Dipenderà dallo stato se dalla quarantena uscirà un’Italia migliore
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Spesa pubblica, efficienza della pubblica amministrazione, riequilibrio dei poteri dello stato: idee sugli obiettivi che dovrebbe darsi la classe dirigente. Perché si fa presto a dire “uniti”, ma non basta
di Claudio Cerasa 20.4.2020 ilfoglio.it lettura 7’
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Uniti, sì, ma per fare cosa? La complicata immersione delle nostre vite nella palude domestica della pandemia ha permesso a ciascuno di noi di trovare il tempo giusto per riflettere su un concetto spacciato da molti come una doppia verità assoluta: andrà tutto bene e ovviamente ne usciremo migliori. In una fase di difficoltà estrema è più che naturale che il nostro cervello tenda a ragionare mettendo da parte le notizie spiacevoli e mettendo in rilievo solo le idee capaci di darci un minimo di buon umore, ma rispetto alla nostra vita in quarantena e rispetto alla nostra vita nella post quarantena ci sono un paio di cose che si possono dire per provare a confutare queste due famigerate verità. Le prime due cose che si possono dire riguardano un tratto importante del carattere mostrato dall’Italia in questi mesi e un tratto del carattere che l’Italia assumerà quando la fase di lockdown totale sarà terminata. Il primo tratto, quello relativo al carattere degli italiani, ci dice che, nonostante i tentativi delle Barbara D’Urso e dei Giulio Gallera di scaricare sugli italiani buona parte dei problemi avuti dal nostro paese negli ultimi mesi relativamente al numero dei contagi, la retorica pizza, mandolino, mafia e popolino irresponsabile è una retorica che lascia il tempo che trova se si osservano con attenzione i dati relativi alle denunce pubblicati in queste ore dal Viminale.
Criteri per evitare che la fase 2 si trasformi nel caos
Un piano di riapertura deve dare priorità a settori con più elevato beneficio economico e con minor rischio per i lavoratori. A parità di altre circostanze, bisognerebbe riaprire le attività con elevata centralità e alto contenuto di export
E il report totale dei controlli dall’11 marzo al 17 aprile ci dice che nel nostro paese le persone controllate sono state circa 8 milioni (8.360.375) e che, di queste, quelle denunciate per false attestazioni o false dichiarazioni sono state appena 4.463, che quelle denunciate o sanzionate per altri reati sono state 316.277 e che quelle denunciate per aver violato gli obblighi imposti dalla quarantena obbligatoria (per i contagiati e per le persone che hanno avuto contatti con i contagiati) sono state appena 686. In tutto: 321.426 casi di denunce. Il 3,8 per cento dei controllati. E lo stesso vale per gli esercizi commerciali. Ne sono stati controllati 3.296.544. I sanzionati e i denunciati sono stati 5.956. I negozi chiusi in modo provvisorio sono stati 525. I negozi chiusi per un tempo più lungo (ex articolo 4 comma 2 d.l. 25-03-2020 numero 19) sono stati 333. Gli italiani, checché se ne dica, hanno mostrato una responsabilità, un carattere, un senso di comunità sorprendente ma l’unica possibilità che potrà essere data agli italiani per ritrovarsi dopo il lockdown in un paese migliore è legata a una consapevolezza importante che ha a che fare con quello che sarà il motore inevitabile della nostra ripresa: lo stato.
Non sappiamo se andrà tutto bene – e con ventimila morti dire che è andato tutto bene è forse un po’ troppo, anche se non c’è dubbio che sarebbe potuto andare tutto molto peggio – ma le possibilità che un domani possa andare meglio sono direttamente collegate alla possibilità che nel nostro paese emerga una consapevolezza: in una stagione in cui lo stato sarà, come non mai, protagonista della nostra vita è compito della nostra classe dirigente fare di tutto per evitare che un domani lo stato possa continuare a presentare gli stessi vizi del passato. E qui torna utile la parola con cui abbiamo iniziato il nostro articolo: unità. Uniti, sì, ma per fare cosa? Un’idea potrebbe essere quella di chiedere al nostro stato di non fare dell’immobilismo l’unica forma di legalità consentita. Un’idea potrebbe essere quella di chiedere alla nostra amministrazione pubblica di rendere non necessaria la nostra presenza fisica per ottenere dei servizi che con la tecnologia potrebbero essere ottenuti anche da remoto. Un’idea potrebbe essere quella di smetterla di delegare alla magistratura il compito di muoversi come supplente della politica. Un’altra idea potrebbe essere quella di riequilibrare i poteri dello stato per evitare che la repubblica giudiziaria possa prendere il sopravvento sulla repubblica parlamentare. Un’idea potrebbe essere quella di chiedere ai nostri governanti di ricordarsi che non è solo un caso che i paesi più virtuosi nell’affrontare la pandemia, vedi il caso della Germania, sono stati quelli con un debito pubblico più sotto controllo, capaci cioè di usare la spesa pubblica più per sostenere le spese sanitarie che le spese previdenziali e capaci cioè di mettere da parte i propri soldi per utilizzarli nei momenti di maggiore difficoltà (in tedesco, come sapete, il sostantivo femminile “Schuld” significa sia debito che colpa e l’etimologia tedesca ha avuto certamente un suo ruolo nel determinare alcuni atteggiamenti capaci di proteggere la Germania).
