1. GRASSO BOLLENTE CHE COVA E RISCHIA DI COLARE

SUL ROTTAM’ATTORE. L’EX PROCURATORE CAPO DI PALERMO NON

È CERTO UN INGENUO, SA CHE DALLA POLTRONA TERMINALE DI PALAZZO MADAMA TANTO VALEVA MUOVERSI E SCALCIARE E CHE SE RIUSCIRÀ A BLOCCARE IL ROTT’AMATTORE IL SUO PREMIO SARÀ LA SUCCESSIONE DI RE GIORGIO - 2. GRASSO SA CHE NON PUÒ ESSERE RICHIAMATO ROZZAMENTE ALLA DISCIPLINA DI PARTITO (SOLO LA SERRACCHIANI NON LO SAPEVA) E MINACCIA ESPLICITAMENTE RENZI FACENDOGLI NOTARE CHE IN SENATO “NON HA I NUMERI”. UN AVVERTIMENTO NON DA POCO, SE LANCIATO DA CHI DOVRÀ GESTIRE IN PRIMA PERSONA L’AULA, OSTRUZIONISMO COMPRESO - 3. E’ CHIARO CHE UN CONTO È ANDARE ALLO SCONTRO SULLA DIFESA DELL’ESISTENTE GUIDATI DALLA FINOCCHIARO O DA CASALEGGIO (CON ZAGREBELSKY COME COPERTURA IDEOLOGICA), E UN CONTO È AVERE GRASSO CHE ORGANIZZA LA RESISTENZA DEL PD ANTI-RENZI -

 a cura di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Special Guest: Pippo il Patriota), MAR 2014 10:58

1 - PITTIBIMO E IL BISOGNO CONTINUO DI MENARSI CON QUALCUNO

E' un uomo fortunato, Matteo Renzi. Dopo quaranta giorni a Palazzo Chigi non ha ancora dimostrato di saper governare (ha fatto solo un decreto sui contratti a termine), in compenso trova sempre qualcuno che si offre come avversario nel giochino che gli viene meglio: la rottamazione "one to one". Un passatempo perfetto, in tempi dove l'apparenza e l'esibizione di leadership sono più importanti della sostanza e della capacità di governo. La "forza tranquilla" di un Mitterand sostituita con l'ipercinesi fragile di Pittibimbo che ha sempre bisogno di uno con fui fare a spintoni.

Aveva necessità di un volto riconoscibile e di "un profilo istituzionale", la battaglia che oggi Renzie inizia per l'abolizione del Senato elettivo (una roba di cui non frega niente a nessuno, mera fuffa come la storia della "casta"), e Piero Grasso si è offerto con tempismo perfetto, a 48 ore dal disegno di legge del governo.

L'ex procuratore capo di Palermo non è certo un ingenuo, sa che dalla poltrona terminale di Palazzo Madama tanto valeva muoversi e scalciare e che se riuscirà a bloccare il Rott'amattore il suo premio sarà la successione di Re Giorgio. Grasso sa che non può essere richiamato rozzamente alla disciplina di partito (solo la Serracchiani non lo sapeva) e minaccia esplicitamente il giovane premier facendogli notare che in Senato "non ha i numeri". Un avvertimento non da poco, se lanciato da chi dovrà gestire in prima persona l'Aula, ostruzionismo compreso.

E' chiaro che un conto è andare allo scontro sulla difesa dell'esistente guidati dalla Finocchiaro o da Casaleggio (con Zagrebelsky come copertura ideologica), e un conto è avere Grasso che organizza la resistenza. Il presidente del Senato però non sposta un voto. Porta soltanto allo scoperto il malcontento di molti, anche nel Pd.

La posta in gioco è comunque davvero poca cosa, checché se ne dica. La trasformazione del Senato in un "super-Cnel" è solo un altro piccolo passo del processo continuo di rarefazione del potere. Una legge elettorale che riduce la competizione a due o tre partiti "maggiori" largamente minoritari nel Paese, la marcia indietro sul federalismo alle vongole voluto da Lega e Pd negli anni scorsi, i progetti di Renzie su maggiori poteri a Palazzo Chigi (a cominciare dalle revoca dei ministri), la volontà sbandierata di fregarsene di qualunque rappresentanza sociale o corporativa (per il premier non c'è differenza) sono tutte tesserine di un unico disegno di esclusione sempre maggiore della società dallo Stato.

