Magistrati, fine della supplenza

Cosa vuole fare e cosa farà il governo contro la sbornia forcaiola. Correnti, carcere, responsabilità civile. Intervista al ministro Orlando

di Claudio Cerasa | 24 Febbraio 2015 ore 06:13 Foglio

Roma. Era il nove aprile del 2010 quando questo giornale ospitò a tutta pagina un intervento di un ex responsabile giustizia del Partito democratico che in pochi anni ha fatto rapidamente carriera: Andrea Orlando. In quell’anno Orlando era nella segreteria Bersani e quell’intervento ebbe l’effetto di far emergere alla luce del sole la volontà della sinistra di sbarazzarsi di alcuni tabù culturali sul tema giustizia. Rimodulazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, riforma delle correnti della magistratura, separazione delle carriere, riforma della custodia cautelare, abbattimento del numero di processi arretrati. Oggi Andrea Orlando, cinque anni dopo quell’intervento pubblicato sul Foglio, è ministro della Giustizia.

Siamo andati a stuzzicarlo un po’ per capire se il governo ha intenzione di sfruttare l’occasione storica di riformarla, la giustizia, e se ha intenzione di aggredire un tema chiave affrontato ieri da questo giornale: la rottamazione del processo mediatico. Orlando ci riceve a Roma, al primo piano di via Arenula, sede del ministero, e accetta di vedere cosa è stato realmente fatto e cosa ancora no rispetto al manifesto del 2010. “Ho riletto il mio intervento e mi sono appuntato alcuni passaggi. Ve li offro velocemente. Cinque anni fa le cause civili pendenti erano oltre 5,5 milioni, alla fine dell’anno arriveremo sotto quota 4,5 milioni. Obbligatorietà dell’azione penale? L’obbligatorietà funziona spesso in modo ancora troppo discrezionale ma questo governo ha introdotto un passaggio credo importante che corrisponde alla possibilità di archiviazione per tenuità del fatto, ovvero l’archiviazione delle condotte penalmente rilevanti, ma di scarsa offensività: vedrete che funzionerà”. Separazione delle carriere? “Su questo punto, al di là degli slogan, l’obiettivo del governo è questo, e lo stiamo ultimando: consolidare norme che prevedano il criterio della distinzione dei ruoli, che precisino le incompatibilità e i limiti temporali di permanenza nei diversi uffici. Personalmente sono e resto contrario a separare in modo definitivo le carriere, perché non penso che un corpo fatto da soli pm o da soli giudici possa migliorare il nostro assetto istituzionale, anzi”. E le correnti della magistratura? “Su questo capitolo siamo leggermente indietro perché l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ci ha saggiamente suggerito di aspettare l’elezione del nuovo Csm, e ora che un nuovo Csm c’è ci stiamo muovendo. In concreto cosa vogliamo fare? Diluire il peso delle correnti, sterilizzare il sistema della lottizzazione al Csm in base alla corrente, e non al merito, ma non abolire le correnti del tutto. La mia personale convinzione è questa: eliminare le correnti è un errore; l’idea del giudice privo di convinzioni personali e culturali è un’utopia positivistica o un’ipocrisia; ogni magistrato ha delle sue idee; e io credo che sia giusto che l’appartenenza a quelle idee sia esplicita e non nascosta, purché non formino pregiudizi”.

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Il direttore, di fronte alle parole di Orlando, è colto da un principio di svenimento, ma lascia proseguire il ministro. “L’ultimo punto in questione è la riforma del cautelare. In quell’intervento pubblicato sul vostro giornale io dicevo anche che avrei voluto vedere una sinistra impegnata sinceramente nella lotta contro la sbornia forcaiola, e credo che quello che questo governo sta facendo sulle carceri è molto importante. Dividerei il ragionamento in due campi. Nel primo campo, per combattere l’uso eccessivo e spesso scellerato di uno strumento di cui spesso si è abusato come la custodia cautelare, abbiamo fatto un piccolo passo importante che corrisponde a una norma che è stata approvata in Parlamento: il magistrato non può mettere in carcere nella forma di custodia cautelare chi, secondo il capo di imputazione, non potrà mai essere condannato a una pena che non prevede il carcere. Il secondo campo è invece relativo al tema del sovraffollamento e oggi possiamo dire che i dati sono questi: al 31 dicembre 2013, i detenuti presenti in carcere erano 62.536, a fronte di una capienza regolamentare di 47.709 posti; al 31 gennaio 2015, i detenuti presenti sono 53.998, a fronte di una capienza regolamentare di 49.943. L’indice di sovraffollamento, tra liberazioni anticipate e ridefinizione delle pene, è passato da 131 per cento a 107,9 per cento, e finalmente l’Italia, sulle carceri, non è più un paese illegale”.

