Autocrati globali. Trump e Putin sono più deboli, quindi anche più pericolosi

Il fatto che autoritarismo e imperialismo incontrino ancora degli ostacoli non significa che non ci sia motivo di preoccuparsi,

Francesco Cundari 25 Febbraio 2026 linkiesta.it lettura 2’

scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

C’è un pessimo argomento che compare spesso nelle discussioni sulla guerra in Ucraina, utilizzato dal fronte putiniano, che fa più o meno così: ma come potete dire che Vladimir Putin stia perdendo rovinosamente e allo stesso tempo sostenere che rappresenti una minaccia terribile per l’Europa?

È un argomento che fa il paio con quello usato sempre più spesso a proposito di Donald Trump, da parte di una lunga serie di minimizzatori, secondo cui qualsiasi colpo ricevuto in risposta ai suoi tentativi di piegare ogni regola e travolgere ogni argine costituzionale al proprio potere, da ultimo con la sentenza della Corte suprema sui dazi, dimostrerebbe che non c’è niente di cui preoccupparsi e che la democrazia americana è più salda che mai. Alla base di entrambi gli argomenti c’è un’evidente fallacia logica, che potremmo riassumere nel concetto: non c’è alcun motivo di preoccuparsi, almeno fino a quando non è troppo tardi per preoccuparsi. Finché l’Ucraina riesce a fermare Putin, è evidente che Putin non può aggredire l’Europa; fino a quando dei giudici possono ancora giudicare in senso contrario ai desideri di Trump, è evidente che non c’è alcun regime.

Ma come spesso accade in questi casi, al di là della contraddizione logica, i due argomenti contengono un elemento di verità, che serve a coprire una più grande bugia. L’elemento di verità, per quanto riguarda Putin, sta nel completo fallimento militare, politico ed economico della sua «operazione speciale». Un fallimento tanto più spettacolare e innegabile ora che il conflitto in Ucraina ha superato per durata l’impegno russo nella Seconda guerra mondiale e compiuto quattro anni, di cui gli ultimi tre passati da Mosca a combattere e svenarsi per avanzare di qualche chilometro, senza riuscire a conquistare nemmeno l’intero Donbas. La grande bugia sta nell’idea che semmai Putin riuscisse infine a sottomettere l’Ucraina, come avverrebbe se anche l’Europa, oltre agli Stati Uniti di Trump, le voltasse le spalle, il regime russo si fermerebbe lì, pienamente soddisfatto, riconvertendo immediatamente la sua economia di guerra, capovolgendo la militarizzazione dell’intera società e il suo annoso impegno nelle mille forme di provocazione e guerra ibrida contro l’Europa, per diventare una specie di immensa Svizzera dell’Est. Proprio la debolezza dimostrata dal regime, e l’incredibile forza dimostrata dalla resistenza ucraina, dovrebbero semmai indurre gli europei a cogliere l’occasione di fermare Putin adesso, nel Donbas, per non doverlo fare più avanti, a costi ben più elevati – per noi, s’intende – non solo economici.

Lo stesso discorso vale per quanto riguarda Trump e i sostenitori dell’appeasement con il presidente americano, posizione che non sorprende, ovviamente, tra i sostenitori di Putin, ma che curiosamente contagia anche tanti sinceri avversari del regime russo. È una linea che trova la sua incarnazione più famosa nel segretario generale della Nato, Mark Rutte, e nella sua inesauribile capacità di adulazione del presidente americano. Al riguardo, personalmente, trovo persuasiva l’analisi di Edward Luce sul Financial Times: «Supponendo che Rutte non creda alle sue lusinghe, l’obiettivo sarebbe quello di alimentare l’ego di Trump per orientarne le azioni. Il rischio è che parole così dolci non facciano altro che spingerlo ancora più in là nel mondo della fantasia». Un gioco pericoloso, perché «la strada verso la sconsideratezza trumpiana è lastricata di adulazione». È quello che è già accaduto sui dazi, dove la debolezza della risposta europea non ha fatto altro che incoraggiare Trump nella sua aggressività, fino alle deliranti minacce di annessione della Groenlandia. Esattamente come è accaduto in questi venti anni con l’espansionismo putiniano.

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