Più Invalsi, meno maturità. E il Recovery dove serve davvero

Serve un'indagine seria e indipendente che misuri gli impatti del virus sulla scuola: per rimettere insieme le macerie del sistema scolastico bisogna ripartire dai dati

MARCO CAMPIONE E FRANCESCO LUCCISANO 15.2 2021 ilfoglio.it

La scuola ha subìto un terremoto dovuto alla pandemia. Docenti e studenti si sono trovati all’improvviso in una relazione educativa totalmente nuova. Chi scrive ha chiesto da subito di lavorare per un ritorno in presenza in sicurezza non perché sia contrario all’innovazione didattica, anzi. Ma perché consapevole che se l’innovazione didattica non era stata introdotta prima, non si poteva certo introdurla a forza. I docenti, le famiglie e gli studenti italiani sono stati buttati nell’acqua gelida e gli è stato detto “nuota!”. Senza però avere alcuna certezza dell’esito. Era un’emergenza, si è detto, ma non è un buon motivo per ignorare i rischi delle scelte fatte. Su cosa fare per il futuro sembra esserci un certo accordo tra gli osservatori: rendere davvero obbligatoria la formazione in servizio dei docenti, dare risorse per gli strumenti didattici e l’infrastrutturazione digitale delle scuole, ripensare l’edilizia scolastica per renderla sicura ma anche sempre più nella direzione di una vera e propria architettura per l’apprendimento. Ma prima di incamminarci su una strada lunga di ricostruzione occorre fare i conti con le macerie della pandemia.

Per farlo serve un’indagine seria e indipendente su come, quanto e dove ha funzionato la didattica a distanza; serve un piano di recupero delle competenze serio e, quando possibile, distribuito su più anni; serve una rimodulazione del calendario scolastico che consenta di sfruttare almeno parte delle settimane da giugno a settembre. Serve, soprattutto, calcolare i danni prodotti da quello che è successo. Nelle scorse settimane alcune analisi condotte in paesi esteri hanno certificato come, ad esempio in Olanda, in otto settimane di lockdown si sia perso circa il 20 per cento del progresso previsto per l’anno scolastico, o che negli Usa sia stato un gap formativo del 35-50 per cento in matematica e in inglese rispetto all’anno precedente. Gap che si allarga ulteriormente per le fasce più povere – afroamericani e ispanici su tutti – che hanno sofferto di più gli effetti della pandemia e che sono molto meno propense a ritornare a scuola in presenza. Sulla situazione italiana si fanno solo ragionamenti astratti, per lo più per partito preso, alimentando uno scontro tra opposti estremismi inutile e dannoso. Aprite, Chiudete! Si Dad, No Dad! Nessun danno, danni irreparabili! E pochissimi dati a sostegno. Ma è normale, visto che dati non ce ne sono. Anzi, uno c’è ed è doveroso ricordarlo.

Ipsos ha stimato che nel 2020 hanno abbandonato gli studi almeno 30.000 ragazzi in più rispetto ai 120.000 che già lo fanno ogni anno. Preoccupa più di tutto l’assordante silenzio che è calato sulle prove Invalsi, che rappresenterebbero l’unico strumento utile per avere un quadro della situazione. Uno strumento che affianca a una indagine campionaria sulla quale vengono fatte elaborazioni e comparazioni molto utili, anche una censuaria che viene restituita alle scuole. Un patrimonio immenso al quale abbiamo dovuto rinunciare lo scorso anno, ma sarebbe criminale non svolgere nemmeno quest’anno le prove. E invece l’intero dibattito sulla scuola è già alle prese con l’eterno amore dei mezzi di comunicazione: la maturità. Un rito di passaggio con nessuna rilevanza per la conoscenza del sistema scolastico (ricordiamo che le scuole con più 100 alla maturità sono regolarmente quelle con le peggiori performance nei test standardizzati), ma che sembra costituire un totem irrinunciabile. Un totem che, peraltro, riguarda solo poco più di 400.000 ragazzi l’anno su un totale di quasi 8 milioni che attendono risposte alla crisi dovuta alla pandemia. Ogni obiezione alla critica sull’inutilità della maturità si infrange sulla linea di difesa maggioritaria del “è un rito di passaggio importante per i ragazzi”. Ma se davvero la maturità ha una funzione solo iniziatica, è il momento di dire che nell’era post pandemica dobbiamo entrare con una scuola senza riti né miti, una scuola più matura e capace di guardare al suo impatto reale sulle vite degli studenti. Una scuola senza maturità, se necessario. Se proprio non vogliamo o non possiamo abolirla, si lavori per trasformarla in una certificazione di competenze seria e utile a orientare le scelte future dei nostri ragazzi e le aspettative del mondo del lavoro e delle università.

Luigi Einaudi è noto per il suo “Giova deliberare senza conoscere?”, ma ha anche aggiunto che “non conosce chi cerca, bensì colui che sa cercare”. Rinunciare anche quest’anno all’enorme patrimonio di informazioni rappresentato dalle prove Invalsi sarebbe l’ulteriore conferma che manca, nel nostro paese, la volontà di fondare le politiche pubbliche su una vera valutazione di impatto. Ci apprestiamo a “deliberare” investimenti per decine di miliardi per il potenziamento delle competenze. Soldi presi a prestito dai nostri figli per realizzare le riforme contenute nel Piano nazionale di ripresa e resilienza: sarebbe cosa buona e giusta deliberare con discernimento.

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