Atene, la porta è quella

E se fosse giusto far accomodare i greci gentilmente fuori dall’euro? Giavazzi, Rossi e Scacciavillani

di Marco Valerio Lo Prete e Luciano Capone | 14 Febbraio 2015 ore 06:27 Foglio

Roma. “Se la Grecia uscisse domani dall’euro, dal punto di vista teorico la moneta unica si rafforzerebbe”, dice al Foglio Francesco Giavazzi, economista della Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera. Il suo, si potrebbe dire, è il “pessimismo della ragione” che si oppone all’“ottimismo della volontà” evocato invece ieri mattina dal ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan. “Credo che i rischi di un distacco di Atene si siano allontanati”, ha aggiunto il ministro. Decisioni scritte nero su bianco non ce ne sono, si vedrà all’Eurogruppo di lunedì. Ieri però il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, si è detto “molto pessimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo dopodomani. Nel pomeriggio il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, non ha perso tempo e allo Spiegel ha detto che la Troika (composta da Commissione Ue, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) gli ricorda “la Cia che tortura le sue vittime con il waterboarding”.

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Giavazzi, che iniziò a insegnare alla fine degli anni 70 all’università inglese dell’Essex proprio quando Varoufakis era su quei banchi a studiare, insiste: “Se Atene non esce dall’euro e ottiene forti concessioni dopo aver fatto la voce grossa, cosa diremo agli spagnoli, agli irlandesi, ai portoghesi e agli italiani che hanno fatto sacrifici?”. Non è forse un argomento moralistico? “In caso contrario si afferma il principio che pagare i debiti non è obbligatorio. Considerato che Atene è già entrata nell’euro imbrogliando i paesi partner sui suoi conti, sarebbe troppo. Verrebbe poi voglia di ribaltare su Atene il cosiddetto game of chicken: se la vostra minaccia è uscire dalla Nato che vi ha protetto per questi ultimi decenni, fatelo pure; la Turchia resta sempre a qualche chilometro di distanza”. Giavazzi stesso però inserisce una considerazione di carattere geopolitico che cambia verso al suo ragionamento: “Alla fine la Grecia sarà salvata dagli ucraini. L’Europa non può rischiare di lasciare il paese a un Putin in fase così aggressiva ed espansiva”.

Meglio che Atene esca dall’euro, dice pure Fabio Scacciavillani, capo economista del fondo sovrano dell’Oman: “Non si sa come e se si arriverà a un accordo, ma l’Europa non può sottostare ai ricatti del governo greco”. Secondo questa visione, ribaltata rispetto a quella generalmente diffusa, il ricatto non è quello della Troika rispetto ai greci (ti do gli aiuti solo se fai le riforme), ma quello di Alexis Tsipras che pretende liquidità minacciando di far saltare il banco. “Hanno ragione i greci, la questione è di tipo politico e perciò le loro richieste sono inaccettabili. Darla vinta alla Grecia significa delegittimare i governi che hanno rispettato gli accordi e spingere gli elettori a votare populisti come Podemos in Spagna, Le Pen in Francia e Grillo in Italia. Ci sarebbe un effetto domino che distruggerebbe l’Unione”. In questo senso ha ragione Varoufakis che la Grecia è come i “canarini nelle miniere”, la cui morte segnala la presenza di fughe di gas. “L’esempio del canarino in miniera lo feci anche io diversi anni fa: la catastrofe non è la morte del canarino ma l’esplosione della miniera, l’Europa. In una condizione estrema come questa, l’uscita traumatica dall’euro sarebbe l’unico modo per ripristinare delle regole minime e salvare la moneta unica e l’Unione europea”.

Secondo Nicola Rossi, economista dell’Università Tor Vergata, alla fine si troverà una soluzione alternativa al Grexit: “Ma se il compromesso deve sovvertire il principio secondo cui chi chiede solidarietà deve essere anche disposto a cedere sovranità, allora il prezzo sarebbe inaccettabile, perché mina le condizioni di vivibilità nell’Unione”. “La sensazione – dice Rossi – è che Tsipras abbia fatto un corso accelerato di politica. Inizialmente c’era molta inesperienza, poca cautela nelle dichiarazioni, promesse mirabolanti. L’accordo si può trovare, ma solo a patto che venga ribadito il principio che non si possono trattare diversamente i paesi membri, non è ammissibile pretendere aiuti incondizionati”. (mvlp e luc. cap.)

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