Perché le dismissioni immobiliari dello stato sono sempre fallite
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Dismissioni immobiliari. «Siamo una Repubblica mediatica, per cui la politica si identifica e si esaurisce con l'annuncio!
di Sergio Luciano 24.11.2018 www.italiaogggi.it
Digitando «Immobiliare Italia» nella finestra di ricerca di Google si inciampa in una decina di videate senza trovare la madre di questa definizione. Ma se si aggiunge una terza parola, la si trova subito: Pomicino. Sì, lui, Paolo Cirino Pomicino, detto «'o ministro», andreottiano di ferro, protagonista colorito e brillantissimo della Prima Repubblica, fantasista della finanza pubblica, più volte ministro, l'ultima delle quali con la delega al bilancio, nell'epoca in fondo virtuosa (nonostante i discutibili effetti) in cui si riconosceva all'economia una tale crucialità da suddividerne le deleghe in tre ambiti: delega alla spesa, il ministro del tesoro; delega all'incasso, il ministro delle finanze; delega alla mediazione tra le esigenze di spesa e quelle di incasso, il ministro, appunto, del bilancio.
Pomicino torna oggi prepotentemente alla memoria (al di là dei begli articoli che continua a scrivere) di fronte al riemergere del mantra eterno della Repubblica sprecona e inefficiente, quello delle dismissioni immobiliari. «Siamo una Repubblica mediatica, per cui la politica si identifica e si esaurisce con l'annuncio! E questo vale anche per le vendite immobiliari del demanio pubblico», dice Pomicino a Giorgio Dell'Arti, per il suo «Cinquantamila», summa degli italiani notevoli. Lui che, nel '92, fondando appunto una prima società immobiliare pubblica destinata a vendere il patrimonio, «Immobiliare Italia», inaugurò la lunga sfortunata serie di conati privatizzatori che si corona oggi nei piani del governo gialloverde, con l'idea di salvare i conti pubblici piazzando il mattone di stato nelle mani dei privati.
Le dismissioni demaniali annunciate periodicamente in pompa magna da quasi tutti i governi, non sono mai riuscite. Né con quella «Immobiliare Italia» del '92, né con i programmi tremontiani di Scip 1, Scip 2 e Patrimonio dello stato spa. Perché? Semplice: perché è impossibile dare un prezzo a beni inutilizzabili nelle loro caratteristiche storiche se non si garantisce a chi li compra la possibilità di farne ciò che vuole. Una vecchia caserma vale zero, se non si permette all'acquirente di trasformarla in un albergo, in un supermercato, in un multisala. E anche se glielo si permettesse (mettendo miracolosamente d'accordo la sfilza di enti, locali e non, in grado di porre veti) i costi di ristrutturazione deprimerebbero il valore conseguibile con la vendita. Tanto più in un paese che ha da anni introdotto una tale pressione fiscale sulla rendita immobiliare da schiacciarla a irrisori rendimenti del'1-1,5% all'anno. E dunque? Dunque saranno un flop anche le annunciate privatizzazioni immobiliari gialloverdi.
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