Attacco degli Houthi all’oleodotto saudita, vola il prezzo del petrolio.
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Gli Accordi di Abramo rischiano di saltare…se la mente dell’operazione è una – l’Iran – due sono i bracci operativi. Quindi due i fronti da monitorare.
Antonio Picasso 15.9 2026 alle 09:20 ilriformista.it lett2’
La gravità dell’attacco all’oleodotto Abqaiq–Yanbu va ben oltre i 109 dollari al barile raggiunti ieri dal Brent. È una crisi energetica dalle conseguenze geopolitiche che potrebbero essere epocali. Nell’infrastruttura Est-Ovest della penisola arabica vi transitavano circa 4 milioni di barili di greggio al giorno. Più o meno il 4% dell’offerta petrolifera mondiale. C’è un rischio stop ai flussi. Le scorte accumulate a Yanbu permettono a Riad di mantenere le esportazioni dal Mar Rosso per circa una settimana. Ma gli interventi alla rete danneggiata richiedono più tempo. Al netto di altri eventuali raid. L’attacco del 10 settembre è stato congiunto, fatto di droni dall’Iraq e missili dallo Yemen. Questo vuol dire che se la mente dell’operazione è una – l’Iran – due sono i bracci operativi. Quindi due i fronti da monitorare.
L’attacco va a pesare sulla situazione già complessa dell’industria petrolifera saudita. L’offerta di greggio del Regno è scesa in agosto a circa 6 milioni di barili al giorno. Il livello più basso da oltre trent’anni. Mercati e consumatori tremano. Ma questo è il meno. Le operazioni dei sauditi contro gli Houthi in Yemen – di cui il raid sull’oleodotto è una reazione – sono la dimostrazione di come Riad abbia deciso di muoversi in autonomia per gestire la crisi di Hormuz. Fin da subito, ai suoi occhi l’intervento Usa contro l’Iran è apparso irragionevole e privo di prospettiva. Da qui la decisione di agire in autonomia, non solo sui versanti energetico e militare, ma anche con una mossa di ampio respiro. L’Arabia saudita è seduta al tavolo con Turchia e Pakistan, firmando il “Patto della Mecca”, che prevede la mutua assistenza qualora uno dei tre Paesi fosse sotto attacco. Come nel caso dell’oleodotto colpito.
Oggi siamo di fronte a un episodio bellico che rischia di ridisegnare l’intero Medio Oriente. Tecnicamente, Riad insieme ad Ankara e Islamabad potrebbero rivalersi sull’Iran in quanto mandante del raid. Non lo faranno. Andranno invece a Teheran per ammonirla del potenziale pericolo di questi gesti. Lo faranno in nome dell’Islam, seguendo protocolli da cui il mondo occidentale è lasciato completamente fuori dalla porta. È questa la novità. Per quanto avversario, l’Iran sarà trattato come un interlocutore inevitabile. Per quanto alleati, gli Stati Uniti non saranno più visti come un partner irrinunciabile. Di più. Potrebbe essere anche la fine degli Accordi di Abramo. Nel momento in cui Washington perde il suo ruolo di Metternich che impone alle nazioni la pace secondo la sua volontà, viene meno anche l’obiettivo più ambizioso dell’Occidente. Ovvero vedere Israele seduta allo stesso tavolo dei sauditi. Al contrario, Gerusalemme è isolata. E il progetto di una normalizzazione dei suoi rapporti con Riad è sempre un miraggio. Il Medio Oriente sta vivendo una pagina di storia del tutto nuova. L’incipit è stato scritto dai governi occidentali. La penna è passata di mano. Non è detto che ci sia un lieto fine ad attenderci.