Cinque anni dopo la pagina del Foglio
Superare la sbornia forcaiola, diceva Orlando, e nella nostra conversazione con il ministro della Giustizia, che dunque si autopromuove rispetto alle intenzioni del manifesto di cinque anni fa, si riparte da qui. “Io credo che gli orrori del processo mediatico siano figli di una certa cultura giustizialista con cui l’Italia deve fare ancora i conti, ma che, ringraziando il cielo, si trova molto lontana dal Pd e da questo governo. Il garantismo, non certo nell’accezione pelosa di impunità, negli ultimi anni è tornato a essere un concetto di sinistra, e da vecchio migliorista e da vecchio seguace di Chiaromonte e Macaluso sono orgoglioso, e credo che all’interno di questo nuovo contesto sia maturato un clima diverso in cui la separazione dei poteri, la giusta distanza tra potere giudiziario e potere legislativo, stanno cominciando a essere qualcosa di più di un’utopia”. Chiediamo al ministro se rientra all’interno di questo ragionamento anche la riforma sulla responsabilità civile dei magistrati che salvo sorprese dovrebbe essere approvata oggi alla Camera anche per evitare che il 28 febbraio scatti la multa da 51 milioni di euro prevista dalla procedura d’infrazione europea proprio sul tema dell’assenza di una norma che regoli la responsabilità civile in Italia. Orlando ci pensa e fa un passo avanti nel ragionamento. “Non c’entra con la separazione dei poteri, c’entra con una questione di giustizia giusta. Fino a oggi, di fronte a una negligenza inescusabile di un magistrato, la parte offesa aveva solo un’opzione: andare al tribunale civile, presentare la propria denuncia e aspettare che la corte d’appello, senza entrare nel merito, dicesse se la denuncia era fondata o no. Risultato: dal 1989 al 2012, su 34 casi di denuncia accettati dalla Corte, le condanne sono state solo cinque. Oggi, con questa riforma, non c’è più filtro: si va al tribunale civile, si presenta la denuncia, il processo va avanti; se la denuncia va a buon fine paga lo stato; se si dimostra che da parte del magistrato c’è stato dolo o negligenza inescusabile, paga in parte il magistrato. Scusate, ma mi sembra una rivoluzione. E a tutti quelli che oggi dicono che qualche magistrato potrebbe essere sanzionato, io dico che è vero, ma è anche vero che da ora in poi ci saranno molti cittadini, ed è la cosa che mi interessa di più, che potranno avere giustizia quando nei loro confronti la giustizia è stata ingiusta, e lo dico senza nessuna compressione dell’indipendenza della magistratura e nessuna concessione o forma di conformismo giudiziario”.

Il Foglio chiede al ministro di offrire infine un quadro completo su due questioni centrali di cui questo giornale ha parlato ieri: come arginare l’eccessiva discrezionalità del giudice che spesso si trasforma in soggettività esasperata nella valutazione di alcuni processi; e come risolvere in modo definitivo uno degli ingredienti più diabolici del processo mediatico: gli abusi legati alla diffusione di intercettazioni che riguardano i non indagati e che semplicemente non dovrebbero essere diffuse. “Sul tema della grande discrezionalità di cui qualche volta il sistema abusa – dice Orlando – io credo che l’unica risposta possibile e sensata per affrontare un problema vero sia quella di smetterla di dare in pasto all’opinione pubblica nuove tipologie di reati per rispondere ad alcune emergenze sociali e cominciare, come stiamo facendo, a portare avanti una politica di depenalizzazione di alcuni reati meno gravi a favore di più efficaci e tempestive sanzioni amministrative. Per quanto riguarda invece le intercettazioni il discorso mi sembra più semplice e rivendico quello che questo governo ha intenzione di portare avanti con la delega sulla giustizia: mantenere e preservare le intercettazioni come strumento chiave delle indagini ma proibire, attraverso un utilizzo vero e non fittizio del passaggio chiamato udienza filtro, che tutto ciò che non riguarda gli indagati e che non riguardi i reati e che non abbia alcun tipo di peso all’interno di un processo sia infilato nei fascicoli giudiziari. So che il vostro giornale considera il protagonismo dei magistrati come un elemento chiave del processo mediatico, io per primo dico che negli ultimi anni ci sono stati degli eccessi, ma vorrei sottolineare un punto: se in passato ci sono stati degli eccessi, ciò è avvenuto non perché la generalità dei magistrati sono scorretti ma anche perché la politica è stata latitante. Oggi siamo in una fase diversa, e mi permetto di dire che con il ritorno della politica la fase della supplenza semplicemente si è ridotta, e mi sembra una buona notizia: sia per la politica sia, soprattutto, per la magistratura. La sarà, ancora di più, quando la politica accetterà sino in fondo la sua missione: cambiare la realtà”.

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