Ecco come saranno aboliti i nomi italiani in Alto Adige. Documento esclusivo

Chiedo subito scusa ai lettori: il testo normativo che qui pubblichiamo per la prima volta, è scritto in un italiano che non si fa leggere. Ma bisogna leggerlo

 Federico Guiglia Formiche .net 26.2.2017

L'editorialista Federico Guiglia spiega e commenta il testo

Chiedo subito scusa ai lettori: il testo normativo che qui pubblichiamo per la prima volta, è scritto in un italiano che non si fa leggere. Ma bisogna leggerlo…. E’ tutta farina della cosiddetta Commissione paritetica dei Sei, composta, appunto, da sei persone non elette da nessuno per questo compito costituzionale, ma nominate in rappresentanza dello Stato e della Provincia autonoma di Bolzano. Così paritetica, che sono di lingua italiana soltanto due membri su sei.

Chiedo scusa ai giuristi che, dopo aver letto tale “schema di decreto legislativo”, potrebbero domandarsi: ma com’è possibile che un simile obbrobrio sia destinato all’attenzione del Consiglio dei ministri e alla firma del Quirinale senza che almeno i consiglieri giuridici del presidente del Consiglio e del capo dello Stato, dicano ad alta voce: “Attenzione, Gentiloni, attenzione Mattarella, questo provvedimento dall’innocua apparenza e incerta scrittura in realtà è uno schiaffo senza precedenti all’ordinamento della Repubblica”.

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Hanno dimostrato un coraggio civile sconosciuto in un mondo intellettuale e politico non di rado così vile e servile. Si sono presi ogni genere d’insulto da estremisti sudtirolesi che vivono di propaganda e pregiudizio, e soltanto per aver fatto la cosa giusta. Soltanto per aver invocato, quei professori italiani e stranieri, il rispetto della legge in Alto Adige, Italia.

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Chiedo scusa alla comunità di lingua tedesca che, in grande maggioranza, non è affatto ostile al buonsenso del bilinguismo; chi è di lingua italiana dica pure in italiano ciò che noi, di lingua tedesca, diciamo in tedesco: dove sta il problema? Anche nella Svp non mancano gli animati dallo stesso civismo, che poi vuol dire saper convivere e voler rispettare la storia d’Italia e di tutti.

 

Ma costoro sono silenti: non parlano. In loro vece si leva la voce prepotente di chi si giustifica così: noi decidiamo di sradicare un gran bel pezzo di nomi, solo per evitare che l’addio ai monti italiani lo rivendichi, molto peggio di noi, l’estremismo politico fiorente alla nostra destra. Ma che bravi, che buoni che sono: selezionano i toponimi da far scomparire solo per aiutarci.

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Chiedo, infine, scusa a tutti per queste ultime riflessioni purtroppo necessarie per leggere il testo in controluce. Un testo che l’8 marzo, giornata internazionale delle donne, conoscerà la sua definitiva formulazione per passare poi al varco e al varo del Consiglio dei ministri, del Quirinale e diventare norma d’attuazione di rango costituzionale.

Si deve, allora, sapere che, pur dovendo attuare precise disposizioni dello Statuto speciale d’autonomia in materia di toponomastica prescritte dagli articoli 101, 102 e 99 dello Statuto del 1972, tali disposizioni non vengono neppure menzionate. Un’imperdonabile dimenticanza? Certo che no. Quegli articoli stabiliscono con chiarezza costituzionale (già “interpretata” pure dalla Corte Costituzionale con una precedente sentenza, la 28 del 1964), che la Provincia di Bolzano può solo “accertare l’esistenza ed approvare la dizione” dei toponimi tedeschi e ladini, non già cancellare la centenaria esistenza di quelli italiani in vigore. La norma costituzionale non le consente l’abominio, non le consente d’eliminare le dizioni italiane. Non possono farlo, non devono farlo.

Aver ignorato queste disposizioni dello Statuto rivela, quindi, che non si tratta di norma di ”attuazione”, bensì di ’“alterazione” dello Statuto, perché ne stravolge, cioè viola, la lettera e lo spirito.

