un apporto importante, è finita quasi alla pari, con solo un punto di distacco. Di fatto anche lì Massa ha vinto solo in due comuni, sia pure con ampio distacco. Alcune analisi insistono sull'importanza dei controlli fatti dai rappresentati di lista per evitare brogli, e dal ruolo importante che vi hanno avuto i militanti di Macri. Mentre nel suo quartier generale c'era gente che piangeva, quasi 50 minuti prima dell';orario annunciato per la diffusione dei dati ufficiali Massa è apparso sul palco del bunker allestito nel Complesso C del quartiere Chacarita di Buenos Aires per riconoscere la sconfitta e congratularsi con il nuovo capo dello Stato “Gli argentini hanno scelto un'altra strada e da domani la responsabilità di fornire garanzie sul funzionamento politico, sociale ed economico ricade sul presidente eletto”, ha detto. 43 minuti dopo il presidente Alberto Fernández ha twittato: “Sono un uomo democratico e per me niente più valore del verdetto popolare”. “Confido che domani potremo iniziare a lavorare con Javier Milei per garantire una transizione ordinata”. Pochi secondi prima aveva parlato al telefono con lo stesso Milei. Il passaggio di poteri sarà il 10 dicembre.

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Milei si ritroverà a gestire un paese con inflazione annua del 142,7%, povertà superiore al 40%, prodotto interno lordo inferiore del 2,2% rispetto al 2019, riserve negative della Banca centrale e bilancia commerciale in deficit. Negli ultimi quattro anni il prezzo ufficiale del dollaro è passato da 60 pesos per dollaro a 369,50, e il cambio parallelo ha chiuso venerdì a 950 dollari in un mercato praticamente inattivo a causa dei controlli promossi dal governo. Il divario tra i due punti supera il 150%. Problema ormai abbastanza comune nella regione, il presidente avrà anche di fronte un Congresso frammentato, dove i 38 deputati e 7 senatori sono insufficienti rispetto alla quantità e alla portata delle riforme promesse durante la campagna elettorale. La Unión por la Patria di Massa ha 108 deputati su 257 e 33 senatori su 72. Juntos por el Cambio 93 e 24. L'alleanza tra Milei e Macri farebbe maggioranza alla Camera, ma non al Senato. E senza i deputati radicali neanche alla Camera. Già questo dato rende impossibile la proposta della dollarizzazione che è stato uno degli slogan elettorali di Milei. Al netto di altri problemi come la scarsità di valute o l'ostilità già espressa dal Presidente della Corte Suprema. Milei nel discorso con cui si è presentato sul palco dell'Hotel Libertador ha ringraziato i partner macristi per essersi impegnati “disinteressatamente”, ha inviato un messaggio al governo nazionale per chiedergli di ordinare la transizione fino al 10 dicembre, ed ha aperto a tutti i buoni argentini e ai leader politici che vogliono unirsi a “questa nuova Argentina”. “Non importa da dove vieni, ciò che ci unisce è più importante di ciò che ci separa”, ha detto. Ha però insistito che le riforme economiche di cui l'Argentina ha bisogno non possono essere graduali. “Oggi festeggeremo e domani mattina ci metteremo al lavoro per avere le soluzioni di cui gli argentini hanno bisogno il 10 dicembre”.

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