La sinistra concentrata nella difesa dei diritti ha trascurato i lavoratori

Servirebbe un populismo di sinistra, e anche il sovranismo ha un perché. Qualche idea presa da Michael Walzer

di Alfonso Berardinelli 12.2 2020 ilfoglio.it lettura4’

C’è bisogno di un populismo di sinistra. Da troppi anni non si riesce a capirlo, ma credo che ora sia proprio arrivato il momento. E anche sul sovranismo non si può sputare. All’interno di uno stato nazionale e finché gli stati nazionali esisteranno con un loro territorio e una loro popolazione, nessuna politica democratica potrà e dovrà permettersi di ignorare che dire “popolo” vuol dire maggioranza dei cittadini di una nazione e che questa maggioranza ha bisogno di uno stato, ha il diritto di aspettarsi da uno stato sovrano la difesa dei propri interessi e diritti. Come intellettuale e letterato non sono populista, ma come cittadino di ceto medio-basso, un po’ lo sono.

Oggi negli elettori di sinistra, che non sono pochi, si è diffusa un’idea moralmente discutibile e politicamente pericolosa, secondo cui nel paese in cui viviamo, l’Italia, “il popolo è di destra”. L’uso ormai invalso del vecchio termine “popolo” è una toppa sulla realtà, un tic linguistico che occulta ciò che dovrebbe indicare, identificare, definire. Il popolo che crediamo di indicare con un termine enfaticamente semplificante, è fatto di molte cose: strati e ceti sociali, livelli di reddito, classi di età, realtà regionali, professioni, mestieri, culture, sessi e preferenze sessuali, ecc. Se le attuali destre antiliberali, nazionaliste, autoritarie devono essere tenute sotto controllo e possibilmente lontane dal potere, una politica di sinistra, cioè grosso modo “socialdemocratica”, deve riuscire a convincere un popolo di elettori variegato e composito che, una volta al governo, sarà capace di comprenderne ansie, esigenze, diritti, frustrazioni e paure.

Dico questo anche perché ispirato e incoraggiato dalla lettura di un interessante, molto utile intervista a Michael Walzer uscita sull’ultimo numero di Una città a cura di Barbara Bertoncin (n. 262). Il nocciolo del discorso di Walzer, da trent’anni direttore della rivista Dissent e professore emerito di Teoria politica a Princeton, è che la sinistra, concentrandosi nella difesa dei diritti civili, soprattutto quelli delle minoranze, ha trascurato la classe operaia e la massa dei lavoratori dipendenti in gravi difficoltà economiche e sociali: “La sinistra deve tornare a dedicarsi alle questioni di classe. Non possiamo rinunciare alla lotta per l’uguaglianza razziale e di genere perché non l’abbiamo ancora vinta (...) E però dobbiamo affrontare le questioni di classe e dobbiamo riconoscere la difficoltà che abbiamo nel farlo”.

Quello che dice Walzer vale soprattutto per il suo buon senso e per l’attenzione ai molti aspetti dei problemi sociali. Le categorie che usa hanno poco di teorico, si tratta sempre di diritti e di doveri; ma è necessaria una certa sensibilità e immaginazione per capire, ad esempio, quali diritti sentono di avere i cittadini e che cosa si aspettano dallo stato e dai governi. Bisogna che la sinistra americana e non solo americana rifletta, dice Walzer, “sul grande successo riscosso dai democratici fra i professionisti e le persone con un buon livello di istruzione e il crescente successo dei repubblicani fra le persone meno istruite, bianche e appartenenti alla classe operaia (…) Noi di sinistra per la maggior parte siamo laici, loro per la maggior parte sono religiosi. Noi per la maggior parte siamo cosmopoliti, loro per la maggior parte sono patriottici. Noi mandiamo i nostri figli al college, loro mandano i loro figli nell’esercito e nella polizia”.

Il tema del cosmopolitismo, che Walzer distingue dall’internazionalismo, introduce al problema, oggi mondiale, delle grandi migrazioni e dell’accoglienza. Qui Walzer è di un realismo, di un empirismo analitico che dalle nostre parti si vede poco. Ecco: “Esiste un cosmopolitismo del libero mercato, del libero scambio e dei confini aperti; questo è un cosmopolitismo di destra. L’internazionalismo, secondo me, è sempre stato qualcosa di diverso. L’internazionalismo implica l’esistenza di nazioni e promuove una politica di cooperazione e solidarietà che vada oltre i confini nazionali, che però ci sono e con essi ci sono gli stati. La sinistra è sempre stata statalista (…) lo stato è il mezzo per la realizzazione di una politica socialdemocratica e a oggi è l’unico agente che abbiamo a disposizione per ottenere ridistribuzione economica, benessere sociale, istruzione universale e soprattutto sicurezza fisica per la popolazione (…) tutti coloro che hanno bisogno di stato devono averlo. Penso ai tibetani, ai curdi, ai palestinesi, agli africani che vivono in stati al collasso o falliti”.

Quanto all’accoglienza, si dovrà prima o poi riconoscere “il diritto di porre dei limiti”. Limite vuole dire priorità. A quali categorie di migranti si deve dare, è naturale dare la precedenza? Secondo Walzer, al primo posto ci sono, per ogni nazione, i “parenti” etnici e ideologici. La casistica è varia. La Finlandia dopo il 1989 accolse ventimila russo-finlandesi in fuga dalla Russia. Negli anni Venti la Grecia accolse anzitutto i greci provenienti dall’Anatolia. “Negli Stati Uniti la maggior parte degli immigrati regolarizzati negli ultimi tempi sono genitori, fratelli, figli di cittadini americani”. Poi vengono i richiedenti asilo “che se rimangono dove sono rischiano il carcere, la tortura o la morte”. Ma comunque le decisioni vanno prese ponderatamente caso per caso. Infine i rifugiati provenienti da carestie e catastrofi naturali. Ma quando si arriva a milioni di migranti, la possibilità di accogliere tutti non c’è. Con aiuti del tipo Piano Marshall si devono aiutare le economie locali a trattenere i propri cittadini evitandone, scoraggiandone l’emigrazione.

Walzer insiste sul fatto che si tratta sempre di tentativi e compromessi. Ricordando che nei paesi verso cui i migranti si dirigono “le persone hanno il diritto di sentirsi a casa nel proprio paese (…) la sinistra deve riconoscere questo diritto per ragioni sia morali che politiche”. Se la massa migratoria tende a modificare rapidamente e oltre certi limiti i connotati di una società, le reazioni negative non tardano mai ad arrivare”.

Non esistono ricette risolutive. Chi emigra ha sia diritti che doveri. Chi accoglie ha sia doveri che diritti. Per gestire questa complessa serie di vicende in continua evoluzione, c’è bisogno di una macchina statale che funzioni. Proprio la cosa che in Italia purtroppo manca.

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