Nuova maturità e test invalsi, a scuola nessuno vuole essere valutato
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In tutta Europa questi esami sollevano critiche. Ma solo in Italia si aggiunge, all’insofferenza verso questo tipo di valutazione, l’insofferenza per la valutazione in sé.
MARIO MARGIOCCO 23.12.2018 ww.lettera43.it
La scuola è come un alveare e mai è consigliabile scuoterla perché le api si agitano, e le api agitate pungono. Invece tutti i ministri appena arrivati scuotono, dimentichi che per una volta l’unica vera riforma della costantemente riformata scuola italiana sarebbe da tempo un coraggioso annuncio di nessuna riforma per un quinquennio almeno. Se le forze armate avessero subito altrettante riforme, che fanno disfano sovrappongono dividono, oggi probabilmente avremmo gli alpini sommergibilisti, e i sommozzatori carristi. I nuovi ministri non si sono ancora seduti sulla poltrona che devono annunciare l’applicazione dell’ultima riforma lasciata dal predecessore. Vedasi l’annuncio lo scorso ottobre dell’ennesima versione dell’esame di maturità avviata dal ministro Valeria Fedeli (governo Gentiloni); le prove scritte scendono da tre a due con grande gioia di studenti e famiglie.
Il nuovo ministro Marco Bussetti, della Lega, insegnante e dirigente scolastico di professione, ha aggiunto, tentazione irresistibile, alcune riformette di suo. Per accedere alla maturità, cioè all’esame finale che chiude la scuola media superiore, non saranno più necessarie le ore di alternanza scuola-lavoro, contestatissime in Italia ma che funzionano in Svizzera, Germania e altrove. E inoltre il test Invalsi del quinto anno di superiori non sarà più parte dell’esame finale né farà media con questo.
I DEMONIZZATI TEST INVALSI FIGLI DI QUELLI OCSE-PISA
Invalsi sta per Istituto nazionale per la valutazione del sistema, ente pubblico di ricerca sotto la supervisione del Miur (ministero dell’Istruzione, università e ricerca), ed è un nucleo che dal 2009 prepara e gestisce dei test annuali, obbligatori dal 2012, identici in tutta Italia, eseguiti in seconda e quindi elementare, terza media, seconda e quinta delle superiori, adattati ovviamente alle differenti età. L’obiettivo è misurare su alcuni criteri il livello di un allievo, di una classe, di un istituto. La prova avviene per italiano, matematica e, assai più di recente, per la lingua inglese. Se si prende a esempio un test di italiano per la terza media, si vede che non è difficile ma nemmeno semplice. C’è un brano e una serie nutrita di domande a scelta multipla per misurare la sua comprensione e altro. Alle superiori la complessità aumenta.
Queste prove hanno un progenitore nel cosiddetto test Ocse-Pisa, messo a punto a partire dall’Ocse di Parigi, ente multinazionale delle economie più sviluppate del quale fanno parte 36 Paesi, mentre al test Pisa (Program for International Student Assessment) se ne associano più o meno altrettanti. In un’ottantina di Stati quindi periodicamente da 4 ai 10 mila studenti di 15 anni, si tratta di una campione quindi e non di una prova universale come Invalsi, vengono misurati quanto a livello di alfabetizzazione linguistico-letteraria, matematica e scientifica.
I test, quello “globale” Ocse-Pisa e quelli nazionali, hanno sostenitori e avversari in tutti i Paesi
Poiché il mondo della scuola è un alveare problematico un po’ ovunque, inutile dire che questi test, quello “globale” Ocse-Pisa e quelli nazionali, hanno sostenitori e avversari in tutti i Paesi. I Sats inglesi hanno sollevato infinite critiche, e così le valutazioni francesi, introdotte nel 2009 sotto il conservatore Nicolas Sarkozy, sospesi nel 2013 con il socialista François Hollande perché ritenute inaffidabili dal suo ministro dell’educazione (in genere la critica ai test è più da sinistra che da destra) . Al centro delle critiche c’è il timore del teaching to the test, di un insegnamento che inevitabilmente viene spinto più a preparare per il test che non a dare una vera formazione. Ed è una preoccupazione condivisibile. Che non esclude però l’utilità di vedere, oggettivamente, se un allievo capisce un brano o sa fare un piccolo o meno piccolo esercizio matematico, e quanti superano queste prove, dando così una valutazione quantitativa del livello medio degli studenti di una classe, di un istituto, di un Paese. Non è assolutamente tutto, ma è una base. Il “sapere” quantitativo ha forti limiti, ma non è un nulla inutile.