Purtroppo fa ridere che a opporsi a questo progetto post-berlusconiano (e anche un po' post-gelliano) sia gente che oggi grida all'"espropriazione della democrazia" di fronte alla riforma del Senato, ma che ieri non seppe aprire bocca di fronte al fiscal compact e al pareggio di bilancio in Costituzione.

Svuotata non diciamo di ideali, ma anche solo di idee, e totalmente priva di credibilità personale e politica, questa opposizione di Palazzo al Renzismo sembra fatta apposta per essere asfaltata tra gridolini di piacere per il machismo del nuovo leader. E se avrà chance di successo, le coglierà soltanto in forma di congiura, tra voti segreti e pugnalate alle spalle.

2 - GRASSO CHE COVA

L'allarme rosso di Palazzo Chigi per le minacce di Grasso si vede anche dalla pronta reazione sui giornaloni di Lor signori. Renzie chiama Cazzullo, ma non cazzulleggia: "Sono molto colpito da questo atteggiamento di Grasso. Mi colpisce che la seconda carica dello Stato, cui la Costituzione assegna un ruolo di terzietà, intervenga su un dibattito non con una riflessione politica e culturale, ma con una sorta di avvertimento: ‘Occhio che non ci sono i numeri'. Mai vista una cosa del genere! Se Pera o Schifani avessero fato così, oggi avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del presidente del Senato. Io dico al presidente Grasso: non si preoccupi se ci sono i voti; lo vedremo in Parlamento" (p. 2).

La Repubblica dei renziani invece s'incarica di far sapere alla nazione che sulla riforma voluta dal Rottam'attore c'è "il via libera del Colle": "Il ministro Boschi ci ha lavorato fino a tarda notte e lo ha trasmesso in via riservata a Giorgio Napolitano. Con il presidente della Repubblica i contatti sono stati quotidiani negli ultimi giorni e il Quirinale ha espresso il suo sostanziale via libera" (p. 2). Poi intervistano l'amico Alfano e questi certifica che "l'approccio del presidente Pietro Grasso è conservatore, di difesa dell'esistente" (p. 3).

Sulla Stampa viene schierata Maria Elena Boschi, che ci regala un'intervista sommamente inutile (p. 3), ma occhio invece a quello che dice Paolo Romani, sempre sul quotidiano di Detroit: "Il Senato dev'essere formato da eletti dai cittadini (...) Per la verità Forza Italia ha avanzato le sue proposte ben prima che si pronunciasse il presidente Grasso, ma non c'è dubbio che il senso delle sue osservazioni coincida per molti aspetti con le nostre. A Renzi suggerisco di tenere i piedi per terra. Vedo che 25 senatori Pd si sono dichiarati a favore dell'elezione diretta. Se in così tanti sono venuti allo scoperto, significa che a pensarla come Grasso a sinistra sono per lo meno la metà" (p. 2).

3 - LA BAVA SEPARATA DALLE OPINIONI

Splendido "titolo d'ordine" su Repubblica: "Camere, province, burocrazia. Gli italiani chiedono riforme nel nome della governabilità" (p. 10). Sire, gli italiani vogliono che tu abbia più potere!

4 - NANO DECADENCE

In attesa di essere liberato dal Cerchio magico e di farsi aiutare dagli assistenti sociali, il Banana continua a sostenere il governo Renzie e prova ad assicurare un futuro a Farsa Italia: "Berlusconi: le riforme vanno fatte. Ma rilancia sul premierato. L'ipotesi di un nuovo faccia a faccia con Renzi. ‘No a testi blindati'" (Corriere, p. 7). Intanto tornano utili anche cani e gatti ed ecco la rediviva Maria Vittoria Brambilla, intervistata dal Giornale fratello: "Grazie a noi basta canili lager. Berlusconi? Adora gli animali" (p. 5). Sì, adora gli animali e un po' s'era capito.

Avvertimenti pesanti anche ai traditori, sempre a mezzo Giornale di Sallustioni: "Il Cav snobba i dispetti degli alfaniani. Schifani e Cicchitto sparano sul progetto di Berlusconi di unire tutto il centrodestra. E Ncd va a picco nei sondaggi" (p. 4). Secondo Arcore, gli alfanoidi sarebbero sopra il 4% "soltanto per gli istituti di rilevazione più benevoli" (p. 4).

5 - MA FACCE RIDE!

