Pressione: limiti meno bassi, per evitare rischi a cuore
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e reni. Dati recenti indicano che è importante affrontare subito l'ipertensione perché non faccia danni. Per il cervello vale il concetto «meno pressione meno rischio di ictus»
di Elena Meli IL Corriere salute
Alcuni anni fa sembrava certo: più si fa scendere la pressione arteriosa, meglio è. Oggi si è capito che non è sempre così, anzi: "spingere" troppo per abbassare i valori può addirittura provocare problemi seri. Lo ha indicato una ricerca pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology , per la quale sono stati analizzati i dati di circa 400 mila ipertesi in trattamento, riscontrando che mortalità e probabilità di danni ai reni salgono sia quando la pressione oltrepassa il limite per la massima di 140 mm di mercurio, sia quando si scende sotto 130. Certo, il rischio cresce del 40 per cento quando si sforano i 140 e "solo" del 10 per cento per i valori bassi. Un rischio ben più limitato, quindi, che però non deve essere trascurato.
Far scendere troppo la pressione con i farmaci può far mancare ossigeno a cuore e reni
Così, se finora si è temuta soprattutto la scarsa aderenza alle terapie che lascia alzare la pressione senza controllo, ora si scopre che anche esagerare sul versante opposto fa male. «È vero in particolare nei pazienti ad alto rischio, che hanno già lesioni d'organo dovute all'ipertensione - precisa Gianfranco Parati, direttore della Divisione di Cardiologia all'Auxologico di Milano e docente di Medicina interna all'Università di Milano-Bicocca -. Un livello adeguato di pressione serve a portare ovunque una giusta quantità di sangue. Se siamo troppo aggressivi nel far scendere i valori con i farmaci esiste il pericolo di far mancare ossigeno a cuore e reni facendoli andare in crisi, soprattutto se sono già compromessi. Il cervello è l'unico organo per il quale sembra valere la correlazione diretta, meno pressione uguale meno probabilità di ictus; per tutti gli altri bisogna fare attenzione a non eccedere con la terapia. Del resto non conta il "numero" di pressione raggiunto, ma l'effetto protettivo complessivo». Per ottenerlo non bisogna perseguire valori tenuti al minimo a tutti costi; piuttosto, si deve intervenire prima possibile, per evitare che si instaurino le lesioni da ipertensione.
Importante invece intervenire prima possibile sull’ipertensione, per evitare che si instaurino le lesioni tipiche
«Se in chi è iperteso da tempo facciamo calare la pressione da 200 a 180, il pericolo di infarti e ictus scende ma la probabilità residua resta comunque alta e non lo avremo davvero protetto; se invece interveniamo presto, impedendo che si sviluppino i danni agli organi, possiamo fare la differenza - osserva Parati -. Inoltre, un buon controllo significa non solo raggiungere un valore di pressione adeguato, ma anche, e soprattutto, assicurarsi che questo sia mantenuto in ogni momento della giornata. È importante, ad esempio, verificare che la pressione non salga troppo di notte, perché questo si associa a un rischio elevato di eventi cardiovascolari al mattino. Una buona terapia, in sostanza, non "aggredisce" inutilmente l'ipertensione, ma inizia quando ci si accorge che i valori sono oltre i limiti, così la pressione alta non potrà fare troppi guasti». Ci sono categorie di pazienti per le quali si è parlato spesso di "soglie a parte", come i diabetici o gli anziani: vale anche per loro la regola di non "esagerare"? «Nel diabete non ci sono evidenze certe che scendere al di sotto di 130, come si consigliava in passato, porti benefici aggiuntivi, per cui i valori da raggiungere sono i 140/85: sembra infatti utile mantenere la minima poco sotto i 90, ma è l'unica eccezione ai canonici 140/90 - informa Parati -. Non ci sono ancora certezze, invece, sui valori "giusti" per gli anziani: le linee guida dicono di tenere la massima sotto 160, ma negli ultrasessantacinquenni senza altre patologie potrebbe avere senso raggiungere l'obiettivo 140. In ogni caso non pare ragionevole, voler scendere per forza sotto i 140».
16 dicembre 2014 | 11:18
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