La flat tax di Orbàn ha ridotto l’evasione

L’Ungheria è stato il primo grande paese Ue a tagliare le tasse. Ma grazie al controllo digitale di tutta l’economia. Ora il Pil cresce del 4%. Budapest asciuga il sommerso e vince la sfida dell’export

di Luigi Chiarello, 5.12.2018 www.italiaoggi.it

La flat tax funziona e stimola la crescita economica. E una riduzione delle tasse spinge a evadere meno, ma solo se accompagnata da controlli istantanei sulle fatture emesse e dal pedinamento dei trasporti commerciali. Questa la «lezione» del primo ministro ungherese, Viktor Orbán, la cui politica economica, nel silenzio dei giornali occidentali, ha sciolto un nodo gordiano che per decenni ha diviso politici ed economisti: Ridurre le tasse cancella l'evasione o chi fa nero lo farà comunque?

Fino ad oggi, i partiti si sono divisi tra quelli che «Bisogna difendersi dallo stato» e quelli che «Lo stato siamo noi». Eppure, c'è uno stato in Europa che ha superato questa polarizzazione: l'Ungheria è il primo paese di una certa consistenza nell'Unione europea ad aver applicato la flat tax (o tassa piatta). Lo ha fatto nel 2011, imponendo un'aliquota fissa al 16% e cancellando ogni forma di progressività sulla tassazione del reddito delle persone fisiche e delle famiglie. Oggi l'aliquota è al 15%. Prima di Budapest, solo le tre repubbliche baltiche avevano fatto qualcosa di simile, seppur in modo meno incisivo; l'Estonia ha imposto un'aliquota fissa al 24%, poi la Lettonia al 25 e la Lituania al 33. Più in generale, nel Vecchio Continente il primo governo a superare il dogma della progressività fiscale, tagliando drasticamente le imposte, è stato il Cremlino, che nel 2001 ha introdotto un'aliquota unica al 13.

Questa politica ha sedotto la Lega di Matteo Salvini, che sulla flat tax ha costruito prima la campagna elettorale, poi la sua fetta di contratto di governo. L'esecutivo gialloverde, impegnato in un serrato negoziato con Bruxelles, sta introducendo la tassa piatta in Italia, con la legge di Bilancio. Per ora l'aliquota prevista è al 15% per i soli autonomi e le partite Iva e fino a un reddito di 65 mila euro; ma dal 2020 sarà potenziata. La filosofia che guida la riforma è questa: semplicità nella riscossione e un'aliquota più bassa favorirebbero l'emersione dal nero, a quel punto sconveniente, stimolando così investimenti e gettito, secondo i principi dettati dalla curva di Laffer. Ma basterà?

L'Ungheria insegna che la detassazione, da sola, non basta. Dal 2014, il governo Orbán ha accompagnato la sua politica fiscale con l'implementazione di un meccanismo di tracciabilità dei conti, che rende la vita dura a chi fa nero. In particolare, grazie a due sistemi: un controllo immediato delle fatture emesse al momento del pagamento, da parte del Fisco. E un meccanismo, denominato Ekaer, che obbliga i trasportatori alla tenuta di un registro e ad un monitoraggio continuo dei trasporti effettuati. Funzionano così:

- il regolamento ungherese sulla fatturazione istantanea impone ai fornitori di servizi (ad es. taxi, riparazione veicoli, catering, immobiliare) e ai venditori di prodotti (ad es. negozi al dettaglio) di utilizzare «contante online», registrando la transazione al momento dell'emissione delle fatture (cioè, ogni volta che si vendono servizi e prodotti). Il registratore di cassa ha una connessione dati continua con i sistemi dell'Autorità fiscale ungherese (Hta, ndr); di conseguenza, l'Hta può monitorare costantemente l'esecuzione delle transazioni. In questo modo, Budapest ha ridotto le evasioni Iva e reso immediati i controlli. Non solo. La platea di persone e società a cui si applica il sistema è destinata a crescere;

- il sistema Ekaer, anch'esso gestito dall'Autorità fiscale ungherese, scheda le movimentazioni commerciali prima dell'inizio dell'attività di trasporto, attraverso la registrazione del volume dei prodotti trasportati, del mittente, del destinatario, del numero di targa del veicolo usato per i trasporti.

Entrambi i meccanismi di sorveglianza sono accompagnati da un corredo di sanzioni, che non lascia scampo all'evasore: dopo un paio di avvertimenti scatta il blocco immediato dei conti aziendali e per chi non si redime c'è la chiusura.

Il successo magiaro. Intervenuto a un convegno organizzato dall'Ordine dei commercialisti di Milano l'ambasciatore ungherese in Italia, Adam Zoltàn Kovàcs, ha spiegato che la lotta al sommerso è senza quartiere: «Con la flat tax si è passati da 1,5 mln di contribuenti nel 2011 ad oltre 4 mln di persone che pagano le tasse sui redditi».

Il gettito? «Nel primo biennio di flat tax l'Ungheria ha accusato minor gettito, poi le entrate sono aumentate». Come? «Attraverso i controlli e la conseguente crescita della popolazione tassata; anche il salario minimo è tassato in Ungheria», dice Kovàcs. E poi c'è la Orbánomics, l'irrituale politica economica del primo ministro, che ha coniugato una politica aggressiva sugli investimenti esteri, attratti da bassa tassazione e finanziamenti Ue, ad un maggior carico fiscale sui consumi: l'aliquota Iva più alta è al 27%. Morale: la disoccupazione è passata dall'11,1 al 3,7% in otto anni e il pil è passato dal -1,6% del 2012 al +4,2% del 2017. Nel 2018 l'attesa è per un 4,1%. Il tutto, con un paradosso: 10 mln di magiari, a fine 2017, hanno generato esportazioni per 100 mld di euro. L'Italia, coi suoi 60 mln di cittadini, ha raggiunto i 448 mld di euro di export. Alla fine, Budapest, bollata come «sovranista e protezionista», ha usato la globalizzazione meglio di Roma

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