Seconda riflessione

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Non citare la legge in vigore in Italia sulla toponomastica è un atto di sfida (anche di spregio?) per l’ordinamento della Repubblica. E’ come dire: noi regoleremo i toponimi a nostro piacimento, a prescindere dalle norme vigenti frutto della storia d’Italia e tutelate al massimo livello dalla Corte Costituzionale.

Terza riflessione.

Per raggiungere l’obiettivo di rendere monolingue, cioè solo in tedesco, ciò che da cent’anni è indicato in italiano e in tedesco, si prevede il criterio comico, ma devastante della “denominazione diffusamente utilizzata”. Un criterio indimostrabile e discutibile in eterno, che perciò si presterà all’arbitrio di chi ha più forza politica e maggior potere: la Svp. E poi come bussola per stabilire quel che si può conservare e quel che si deve eliminare, s’inventa il criterio della presunta “dizione originaria in lingua tedesca e o ladina dei nomi storici” (si noti la raffinatezza grave e greve: non si prevede una “dizione originaria in lingua italiana”; per noi italiani la storia non vale e non conta).

Ecco, forse siamo al punto: che cosa c’è dietro. “Dizione originaria” significa andare in retromarcia alla ricerca del “chi c’era prima”, quasi esistesse una fonte di purezza toponomastica a cui obbligatoriamente abbeverarsi, una presunta e sacra origine solo tedesca.

Attenzione, è un concetto anacronistico, inaccettabile, e due volte insidioso. Si potrebbe, infatti, scoprire che il toponimo italiano “Appiano” è nome prediale (da “Appius” + suffisso anum), storicamente molto anteriore, addirittura di epoca romana, rispetto al tedesco “Eppan”. Ma nell’elenco dei nomi da decapitare, guarda un po’, non figura semmai la scure per l’intedescato “Eppan” (e sarebbe una follia), bensì la ghigliottina già calante per l’antico “Castel d’Appiano”, che diventerebbe un grottesco “Castel HochEppan”. Semplicemente vergognoso.

Come si vede, il vigente e inderogabile obbligo di bilinguismo (“Castel d’Appiano/Burg Hocheppan”) è anche un magnifico baluardo contro l’ignoranza e l’arroganza. E’ un’isola di libertà, dove nessuno è prigioniero dell’altrui volontà. Dove nessuno può vietarmi la parola nella mia lingua.

Ultima avvertenza.

Hanno messo nero su bianco persino che l’”ordine di precedenza” linguistico nei cartelli e nella segnaletica stradale “è dato dalla consistenza dei gruppi linguistici nei luoghi di pertinenza risultante dall’ultimo censimento generale della popolazione”. Insomma, con l’eccezione nei comuni di Bolzano e di Laives, tutto dovrà essere prima in tedesco.

Si sono preoccupati di regolamentare il metro col centimetro non per teutonica precisione ma, vuoi vedere?, per continuare a non attenersi a una sentenza della Corte Costituzionale. Quella celebre sul “maso avito”, la 21 del 1987. Stabiliva la precedenza della lingua italiana, che è “la lingua ufficiale dello Stato”. Come se non bastasse, un’altra esemplare sentenza della Corte Costituzionale appena depositata, la numero 42 di quest’anno, ha riaffermato che l’italiano è la lingua intoccabile della Repubblica.

Il conto alla rovescia è così cominciato. Dieci giorni mancano alla decisione finale dell’8 marzo, giornata internazionale delle donne.

Se in questo Paese chi esercita pubbliche funzioni coltiva ancora il senso dello Stato e lo Stato di diritto, si è in tempo a fermare lo scempio politico-giuridico di una norma di “alterazione” impresentabile, che apre la strada all’abolizione definitiva di una parte smisurata di nomi italiani dalla secolare tradizione in Alto Adige.

Sono in gioco principi, valori e diritti che ogni persona libera, ma soprattutto ogni Istituzione pubblica, dovrebbe sentire propri, e saper difendere “con onore”, come scrive la nostra Costituzione in uno dei suoi articoli più belli e dimenticati.

Federico Guiglia

Categoria Italia

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