Perdere il Regno Unito conduce a un’Europa troppo filo tedesca

Mondo del business imperturbabile, diplomazia filocomunitaria e realisti pro Cameron per contenere Berlino

di Stefano Cingolani | 19 Febbraio 2016 ore 06:01 19.2.2016

Roma. Che cosa sarebbe l’Unione europea senza Londra? Anzi, ci sarebbe ancora una Ue? La Brexit è solo una minaccia, ma già divide. La linea di faglia non passa solo attraverso il tradizionale spartiacque tra eurofili ed euroscettici; la scena è in chiaroscuro, quindi piena di sfumature e riflette il cul de sac nel quale si trova l’europeismo, chiamato dagli eventi a ripensare di nuovo se stesso. Ci sono gli euro-realisti, i fautori del nocciolino duro e quelli delle geometrie variabili, chi pensa a un assetto a cerchi concentrici e chi dice addio all’Europa federale. Il primo problema è quali concessioni si possono fare pur di tenere agganciata la Gran Bretagna. Il secondo è strategico: bisogna rimboccarsi le maniche e costruire un nuovo assetto dell’Unione. I 27 capi di stato e di governo, riuniti ieri e oggi a Bruxelles, sono chiamati a confrontarsi con il premier inglese David Cameron. In generale tutti manifestavano cauto ottimismo sulla possibilità di un accordo per tenere Londra nel blocco europeo ma non è scontato che cedano alle richieste inglesi. Matteo Renzi, il presidente del Consiglio, è “abbastanza ottimista” su un accordo al Consiglio europeo. Anche in Italia la discussione Brexit s’è fatta accesa e lacerante. I duri e puri si sono fatti sentire alla vigilia del negoziato. Autorevoli firme raccolte attorno alla Luiss, l’università della Confindustria, hanno lanciato un appello affinché Matteo Renzi dica no al compromesso proposto da Tusk. “Significa non solo abbandonare gli obiettivi sui quali il progetto europeo è stato fondato, ma aprire la porta a futuri ricatti di altri paesi”, scrivono Fabrizio Saccomanni, Stefano Micossi, Lorenzo Bini Smaghi, Marcello Messori, Carlo Bastasin, Gianni Toniolo e Gian Luigi Tosato.

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Gli autori evocano anche attacchi speculativi: “Londra potrebbe manipolare il tasso di cambio con la sterlina, ma vorrebbe mantenere il diritto di intervenire nella politica monetaria dell’area euro”. Molti dei firmatari provengono dalla Banca d’Italia e c’è chi ritiene che il testo rispecchi il pensiero di Mario Draghi il quale nei suoi ultimi discorsi non ha mancato di lanciare un allarme invitando a non sottovalutare l’uscita di Londra e la reazione a catena che scatenerebbe. “Certo, si tratta di una scelta tra due mali, ma io ritengo che un compromesso sia comunque meglio”, spiega al Foglio Riccardo Alcaro dell’Istituto affari internazionali che già alla fine di novembre ha inviato al governo un denso paper di suggerimenti e proposte con l’obiettivo di tenere agganciato David Cameron anche pagando dei prezzi sull’altare dello spirito di Ventotene. Resta il dubbio che il premier britannico possa ottenere molto, ma non lo ritenga abbastanza di fronte a un’opinione pubblica che, secondo i sondaggi, è favorevole all’uscita dalla Ue. Alcaro non crede al voltafaccia del leader Tory e “una modesta disarticolazione è preferibile alla frattura totale”. Non solo. Questa può essere l’occasione per discutere (e decidere) una diversa architettura della Ue. “Bisogna resistere alla tentazione di ricominciare da capo”, avverte Alcaro. Una Europa multi livello è possibile anche rispettando gli attuali trattati, in ogni caso diventa inevitabile nel momento in cui cade l’obbligo a una “unione sempre più stretta”, un vulnus, inutile negarlo, ma riparabile. Sulla stessa lunghezza d’onda si trova Marta Dassù, viceministro degli Esteri nei governi Monti e Letta. “In uno scenario virtuoso – dice al Foglio – l’esito potrebbe essere questo: un’Unione europea fondata più coerentemente su due gambe, quella dell’euro e quella del mercato unico”.

 “Non sarebbe propriamente un’Europa a due velocità – continua Dassù – la Gran Bretagna non aspira certo a raggiungere l’Euro-zona. Sarà più nettamente differenziata al suo interno e funzionerà solo se tutte le parti accetteranno, cosa che oggi non è, l’esistenza di rischi condivisi”. Un eccesso di realismo secondo l’opinione prevalente della diplomazia italiana (in attesa che Carlo Calenda il nuovo ambasciatore a Bruxelles esprima il suo pensiero). Le feluche la pensano come gli economisti della Luiss. Anzi, molti di loro sono per dire sì al ministro delle Finanze proposto da Jens Weidmann, anche se non avrebbe il potere di riscuotere le tasse (un altro paradosso della paradossale unione). Antonio Pedone, professore di Scienza delle finanze invita a rileggersi Luigi Einaudi in proposito e a studiare la storia americana. Il sistema di imposte federali negli Stati Uniti è stato introdotto solo nel 1913 quand’è nata anche la Banca centrale. Meglio evitare fughe in avanti. “Nessuno vuol cacciare gli inglesi”, replicano gli europeisti ortodossi, “è Cameron ad aver messo in piedi un ricatto”. Marta Dassù sottolinea che la perdita di Londra cambia l’intero processo. Lo scorso fine settimana il Monde ha pubblicato un’allarmata intervista a Robin Niblett dell’Università di Oxford che dal 2007 dirige Chatham House il cui succo è nel titolo: “Un’Europa senza i britannici sarebbe automaticamente un’Europa più tedesca”. Ma attenzione, non è scontato che l’intera Unione possa reggere. L’importanza di Londra è evidente, sul piano della sicurezza, su quello militare in genere e in modo particolare su quello economico e finanziario. Si legge che le grandi banche come Hsbc si sposterebbero a Parigi. Intanto l’informazione è scorretta, perché semmai porterebbe in Francia non il quartier generale, ma mille impiegati. La realtà è che né Parigi né Francoforte saranno mai Borse globali; del resto, l’euro, quindici anni dopo la sua introduzione, non è una valuta davvero mondiale. “La City diventa sempre più una dépendance di Wall Street? Meglio così”, commenta con una battuta il funzionario di una banca italiana a Londra. Nessuno pensa di spostarsi sul continente, non ci pensa Mediobanca, e nemmeno Unicredit che pure fa una buona parte del fatturato in Germania e in Europa centrale. L’argomento economico per stoppare la Brexit è senza dubbio il più debole, spiega al Foglio Lynton Crosby che ha aiutato Cameron a vincere le elezioni: “Se la mia Australia con 25 milioni di abitanti si regge da sola figuriamoci la Gran Bretagna, strettamente legata agli Usa”. Certo, può darsi che la Brexit scateni le forze centrifughe a cominciare da quelle scozzesi, forse l’Inghilterra alla fine si ritroverà da sola. Ma ciò riguarda la politica, non la finanza. Dunque, non resta che una strada, la solita: trattare, trattare fino all’esaurimento delle forze.

Categoria Estero

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