In Portogallo vince il centrodestra (e l'austerity). Inizia la crisi per i socialisti europei

Con il 36,9 per cento dei voti, il premier di centrodestra Pedro Passos Coelho è diventato il primo leader della zona euro a essere sopravvissuto nelle urne a un “bailout”: nonostante abbia seguito le raccomandazioni dell'odiata Troika

di David Carretta | 05 Ottobre 2015 ore 08:59 Foglio

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Bruxelles. Per quattro anni era stato l'uomo dell'austerità e delle riforme impopolari, contestato nelle grandi manifestazioni di strada a Lisbona, Porto e Coimbra. Fino a un paio di settimane fa, i sondaggi davano quasi per certa la sua sconfitta in elezioni politiche che alcuni in Portogallo avevano presentato come un referendum sull'austerità. Domenica 4 ottobre, con il 36,9 per cento dei voti, il premier di centrodestra Pedro Passos Coelho è diventato il primo leader della zona euro a essere sopravvissuto nelle urne a un “bailout”: nonostante abbia seguito alla lettera – o quasi – le raccomandazioni dell'odiata Troika. I tagli alla spesa e le riforme sul lato dell'offerta sono diventati la sua bandiera elettorale, quella che gli ha permesso di sfiorare la maggioranza assoluta in Parlamento per la sua coalizione di centrodestra “Avanti Portogallo”.

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“Portugal à Frente”, che raggruppa il Partito social democratico e il Centro democratico e sociale, ha ottenuto 104 seggi contro gli 85 del Partito socialista. La principale formazione dell'opposizione, guidata dall'ex sindaco di Lisbona Antonio Costa, il grande sconfitto delle elezioni portoghesi. Con una campagna elettorale di sola denuncia dell'austerità di Coelho, dopo mesi in testa ai sondaggi, i socialisti portoghesi avrebbe ottenuto il 32,4 per cento. Per Coelho, a meno di un'improbabile e distruttiva alleanza tra i socialisti e i due partiti di estrema sinistra (il Partito comunista anti-Ue e il Blocco di sinistra vicino a Syriza), la prospettiva è quella di un governo di minoranza.

La disfatta del Partito socialista in Portogallo rispecchia la crisi che stanno attraversando altre componenti della famiglia dei socialisti europei. Schiacciato tra gli austeriani di centrodestra e i populisti di sinistra, il Pse non riesce più a far sognare gli elettorati, e ancor meno la sua base popolare. Il blairismo è stato denunciato e definitivamente archiviato. L'Agenda 2000 di Gerhard Schroeder è stata volutamente dimenticata. Antonio Costa è il simbolo delle contraddizioni socialiste di questo decennio, tra tentazione Syriza e vuota retorica anti austerità. In gennaio, il leader dei socialisti portoghesi aveva salutato in modo entusiasta la vittoria di Alexis Tsipras in Grecia, prima di tornare su posizioni moderate di fronte alla catastrofe di un'imminente Grexit. In campagna elettorale, Costa ha promesso di fare marcia indietro sull'austerità e di attuare politiche redistributive tagliando tasse e rilanciando le assunzioni nel pubblico, ma senza spiegare dove avrebbe trovato le risorse per rispettare le regole della zona euro.

La stagione elettorale degli ex Pigs, che doveva segnare la grande ribellione alla Troika e alle politiche merkeliane, è solo all'inizio: il 20 dicembre tocca alla Spagna, entro il prossimo anno all'Irlanda. A Madrid, il premier popolare Mariano Rajoy ha scelto la stessa strategia di Coelho (rivendicare tagli e riforme, che stanno portando i loro frutti con una ripresa economica significativa) anche se con risultati meno brillanti secondo i sondaggi. Più che l'austerità, gli spagnoli sembrano contestare tutta la vecchia classe politica: il consolidamento del movimento centrista Ciudadanos rischia di far esplodere la bolla Podemos. In Irlanda, dopo che il Sinn Fein aveva superato il Fine Gael a inizio anno con una piattaforma syriziana, il premier di centrodestra Enda Kenny si è ripreso un certo vantaggio nei sondaggi. Merito di una crescita ben al di sopra del 3 per cento del pil, ma l'Irlanda non sarebbe tornata a essere la Tigre Celtica senza i tagli alla spesa pubblica e altre riforme impopolari.

Portogallo, Spagna e Irlanda mostrano l'incapacità dei partiti socialisti di capitalizzare sullo scontento che si è creato negli anni di crisi, anche quando sono all'opposizione. Il Labour irlandese è sotto il 10 per cento. I socialisti spagnoli sono alla pari con i popolari, nonostante i diversi scandali che hanno colpito i conservatori. Il portoghese Costa ha perso una partita elettorale che un mese fa era vinta. Anti austerità, ma fino a un certo punto, i socialisti vedono il loro elettorato popolare andare verso gli anti euro e anti sistema di sinistra (Podemos in Spagna e il Sinn Fein Irlanda) o di destra (il Front National in Francia). Allo stesso tempo, tra Tsipras-mania e Corbyn-mania, danno l'impressione di non essere forza di governo responsabile, perdendo l'elettorato del centro che continua a essere decisivo per vincere le elezioni. Come in Portogallo, il massimo a cui il Pse possa aspirare è una grande coalizione.

Categoria Estero

COMMENTI

maurizio guerrini • un'ora fa

Intanto qui in Italia proseguiamo nel dubbio.

Le arie renziane ci danno fuori dal tunnel grazie a sospirate riprese del PIL, la realtà ci lascia sospesi all'unico numerino (ironia) che deciderà la nostra sorte, quello della spesa pubblica.

Unica consolazione per l'Italia è che nei Pigs non ci entrererà mai, perché il nostro ipotetico ingresso segnerebbe ( o segnerà, se la spesa pubblica non continuerà a calare, come registrato per la prima volta nel 2° trimestre 2015) il crollo definitivo dell'Europa.

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