Che errore fermare le trivelle che cercano il gas. Scoppia la polemica tra Emiliano e Di Maio.

Ma se si bloccano le concessioni si arrecano danni a imprese e consumatori

di Carlo Valentini 9.1.2019 www.italiaoggi.it

Ci sono tutti gli ingredienti per ripetere il boomerang del nucleare. La cancellazione (attraverso un referendum tenuto sotto l'emotività pseudo-ambientalista) del nucleare comportò la distruzione di un comparto produttivo ad alta tecnologia in cui l'Italia primeggiava, un salasso nei conti pubblici per spegnere le centrali (la demolizione è ancora in corso), l'acquisto di energia (nucleare) dall'estero e in particolare dalla Francia che ha centrali ubicate a ridosso della nostra frontiera (con un fiume di denaro che continua ad andare a rimpinguare le casse francesi), il costo della bolletta energetica più cara che nel resto d'Europa.

Quella che poteva essere una spinta all'innovazione tecnologica per rendere più sicure le centrali e alla formulazione di un protocollo con garanzie ferree per la loro manutenzione si risolse in una rincorsa dogmatica tra forze politiche e movimenti verdi e in un rifiuto tout-court del nucleare, salvo poi farci arrivare quell'energia, necessaria per la vita del Paese, dall'estero, prodotta da centrali sulle quali non avevano (e non abbiamo) alcun controllo.

Il copione sembra ripetersi con le trivellazioni (in mare o in terraferma) alla ricerca di gas e petrolio. Anche in questo caso non si dibatte sulle modalità dell'intervento, compreso che tipo di rigide norme per la tutela dell'ambiente e della fauna, ma si va all'assalto del totem per distruggerlo. Il governo dice: mai più autorizzazioni e c'è una singolare rincorsa tra il presidente della Puglia, Michele Emiliano, Pd, e il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa (5stelle), a cercare il modo per fermare le trivelle a cui invece Luigi Di Maio ha dato il placet (addossando la responsabilità al precedente governo).

Insieme alle trivelle si annienterebbe un'intera, importante filiera produttiva (nella quale l'Italia eccelle) e si dovrebbe poi ricorrere, pagandolo a peso d'oro, al gas estratto nel mare della Croazia e dell'Albania (che si confonde col nostro Adriatico). Gli italiani dovrebbero essere consapevoli che alla fine il conto di tutto questo lo pagheranno loro, ogni mese nella bolletta. Tra l'altro alcune delle concessioni ora contestate fanno capo ad Enel ed Eni che non sono multinazionali ma enti (di fatto) pubblici.

Franco Nanni è presidente di Roca, l'associazione delle imprese contrattiste offshore: «I politici dicono che al primo posto c'è l'occupazione, ebbene nel settore c'erano 6700 dipendenti nel 2015 siamo già scesi a meno di 5000 e se non ci si consente di lavorare scompariranno anche questi posti di lavoro. Si rischia di mettere in ginocchio il più importante distretto del settore del Mediterraneo. Le aziende sono in grado di offrire dalla progettazione alla costruzione e installazione in loco delle piattaforme, per arrivare alla manutenzione e ai servizi avanzati. Abbiamo eccellenze mondiali nella fabbricazione di componenti che lavorano anche in acque profonde. Rischi? Non ce ne sono: dovrebbe fuoriuscire una quantità enorme e assurda di materiale: non è mai successo. Ma per fare presa sulla gente si dicono grandi fesserie, bufale. Si arrivano a prospettare terremoti, subsidenze. Non ci sono evidenze scientifiche, quindi sono fake, chiacchiere da bar».

Il problema della dipendenza energetica dall'estero non è di poco conto con le turbolenze internazionali che vi sono all'orizzonte. Nel 2006 venivano prodotti sul territorio nazionale 10 miliardi di metri cubi di gas rispetto agli 86 miliardi consumati, nel 2016 la produzione interna è scesa a 5,7 miliardi di metri cubi, su un consumo complessivo di 71 miliardi di metri cubi. Una situazione che peggiorerà se vincerà il No assoluto alle trivelle, con l'Eni che potrebbe essere costretta a rivedere il suo piano pluriennale (arriva fino al 2020) che prevede il mantenimento in Adriatico dell'attuale livello di produzione di gas, pari a 53.000 barili di olio equivalente al giorno (che potrebbero raddoppiare con nuove piattaforme). Secondo le stime dell'Ufficio minerario, le riserve accertate di gas in territorio italiano ammontano a 130 miliardi di metri cubi con un potenziale aggiuntivo tra 120 e 200 miliardi, per un valore tra 75 e 100 miliardi di euro.

Aggiunge Nanni: «Addirittura c'è chi mette in relazione le attività estrattive con l'inquinamento marino ma analisi super partes hanno dimostrato che è quasi nullo, pari allo 0,1% del totale mentre il 60% deriva da scarichi civili e industriali e il 40% dai fumi delle navi».

Qualche tempo fa Grenpeace aveva parlato di cozze inquinate da metalli pesanti attorno alle piattaforme. In Romagna vi era stata una levata di scudi generale, con l'intervento perfino del parroco di Marina di Ravenna e vicario episcopale della diocesi di Ravenna, don Paolo Babini («io sto con i lavoratori») a braccetto col segretario della Cgil ravennate, Massimo Marani («Si lavora in pieno rispetto della sicurezza e dell'ambiente e sono invece tante le strumentalizzazioni, io difendo i lavoratori, non i petrolieri»). A favore delle trivelle è sorto anche il movimento «Ottimisti e razionali», dice il fondatore, Gianfranco Borghini: «Alle località della riviera romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, sono state assegnate ben 9 bandiere blu per la gioia dei milioni di turisti che affollano ogni anno le nostre spiagge in Adriatico».

Nei mari italiani sono in funzione 135 piattaforme e 729 pozzi che operano in base a 60 concessioni. L'estrazione frutta in royalties (allo Stato e agli enti locali) circa 370 milioni di euro. Forse sono pochi e quindi ce ne sarebbero di punti da discutere, pacatamente. Invece di scegliere la battaglia all'arma bianca che rischia di lasciare sul terreno solo rovine, com'è accaduto col nucleare.

di Carlo Valentini Twitter: @cavalent

Solo gli utenti registrati possono commentare gli articoli

Per accedere all'area riservata