Vent’anni a distruggere le istituzioni, e adesso Salvini fa quello che vuole

In una politica che altro non sa fare se non dare spettacolo di sé, occorrerebbe riaprire il vocabolario delle istituzioni.

Giulio Cavalli 10.8.2019 www.linkiesta.it

Ripassare i compiti del presidente della Repubblica e il ruolo dei partiti. Ad esempio, la ricerca di una maggioranza in Parlamento non è una “manovra di Palazzo”

Forse sarebbe il caso di uscire da questa isteria che ha trasformato la politica in avanspettacolo e provare a riaprire il vocabolario civile e istituzionale, almeno per tentare di recuperare in giro un po’ di serietà e per comprendere una volta per tutte che in questo gorgo ci siamo finiti noi, raccogliamo semplicemente i frutti dei cattivi semi di questi ultimi anni e ci incastriamo negli stessi cunicoli sozzi che abbiamo contribuito a scavare.

Ci sarebbe, tanto per iniziare, da restaurare il senso delle istituzioni e la consapevolezza delle procedure parlamentari: questo continuo farneticare di una sovranità che appartiene al popolo usato come manganello ci ha trascinato a credere che una crisi di governo che venga gestita dal Parlamento e dal Presidente della Repubblica sia qualcosa che ha a che fare con i poteri forti cullandosi nell’ignoranza delle procedure (e qui i grillini ne sanno qualcosa, a proposito di colpe e di banalizzazione). Così c’è una fetta consistente di elettori che vorrebbe davvero un governo caduto con un post su Facebook del ministro dell’interno certificato da un comizio fatto in riva al mare e, badate, sono gli stessi che per anni ci hanno frantumato le palle con i governi non eletti dal popolo e si sono sorbiti un governo nato dalle macerie del centrodestra e il Movimento 5 Stelle con un presidente del consiglio pescato tra gli amici all’aperitivo. La chiamano sovranità del popolo ma è una resa della democrazia e delle istituzioni senza nemmeno rendersene conto.

Ci sarebbe, tanto per continuare, da togliersi di dosso questo feticismo per i sondaggi che hanno sostituito nella testa di molti le elezioni stesse, come se una percentuale prevista fuori dal Parlamento conti davvero più dei numeri alla Camera e al Senato, come se l’appuntamento elettorale sia un esercizio dalla scadenza brevissima, poco più di un barattolo di yogurt, mentre le percentuali percepite debbano essere le linee guida dell’agenda politica nazionale. Accade quindi che in molti levino lamenti per un Parlamento che non assomiglia al Paese qui fuori, come dicono loro, e dimenticano che il Paese lì fuori è quello stesso che si è recato alle urne. Nel tempo della brevità vissuta come nuova virtù (brevità di pensiero, brevità di prospettiva, brevità di progetto) bisognerebbe, secondo loro, modificare la composizione delle Camere con la cadenza della misurazione della pressione esterna, come se fosse un esercizio teso a cogliere le isterie, le preoccupazioni alla moda e i nuovi nemici che sostituiscono i vecchi. Così oggi Salvini e Di Maio sono acerrimi nemici, dopo essere stati amanti, e si vorrebbe cambiare tutto il mondo intorno, mica chiederne conto a loro.

Bisognerebbe, insomma, ripristinare l’obbligo di studio della democrazia, quella democrazia svilita e calunniata da un populismo di cui Salvini è figlio e grande interprete ma che viene molto da più lontano

 

Si potrebbero anche ripassare i compiti del Presidente della Repubblica che no, non è un traditore del popolo, se si permette di convocare i leader di partito, se decide di avviare mandati esplorativi alle Camere e se prova a capire se ci sono altre maggioranze in Parlamento (perché sì, siamo una repubblica parlamentare, anche se non ve lo ricordate dai libri di scuola): sta semplicemente esercitando i suoi poteri come sono scritti sulla Costituzione. Se qualcuno se ne sente infastidito ha bisogno di studiare, piuttosto che vomitare ignoranza in giro.

Magari visto che ci siete ripassatevi anche il ruolo dei partiti e il motivo della loro esistenza (appena è passata questa nuova moda movimentista utile soprattutto per stoppare la dialettica interna): scoprirete che i parlamentari non sono meri esecutori e che il partito è il luogo in cui si discutono le diverse visioni e si confrontano le diverse posizione. Quella che qualcuno scambia per litigiosità è la vitalità naturale di un partito attivo. Niente a che vedere con questo turbo leaderismo che ci vorrebbe tutti innamorati dell’uomo solo al comando e il suo partito come semplice luogo dei suoi fedeli servitori. Magari si riscoprirebbe anche il valore del dibattito e la preoccupazione per quelli che prendono ordini e sono camerieri di qualcuno. Si capirebbe che il parlamentare è molto di più di un nome uscito dalle primarie o dai clic di Rosseau: è un rappresentante del popolo con coscienza e dedizione. Altrimenti sarebbe impiegati, come li vorrebbero gli appassionati del vincolo di mandato.

Bisognerebbe, insomma, ripristinare l’obbligo di studio della democrazia, quella democrazia svilita e calunniata da un populismo di cui Salvini è figlio e grande interprete ma che viene molto da più lontano. Si scoprirebbe che il Paese che dovremmo essere è molto diverso da quello che ci si rappresenta in questi anni e che la Costituzione (quello Costituzione di cui tutti parlano e che in pochi leggono) è differente dalla narrazione nostrana. Così, magari, si eviterebbero anche i tonfi, tornando seri.

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