Siamo già in crisi: il partito più votato nel 2018 ha perso più di metà del suo elettorato
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Maggioranza che tira a campare. Il Pd rischia di accompagnare il M5s nel piano del declino
di Domenico Cacopardo 24.1.2020 italiaoggi.it lettura3’
Più che quelle della politica, sono le leggi naturali a indicare che il prossimo sarà un periodo travagliato, uno dei più travagliati della seconda Repubblica, mentre la terza repubblica che sembrava essersi affacciata è stata ricacciata decisamente indietro. Le dimissioni-non dimissioni di Luigi Di Maio si riveleranno soprattutto per lui (che ha immaginato realizzabile la furbata «Vado, ma resto» come una via d'uscita dal cul de sac in cui s'è infilato il movimento e, con esso, lui che ne era il capo) la fine di una storia e di un progetto sostanzialmente eversivo.
È inutile nascondercelo in un impeto buonista, ma la realtà è che il duo Grillo-Casaleggio immaginò e realizzò un progetto politico nel quale i loro interessi personali erano ben fertilizzati e tutelati. Dai due discese l'investitura di Di Maio, un delegato con pieni poteri, limitati tuttavia dai poteri maggiori dei suoi mentori o padroni. E non è un caso che uno dei punti critici su cui il Movimento ha iniziato a deragliare è stato costituito dal contributo «obbligatorio» che ogni eletto avrebbe dovuto versare a Rousseau, la piattaforma di cui Davide Casaleggio è padrone, a beneficio dei suoi conti. Questo taglieggiamento era, peraltro, sostenuto da un patto estorsivo (richiamato nel discorso di mercoledì da Luigi Di Maio) che imponeva, a chi eventualmente operasse in dissonanza con gli ordini del «capo» una penale di 300 mila euro.
Un patto, all'evidenza, nullo e anticostituzionale (giacché contrario alla libertà di mandato) su cui non c'è stato un magistrato in Italia, Paese nel quale pullulano i magistrati pronti a censurare la politica, che ha ritenuto di aprire un fascicolo. Eppure si tratta di un comportamento illegale e illecito. È, comunque, vero che si è aperta una nuova fase per il Movimento, caratterizzata dalla molteplicità dei gruppi e dei riferimenti politici. Insomma, una fase anarchica, nella quale ognuno prenderà la strada che più gli converrà: e non in termini strategici, ma per l'immediato prossimo venturo, cioè in vista del referendum costituzionale e dell'appuntamento elettorale. E non è detto che il secondo non si sovrapponga al primo, vista la falcidia di seggi che produrrà l'entrata in vigore della riforma costituzionale sul numero dei parlamentari.
Per questa ragione, ha torto Giuseppe Conte a sostenere che l'evoluzione del Movimento 5Stelle non si rifletterà sulla stabilità del governo. Basti pensare agli effetti delle defezioni (che si susseguiranno) sui numeri del Senato. Qui, oggi, il governo è già ai minimi termini e basterà poco perché vada sotto su uno qualsiasi dei provvedimenti in itinere. E non è difficile supporre che all'interno della maggioranza, qualcuno pigerà il piede sull'acceleratore dei «distinguo», aprendo la crisi. Anzi, a dire il vero, la crisi di sistema è già aperta dal momento in cui il partito più votato nel 2018 ha perso più di metà del suo elettorato.
E farebbero bene a rendersene conto nel Pd, il cui destino, se non affronta la realtà, è quello di accompagnare i 5Stelle nel ripido piano inclinato in cui si sono collocati. Non può più essere il timore della vittoria di Salvini il collante di un governo e di una coalizione. Un timore che vincola tutti a compromessi minimali e a inevitabili mezze misure. E che, soprattutto, non consente di risolvere alcun problema: del che gli italiani si sono resi e si renderanno ben conto.
Se la politica è una scienza esatta, come ritengo, occorre trarre le logiche conseguenze dai dati di una situazione critica, rispetto alla quale non c'è un progetto, un'ipotesi di ragionevole uscita. Il governo e i partiti di maggioranza, tranne forse Italia Viva di Matteo Renzi, cercheranno di continuare a campare. Una linea che li porterà al disastro, archiviando le speranze di coloro che speravano (illudendosi) in un'evoluzione positiva della legislatura.
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