Giudici-pm, io invece le carriere le separerei

E ciò soprattutto davanti alla realtà di un sistema giudiziario autoreferenziale, opaco, corrotto e irriformabile

di Luigi Amicone 10.7.2019 www.italiaoggi.it

Sofisticato ma, secondo me, anche discutibile l'intervento di Bruno Tinti pubblicato ieri da ItaliaOggi sulla inopportunità della divisione della carriere fra giudici e Pm. E ciò soprattutto davanti alla realtà di un sistema giudiziario autoreferenziale, opaco, corrotto e irriformabile perché nessuno rinuncia a un potere assoluto quando ce l'ha, la separazione delle carriere è il minimo. Certo a meno che si ristabilisce la supremazia del trono, l'immunità parlamentare, la nomina dei procuratori da parte dei ministri di giustizia, l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, l'indicazione annuale della priorità dei reati da perseguire perché di maggiore allarme sociale eccetera. Tinti viene dall'idea di amministrazione della giustizia come affare esclusivo dei magistrati, ergo la superiorità della toga padrona. Error dei ciechi che si fanno duci, direbbe Dante.

Invece la giustizia appartiene all'amministrazione della cosa pubblica che dimostri saggezza, realismo e prudenza, è visione intera dell'uomo e della Polis, ed è al di sopra perfino del potere scettrato, figuriamoci se non è superiore a un vincitore di concorso statale che non risponde di niente a nessuno se non, eventualmente, a un volare di stracci da ricatto massonico-mafioso interno. Infatti, nulla sarebbe accaduto nel disordine giudiziario italiano se la procura di Roma (e Perugia e Brescia) non fossero state contendibili e infine conquistate da associazioni diverse dalle sconfitte associazioni di magistrati di sinistra. Infine la nomenklatura demokrat ha preferito uno scandalo di mezza stagione che perdere il trono dell'Urbe capitolina. Non hanno capito che questa volta può succedere di tutto, perfino una riforma che l'Italia aspetta da 25 anni, piaccia o non piaccia alla pentola di Pandora richiusa in fretta

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