SOLO IN ITALIA ESSERE VALUTATI È CONSIDERATO DISCRIMINANTE
Già a settembre il ministro Bussetti lanciava segnali di critica al mondo Invalsi e si diffondeva l’opinione che i test avessero ormai vita breve. Diceva che quello del quinto anno non avrebbe più fatto parte della valutazione del voto di maturità, con notevole declassamento della prova Invalsi di fine percorso, e sosteneva che il test è monco perché non valuta i cosiddetti soft skills dell’allievo, la capacità sua propria di ragionare e affrontare situazioni impreviste.
Naturalmente ci sono stati plausi e critiche, e il ministro nei giorni scorsi ha precisato di non voler abolire i test ma di non essere del tutto soddisfatto da come sono formulati. Test di valutazione? «I docenti sono già loro in grado di dare una propria valutazione», ha detto nei giorni scorsi a una trasmissione radio (Zapping, su Radio1), e ha espresso la volontà di «cambiare perché si passi da una diagnosi a una cura». È stata nominata una commissione che entro un anno dovrà sottoporre proposte.
Tra le varie competizioni chei test alimentano c’è quella tra le scuole del Nord e quelle del Sud, perché mediamente i risultati dei test al Sud sono inferiori
In tutta Europa, e anche altrove, i test tipo Invalsi, e lo stesso Pisa, sollevano critiche e quella del teaching to the test le riassume bene. Ma solo in Italia si aggiunge, all’insofferenza verso questo tipo di valutazione, l’insofferenza per la valutazione in sé. Parlando di una «scuola moderna e inclusiva, che non lasci nessuno indietro» il segretario generale di Flc-Cgil, Francesco Sinopoli, ha denunciato«la deriva sempre più ideologica della valutazione» che «introducendo diseducativi meccanismi di competizione tra studenti e singoli istituti, ripropone antichi vizi che credevamo eliminati». Tra le varie competizioni che Invalsi e Pisa alimentano c’è, come noto e puntuale ogni volta in Italia, quella tra le scuole del Nord e quelle del Sud, perché mediamente i risultati dei test al Sud sono inferiori. Un fattore «che stride», osservava tempo fa La Repubblica, «con i risultati della maturità che vedono al Sud una diffusione di voti massimi e lodi molto più elevata che al Nord».
L'ISTRUZIONE È FONDAMENTALE PER L'ASCENSORE SOCIALE
Una recentissima analisi di Bankitalia ha riproposto il problema del ruolo della scuola come contributo all’ascensore sociale, l’opportunità per i giovani di uscire dalle eventuali basse condizioni di reddito e di scolarità dei genitori, migliorando, cosa in Italia più difficile che altrove. Ma che ascensore può essere la scuola se alla fine l’obiettivo è quello della più serafica uguaglianza? Senza valutazioni e una sana competizione come fa la scuola a premiare i migliori? Chi ha in casa molti libri è certo (in genere, non sempre) avvantaggiato, come ricordava a suo tempo don Milani. Ma perché non si deve valutare e premiare, almeno, chi pur non avendo libri in casa riesce a far bene a scuola e quindi è doppiamente meritevole?
Il resto del Paese ignorerà probabilmente il tutto, ma l’alveare della scuola ha ricevuto con le sortite del ministro Bussetti sui test Invalsi una scossa e già sta nervosamente ronzando. Qualcuno verrà punto. Può darsi che il tutto aiuti a riscoprire le origini di questa resistenza italiana a valutare, diventata tendenza a non valutare affatto, in nome dell’inclusione. Tutti marescialli. È un modo non solo di intendere la scuola, ma la società intera, e c’è da chiedersi se davvero aiuta chi vuole far fruttare i propri talenti. Tullio De Mauro, linguista insigne, che sarebbe diventato nel 2000-2001 ministro dell’Istruzione, deprecava nei suoi scritti giornalistici di 30 anni prima «lo studio come acquisizione individualistica di nozioni che consentono di emergere nella competizione sociale» ritenendola una «forma di studio che fa diventare “ ‘amici del padrone’» e invitava a ritenere «inutili scorie registri, voti individuali...». Ma se la scuola non mi premia perché sono bravo, magari pur non avendo genitori istruiti e una biblioteca in casa, potrà mai essere per me un ascensore sociale? E se non ci sono i “voti individuali”, che voti ci sono, forse nessuno, e che cosa certificano?


