DIETRO LE QUINTE/ I nove dossier che smontano il patto M5s-Pd

Secondo i sondaggi Conte è in testa all’indice di popolarità, al tempo stesso il 52% è contro il governo. Troppi i dossier delicati

08.09.2019 - Anselmo Del Duca www.ilsussidiario.net

Fra gli effetti collaterali della crisi di mezz’agosto c’è stato anche la difficoltà di valutarne l’impatto reale sull’opinione pubblica, perché i sondaggi sotto l’ombrellone hanno scarso valore, troppe le distrazioni dell’italiano in ferie. Con l’inizio di settembre è stato così un fiorire di rilevazioni demoscopiche, che gli esperti però prendono ancora con le pinze. La percezione deve ancora assestarsi, e la chiusura di questa fase turbinosa è ancora troppo fresca. Non devono sorprendere allora segnali in apparenza in contraddizione fra di loro.

Prendiamo una delle rilevazioni più interessanti, quella condotta dal sempre attendibile Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera: un notevole successo personale per il premier Conte, che scavalca Salvini, ma una partenza tutta in salita per il suo secondo governo, che avrebbe contro il 52% degli intervistati.

Questa apparente contraddizione può avere più di una spiegazione: nel cuore dell’estate la percezione della crisi è stata parziale per una rilevante fetta dell’elettorato. Si è percepito l’errore di Salvini e la speculare moderazione dimostrata dal premier uscente e poi riconfermato. Un po’ come quando la popolarità di Gentiloni sopravanzò a sorpresa quella di Renzi. È l’italiano che apprezza la forza e la chiarezza delle idee, ma quella tranquilla, e reagisce con una istintiva chiusura quando i toni salgono troppo sopra le righe. Conte questo messaggio è riuscito inaspettatamente a farlo passare. Per di più, secondo altre rilevazioni, questo messaggio ha avuto una presa maggiore fra gli elettori democratici, rispetto al bacino dei consensi pentastellati.

Ma come si concilia il credito personale al presidente del Consiglio e l’atteggiamento critico nei confronti del suo governo? Difficile rifuggire dal pensiero che l’opinione pubblica sia rimasta quantomeno perplessa per un cambio repentino di scenario politico. Sino a fine luglio democratici e grillini se le davano di santa ragione, ora hanno deciso di governare insieme. È fin troppo semplice comprendere come la sfida del consenso si giocherà proprio sull’azione di governo. Come dare segnali di discontinuità, senza scoprire il fianco alla prevedibile martellante risposta propagandistica del centrodestra?

Prendiamo l’immigrazione: con la scelta di una tecnica al Viminale, al posto di un leader politico, si vuole riportare il dibattito all’essenzialità, tra accoglienza e ordine pubblico. Ma un cambio di rotta totale e un’apertura indiscriminata dei porti costituirebbe un clamoroso regalo a Salvini, che non aspetta di meglio per sparare a palle incatenate contro il governo giallorosso. Non sarà facile trovare un equilibrio, forse la sfida alla Lega potrebbe essere efficace se vi fossero passi avanti sul terreno su cui Salvini ha fallito completamente, quello dei rimpatri.

C’è poi il tema fiscale, con la difficoltà di evitare l’aumento dell’Iva. Fanno ben sperare i segnali di flessibilità che vengono da Bruxelles. Si tratterebbe un po’ di un premio al governo che ha riportato l’Italia nel cuore dell’Europa scaricando Salvini, e un po’ di una fortuita coincidenza con le difficoltà dell’economia tedesca. Se Berlino avesse bisogno di flessibilità per dare una spinta agli investimenti, cioè, non potrebbe negare qualcosa di più all’Italia.

La scommessa di fondo di Conte e della sua squadra sarà quella di trovare un punto d’intesa fra sensibilità lontane anni luce, e l’inizio non promette nulla di buono.

Scrive Il Fatto Quotidiano, interprete di pensieri dello stato maggiore grillino, che sulla revoca delle concessioni autostradali il Pd sembra la Lega. E sulla riforma della giustizia il discorso è analogo. Se dovessero ripetersi gli scontri paralizzanti del governo gialloverde, la nuova scommessa di Pd e 5 Stelle finirebbe per rivelarsi fallimentare. Pensiamo al Tav, al Tap, all’Ilva, all’Alitalia, alle 160 crisi aziendali aperte, alla riduzione dei parlamentari.

La responsabilità della sintesi ricade in maniera preponderante sulle spalle di Giuseppe Conte, assai più che non nella sua prima esperienza a Palazzo Chigi. Il primo appuntamento sarà lunedì: il discorso programmatico da fare a Montecitorio dovrà dimostrare che la conciliazione fra i soci del nuovo governo è possibile. In caso contrario, la strada per il nuovo esecutivo comincerà in salita.

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