Patrimoniale? Lasciate stare. Matteo Renzi,

parlando di imposte sul patrimonio, due settimane fa ha detto:

«C’è spazio per aumentare la tassazione delle rendite finanziarie, non sui Bot ma sulle rendite pure. Abbiamo una tassazione sulle rendite finanziarie fra le più basse in Europa, ma io dico di attendere la riforma complessiva del sistema fiscale». Il primo dubbio riguarda le «rendite pure», espressione poco chiara e vagamente populista. Il nostro sistema impositivo è un meccanismo eccessivamente complesso, ma che non si può correggere modificandone una parte come se fosse indipendente dal resto. Come d’altronde pensa anche Renzi. Una riforma complessiva della tassazione sui patrimoni andrebbe affidata ad un comitato di esperti, al quale chiedere di scrivere i decreti che due settimane fa la commissione Finanze della Camera ha delegato il governo a varare entro un anno.

In tema di tassazione delle rendite finanziarie si dovrebbe adottare un sistema simile a quello in vigore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti dove questi redditi (cedole, interessi bancari, ecc.) si sommano a quelli da lavoro formando così il totale imponibile. Questo verrà poi tassato con una progressività che riflette le scelte politiche del governo. Invece, con aliquote (ad esempio sui depositi bancari) uguali per tutti, indipendentemente dal reddito, la progressività è violata. Ma una commissione tecnica può solo suggerire la configurazione di imposte più efficiente, non quale sia il livello di pressione fiscale desiderabile, né quale sia il livello di progressività, due decisioni che spettano ovviamente alla politica.

Quanto tassare dipende dal livello di spesa che il governo ritiene preferibile. E qui sta il punto. Renzi sbaglierebbe se chiedesse a ministri di spesa e funzionari dei ministeri a quanto ammontino i tagli di spesa realizzabili e poi, sulla base di questa informazione, decidesse la misura del taglio alla pressione fiscale. Così non va da nessuna parte. Funzionari e ministri gli diranno che ormai non rimane quasi più nulla da tagliare, nonostante la spesa al netto di interessi e prestazioni sociali sia pari (dati 2012, gli ultimi disponibili a consuntivo) a 351 miliardi di euro: 165 per stipendi dei dipendenti pubblici, 89 per l’acquisto di beni e servizi, 33 di trasferimenti a vario titolo alle imprese, 35 per altre attività, in cui rientra il costo delle assemblee elettive e solo 29 per investimenti pubblici. Renzi deve capovolgere il problema. Decidere di quanto vuole ridurre la pressione fiscale (ad esempio di 20 miliardi) e poi ordinare che fra quei 351 se ne trovino 20 da tagliare.

Si ricomincia invece a parlare di patrimoniale. Ma se non riparte la crescita su un percorso che preveda meno e non più tasse, e se prima non si taglia la spesa, una patrimoniale straordinaria (che dovrebbe essere peraltro di notevole entità) ridurrebbe solo momentaneamente il rapporto debito-Pil (Prodotto interno lordo) per qualche anno, per ritrovarsi poi al punto di prima. Bisogna distinguere quindi tra la giusta revisione (e semplificazione) complessiva della tassazione che comporti anche una diversa imposizione sulle rendite finanziarie, e una patrimoniale una tantum . La revisione va fatta evitando per di più errori tecnici che si rischia di pagare cari. La patrimoniale invece avrebbe l’effetto di un’aspirina che fa dimenticare la vera malattia: il livello del debito e la mancanza di crescita. Nascondendone i sintomi, se va bene, per qualche anno. Purtroppo spesso le due cose (patrimoniale una tantum e revisione della tassazione sulle rendite finanziarie) più o meno intenzionalmente si confondono. Un equivoco e un errore che il governo non deve alimentare.

12 marzo 2014 | 08:27 di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Il Corriere della Sera

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