Repubblica intervista con tutte le pompe Mortadellone Prodi e l'ultima domanda riguarda la prossima corsa per il Quirinale. Splendida risposta del caro, vecchio, democristianone Iri: "Vorrei proprio sapere in cosa consisterebbe questo mio ‘darmi da fare...' Mi occupo di questioni internazionali, studio l'economia globale, giro il mondo. Sono un uomo felice. In fondo nella vita ci sono tante gare, e per quanto mi riguarda quella del Quirinale è finita. Mi creda: the game is over. I tempi poi sono cambiati: il prossimo presidente della Repubblica finirà per dover condensare il suo messaggio in un twitter (sic!)" (p. 9)

6 - NON FA SOSTA LA SUPPOSTA

Sgubb del Messaggero! "Taglia-Irpef, ecco il decreto. Entro il 10 aprile il provvedimento che garantirà 80 euro in più nelle buste paga di maggio. Per coprire i 7 miliardi necessari colpita anche la sanità. Stretta sui dirigenti di Palazzo Chigi" (p. 1). I risparmi sul fronte sanitario, che potrebbero valere almeno un miliardo, dovrebbero arrivare dal fronte della spesa farmaceutica (p. 2). In pericolo anche i fondi all'autotrasporto. Lobby avvertite, come sempre ci sarà da divertirsi.

Sul Giornale, Renato Brunetta avverte: "Gli 80 euro in più al mese? Non li paghino i pensionati. Il governo a caccia di soldi per mantenere la promessa elettorale del taglio dell'Irpef. Ma è una truffa: intanto stanga vitalizi e stipendi pubblici a 25 milioni di italiani. Il piano di Cottarelli si regge su calcoli sbagliati e non basta. L'Europa si è già accorta del bluff" (p. 2)

7 - CONFINDUSTRIA NON STA CON IL GOVERNO? ORRORE!

Il buon vecchio Sorgenio De Benedetti è ancora affezionato all'idea di contare qualcosa in Confindustria e oggi Affari & Sfiganza di Repubblica prende a piastrellate il povero Squinzi. L'operazione è leggermente politica, ma va detto che almeno non è dissimulata: "Confindustria, il no preventivo a Renzi e il cerchio magico del presidente Squinzi. Non era mai successo che il capo degli industriali criticasse un governo appena insediato. Quasi un'opposizione preventiva, per quanto successivamente qua e là corretta. Ma in viale Astronomia c'è la fronda" (pp. 2-3). Nel lungo reportaggio si cita Gianfelice Rocca come candidato più forte alla successione nel 2016, mentre si tengono coperte le mosse di Aurelio Regina.

"L'Alta velocità pagata dai pendolari" è il titolo di un'inchiesta del Cetriolo quotidiano dedicata alle Fs. "Le Ferrovie puntano sulle Frecce che garantiscono immagine e soldi. Mentre il trasporto locale resta sulle spalle di regioni e viaggiatori. Ecco i dati. A partire dal 2006 lo Stato ha messo da parte 739 milioni per nuovo treni locali. Quei soldi, però, non si sono mai trasformati in locomotori e carrozze, sono stati spesi per pagare il servizio dei treni regionali il cui costo è aumentato fino al 30-35%" (pp. 8-9).

In attesa di "privatizzare" le grandi controllate di Stato con questo o quel fondo sovrano (vanno bene anche russi e cinesi, tanto conta solo far cassa), bisogna preparare anche le dismissioni di domani. E allora ecco un'istruttiva "inchiesta" di CorrierEconomia: "Municipalizzate. Se i Comuni vendono 6 miliardi in cassa e (forse) meno tasse. Acea and Co. Le ibernate degli enti locali. Tanto valgono le partecipazioni nelle otto quotate. E fra le altre almeno 16 sono cedibili. Tutto fermo".

Già tutto fermo ed è anche difficile espropriare quelle quote ai sindaci, che si vogliono sempre più autonomi e decisionisti, ma quando ci sono interessi di un certo tipo (municipalizzate e fondazioni bancarie) devono essere delle pecorelle. E allora ecco la trovata del Corriere: "E se la spinta fosse data per decreto? Sotto un certo fatturato le aziende degli enti locali vanno fuse? L'idea comincia a circolare" (p. 2). E se non circola a sufficienza, la fanno circolare loro, gli amici delle banche-advisor.

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