SI e NO I conti sul taglio dei parlamentari
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il crescente distacco dalle basi elettorali, deputati e senatori sono percepiti come una “casta” dal difficile ricambio
18.8.2020 lettere Direttore de ilfoglio.it
Al direttore - Molteplici sono i motivi di chi ha argomentato il No al taglio dei parlamentari: il rigetto della demagogia contro la democrazia rappresentativa; la ridicola giustificazione del risparmio; la mancanza di una visione riformatrice istituzionale; e la scusa di un primo passo verso non si sa che cosa. Ma non sono stati a sufficienza discussi quelli che, a mio parere, sono i due argomenti forti – molto forti – che emergono dalla storia politica, elettorale e parlamentare d’Italia. Da circa mezzo secolo la critica rivolta da tutti gli orizzonti al parlamentarismo si è basata su due punti: a) i parlamentari sono scelti sempre meno dai cittadini e sempre più dalle oligarchie partitiche; b) per il crescente distacco dalle basi elettorali, deputati e senatori sono percepiti come una “casta” dal difficile ricambio. Fino agli anni 70 del Novecento lo scrutinio proporzionale di lista partitica con voto di preferenza individuale consentiva ai personaggi di partito legati agli elettori del loro territorio di emergere grazie ai voti di preferenza che li legittimavano (talvolta in maniera clientelare) come rappresentanti della circoscrizione d’appartenenza. Con la riforma del 1993 per 3/4 uninominale e 1/4 a liste bloccate circoscrizionale (“Mattarellum”) quel legame eletti-elettori in parte si rafforzava quando il candidato del collegio era scelto sul territorio (con primarie di partito), e in parte si allentava quando veniva “paracadutato” dall’alto. Con i successivi sistemi elettorali, complicati, barocchi, con giri di elezioni affidati a oscuri algoritmi nazionali, deputati e senatori sono stati eletti con una notevole dose di casualità sia nella candidatura che nell’elezione. Ora, con la proposta del taglio è probabile che l’esile filo che ancora sussiste tra eletto ed elettore si assottigli ancor di più: perché il deputato è eletto in macro-collegi in cui il candidato locale difficilmente riesce a stabilire un rapporto con l’intera constituency; perché nella posizione di lista o collegio che ha maggiori possibilità di riuscire viene collocato chi gode dei favori del vertice del partito che sa come organizzare le candidature; e perché la campagna elettorale a largo spettro richiede notevoli risorse finanziarie che superano quelle “legittime” di cui può disporre il singolo. Così la riduzione dei parlamentari si risolverà necessariamente in un altro passo verso l’allentamento del rapporto elettore-eletto a favore di quello che un tempo si chiamava “il potere partitocratico”, e oggi controllo oligarchico dei rappresentanti del popolo. Un’ultima parola ai numeri che è la cosa più importante ma rivela la fake news secondo cui l’Italia, oggi, avrebbe il tasso più alto di rapporto tra popolazione e parlamentari. Il calcolo va fatto sui membri della “camera bassa” d’ogni nazione e non sulla somma delle due camere in quanto il bicameralismo costituzionale, come sa bene ogni studente, deriva storicamente o dalla garanzia della doppia lettura contro i colpi di mano della maggioranza, o dalla diversità di funzioni (nazionali e federali, ad esempio). Per le principali nazioni europee l’attuale rapporto popolazione/deputati è il seguente: Spagna 1 deputato per 131.000 abitanti, Germania 1 per 117.000, Francia 1 per 112.00, Italia 1 per 105.000, Regno Unito 1 per 98.000, Belgio 1 per 70.000, Polonia 1 per 43.000, Svezia 1 per 28.000, Danimarca 1 per 27.000. Se i deputati fossero ridotti da 630 a 400 il rapporto per l’Italia diverrebbe 1 per 150.000 cittadini superiore anche a quello di tutte le altre grandi nazioni europee.
Massimo Teodori
Capisco ma non condivido (anche perché avendo l’Italia un bicameralismo paritario le due Camere vanno trattate in modo paritario e così facendo l’Italia passerebbe dall’avere 951 parlamentari all’averne 600, più o meno quanto la Spagna, che ne ha 616, ma che ha 14 milioni di abitanti in meno, e 178 in meno della Germania, che però ha 22 milioni di abitanti in più). E onestamente penso abbia ragione Pietro Ichino quando dice – lo ha scritto sul nostro giornale – che “quando questo taglio entrerà in vigore, il rapporto numerico tra membri del Parlamento nazionale e cittadini in Italia sarà in linea con la media di quelli degli altri maggiori paesi europei (oggi è nettamente superiore) e resterà comunque molto più alto rispetto a quello statunitense”; quando ricorda, sulla base della sua esperienza personale, che “la riduzione di un terzo dei parlamentari gioverebbe non poco alla qualità del dibattito politico e rafforzerebbe non poco la posizione dei parlamentari stessi nei confronti dei rispettivi apparati di partito”; e quando nota che esistono “molte più conseguenze politiche negative in un successo del No il 20 settembre prossimo – in particolare il rischio di avvitamento del paese in una spirale conservatrice, il trionfo dell’immobilismo – che rischi seri per la democrazia in un successo del Sì, che potrebbe invece innescare una stagione di altri mutamenti del nostro sistema istituzionale sempre più arrugginito, anche assai più importanti del taglio dei parlamentari


