Quello a Mori è stato un processo politico. Parla Emanuele Macaluso

“Le tesi del procuratore Roberto Scarpinato si sono rivelate inconsistenti”. Ma il pm Nino Di Matteo continua a dire che c’erano le prove per la condanna. "E allora i giudici che hanno assolto che cosa sono, secondo lui, degli inetti?"

Mario Mori (foto LaPresse)

di Marianna Rizzini | 20 Maggio 2016 ore 18:02 Foglio

L’assoluzione con formula piena, anche in appello, dell’ex generale dei carabinieri Mario Mori e dell’ex colonnello Mario Obinu, l’ostinazione di una parte del cosiddetto “circo mediatico” nel non voler considerare chiusa la faccenda e l’improvvisa tendenza, in un’altra parte del circo mediatico medesimo, di voler considerare il processo Mori, che prima veniva collegato “politicamente” alla presunta e cosiddetta “trattativa Stato-Mafia”, come un processo qualsiasi (vista l’assoluzione): tutto questo accade oggi. E però delle due l’una: o quello a Mori e Obinu non era un processo politico neanche prima o deve restare tale anche nella memoria, tantopiù che tutto il castello di accuse è crollato. “La verità è che non c’erano prove”, dice Emanuele Macaluso, giornalista, scrittore, ex parlamentare, storico esponente dell’ex Pci-Pds-Ds ed esperto della materia.

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“Dopo tutte le scene che abbiamo visto al processo, le tesi del procuratore Roberto Scarpinato si sono rivelate inconsistenti”, dice Macaluso, “e però ora ci tocca sentire il pm Nino Di Matteo che insiste, nonostante sia stato smentito nel primo e nel secondo grado, nel dire che c’erano le prove per la condanna. E allora i giudici che hanno assolto che cosa sono, secondo lui, degli inetti? E’ stato imbastito un processo sulla cosiddetta ‘trattativa’ su corollari che riguardavano Mori e la questione della mancata cattura di Bernardo Provenzano, ma su basi poco solide, e sono stati usati come testimoni personaggi squalificati come il colonnello Michele Riccio e Massimo Ciancimino”. E i procuratori “possono continuare ad accanirsi”, dice Macaluso, anche perché “non pagano mai per i loro errori, a differenza di qualsiasi altro professionista: se un medico sbaglia un’operazione qualcuno gliene chiede conto, idem per l’ingegnere se crolla il ponte che ha costruito. E magari per una Procura può essere diverso, ma ci vorrebbe un minimo di professionalità in più: invece vediamo vittimismo e accanimento. E vedremo sicuramente appelli in Cassazione che dureranno vent’anni e si concluderanno in un nulla, ma li vedremo. E poi: ci sono procuratori e pm che non vogliono la separazione delle carriere, ma allora dovrebbero essere più modesti nei confronti dei giudici che considerano colleghi, e se c’è un’assoluzione dire ‘chiudiamo qui’. Non metto in discussione la buona fede, ma è una questione di professionalità”.

Ogni volta che c’è un’assoluzione, poi, non è come quando si legge di un avviso di garanzia: spesso l’assoluzione passa sotto silenzio o il tutto viene minimizzato: “E però”, dice Macaluso, “oggi gran parte della stampa non può non riconoscere che questi due processi danno un colpo all’altro, quello sulla cosiddetta ‘trattativa’. Basta leggere la sentenza di primo grado che demolisce il processo in corso. Ma ci sarà chi farà appello, e alcuni giornali gli daranno corda. Basti vedere come sono stati attaccati, quasi lapidati, su alcuni organi di stampa, il giurista Giovanni Fiandaca e lo storico Salvatore Lupo per il libro ‘La mafia non ha vinto’: sono stati trattati come nemici della giustizia per aver detto quello che pensavano dopo aver analizzato i fatti”.

Caetgoria Giustizia

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