Scazzottatori, sorci verdi e Califfi: cronache del Novecento

Formidabili risse alla Camera, fosca guerra sulla Quarta Sponda. Forse il Novecento non è finito

di Giuliano Ferrara | 15 Febbraio 2015 ore 06:30

Le retoriche pietose sull’autoritaria modifica della Costituzione, in un’aula sempre più sorda e grigia in cui bivaccano manipoli di scazzottatori, s’intrecciano con le dichiarazioni belliche del ministro degli Esteri che prende in considerazione l’ipotesi di “combattere” nel quadro della legalità internazionale (Tripoli bel suol d’amore, sventoli il tricolore sulle sue torri al rombo del cannon: potrebbe essere il wording di una risoluzione delle Nazioni Unite). Ma che cosa stia effettivamente succedendo, non si capisce proprio bene.

Il punto fermo è che il sistema politico italiano rischia di andare di nuovo in pezzi, frantumato da grotteschi particolarismi e da pernacchie, mentre una bandiera nera cerchiata cosiddetta califfale sventola oltre il braccio di mare che ci divide dall’Africa, quello sì uno sventolio “al rombo del cannon”). Non volevamo, Berlusconi non ci dormiva la notte e non voleva disturbare Gheddafi, ma abbiamo partecipato, nel visibilio delle avanguardie umanitarie di politici e intellettuali non esattamente lungimiranti, alla destabilizzazione sanguinosa dell’unico regime tirannico amico nostro, infine pacificato nei rapporti con l’occidente dopo lunga pratica terroristica e criminale.

Gheddafi aveva rinunciato alle armi, aveva risarcito le sue vittime, faceva affari di famiglia, piantava tende nelle ambasciate, si truccava da finto Califfo o da Mata Hari, ed ecco che il De Funes di Parigi e la rive gauche impongono all’Europa, con il sostegno del leading behind del solito Obama, la guerra più stupida e irresponsabile degli ultimi cent’anni. Finale: Gheddafi linciato all’uscita di un rifugio in cemento, e arrivo nella secessione tribale e guerriera di un nuovo Califfo che trasmette da Radio Sirte.

La “Sottomissione” di Houellebecq ha il tratto del racconto realistico, sei trascinato in poco più di duecento pagine dentro una Francia possibile, che elegge un fratello musulmano moderato alla sua guida e migliora il suo trend di vita, compresa la poligamia e l’islamizzazione della Sorbona; questa invece pare una commedia. Ma non lo è. C’è solo da sperare, ma il dubbio è forte, che i pieni poteri contro lo Stato Islamico chiesti al Congresso dal presidente degli Stati Uniti siano in fine esercitati. E che l’Italia con i suoi alleati europei, dopo la corresponsabilità nella sciagura, sia in grado di definire, ma il dubbio è forte, i contorni di una contro-sceneggiata bellica, in cui al posto della “salvezza umanitaria di Bengasi”, la formula che usò un Massimo D’Alema, ci sia la normalizzazione della guerra tribale, delle rotte dei migranti, del potere del Califfo. Invece di attrezzarci per la guerra di civiltà, abbiamo solcato il mediterraneo e il Golfo della Sirte per una finta impresa umanitaria il cui risultato è sotto gli occhi di tutti. E alla catastrofe, per adesso, buone intenzioni a parte, rispondiamo con la fuga del personale delle ambasciate occidentali.

Una dose di Realpolitik bisogna che ce la iniettiamo, se le nostre vene non siano già troppo stanche. Bisogna smetterla di fare gli schizzinosi con il generale al Sisi, il capo egiziano che ha messo la primavera araba cosiddetta sotto il tremendo e spietato cono di luce della realtà. Si potrebbe anche rivedere, un occhio oltremare, la politica di tagli umanitari alle spese militari, e considerare che in certi casi l’aviazione da guerra può risultare meno inutile di quanto si pensi, e i droni servono. Sempre che resti tempo e modo per discuterne in un Parlamento in cui si promettono, a tutela delle prerogative del vecchio Senato, prostata della Repubblica, inimicizie storiche e “sorci verdi” (che poi erano una squadriglia della Regia Aeronautica che recava sulla fusoliera il disegno di tre topi verdi ritti sulle zampe posteriori).

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