E un’altra idea potrebbe essere quella di osservare con attenzione una piccola storia di cui pochi si sono accorti ma che ha accompagnato la pubblicazione di ogni decreto del presidente del Consiglio. Le amministrazioni pubbliche, come è noto, hanno un termine massimo, fissato in trenta giorni, per rispondere ad alcune domande delle aziende e anche dei cittadini. In alcuni casi rispondere a delle domande significa compilare alcuni moduli, dare dei permessi, autorizzare delle pratiche. Tutti lavori che un’amministrazione comunale dotata di competenze minime, in termini di tecnologia e di smart working, avrebbe potuto continuare a fare anche in questo periodo di lockdown. Bene. Il primo decreto fatto dal governo, quello così detto “credito”, ha sospeso i termini dei procedimenti amministrativi, prorogando al 15 aprile tutto ciò che si sarebbe dovuto adempiere entro il 15 marzo. Un mese dopo, in un altro decreto fatto dal governo, quello così detto “liquidità”, il termine del 15 aprile 2020, previsto dai commi 1 e 5 dell’art 103 del d.l. 17 marzo 2020 n.18, è stato prorogato al 15 maggio 2020. Di fatto, per decreto del presidente del Consiglio, all’amministrazione pubblica è stato concesso, salvo casi di eroismo individuale, di non fare quello che è stato invece richiesto a tutto il resto del paese: provare cioè a lavorare da casa tentando di trasformare la quarantena in una esperienza smart. La capacità dell’Italia di essere dopo la quarantena migliore di prima non dipende dai singoli cittadini, ma dipende prima di tutto dallo stato e della sua capacità di farci entrare in un grande acceleratore del futuro dominato da una democrazia finalmente efficiente. E visti i chiari di luna, difficile dire che andrà tutto bene.
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COMMENTI
Mario 1
20 Aprile 2020 - 10:39
Di quale stato dovremmo aver fiducia! di questo agglomerato di poltrone ? haa quanto rimpiango la prima repubblica almeno li cerano qualche statista di peso e capacità.E purtroppo non vedo ne idee chiare ne progetti futuri , tutti tirano a campare , e mi riferisco a tutti sinistra destra centro isole ecc.
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Rispondimapatri
20 Aprile 2020 - 10:00
Una speranza risposta nella capacità professionale che non è solo di un ingegnere o un medico o di una qualunque professione. La politica quale che sia ma pur sempre artefice del futuro che sarà, può girare la testa dall'altra parte di fronte al progresso scientifico e tecnologico? Sì se è quella che domina il dibattito pubblico.
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RispondiCacciapuoti
20 Aprile 2020 - 09:46
Dato il governo che c'è, può uscire solo peggiore e di parecchio
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RispondiCaronte
20 Aprile 2020 - 09:32
Naturalmente ci auguriamo che lo stato ne esca migliore e rafforzato. Non credo però che questo governo sia all'altezza; già all'annuncio della sua composizione era evidente lo sbilanciamento genealogico e antropologico a sud. Negli ultimi giorni, come non bastasse, la forzata polemica nord-sud con la sensazione che in realtà si andava a sfogare un certo risentimento non solo politico nei confronti delle regioni del nord. Da parte mia non c'è desiderio di affermare che il nord sia meglio del sud ma che il nord, grazie anche alle menti del sud che qui lavorano, sia il traino economico e di innovazione e non un nemico della nazione credo che sia fuori di dubbio. In più c'è un discorso di competenze, pochi ministri mi sembrano all'altezza, un esempio su tutti la conclamata inadeguatezza della ministro della d-istruzione e del ministro Boccia che più che cucire i rapporti con gli enti locali è in una costante e spesso ideologica polemica con gli enti locali stessi
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Rispondieleonid
20 Aprile 2020 - 08:54
Egregio direttore, le sue argomentazioni sono sempre interessanti e non prive di logica e ragione. Ma mi viene spontaneo riflettere sul mitico aneddoto che richiama la priorità di avvento fra l'uovo e la gallina . Sarò ingenuo ,ma lo stato è generato dai suoi cittadini,mentre nelle sue argomentazioni invece sembrano essere i soggetti che in un certo qual modo lo stato dovrebbe rigenerare. Allora mi viene di associarmi con lei nella conclusione sui chiari di luna ed aggiungere con il dialetto emiliano-romagnolo che ho acquisito nel tempo, dire: "speremmo"!



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