"Cerco un farmacista uomo". Discriminazione o richiesta legittima?
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Ciclicamente si ripropone così nella sfera medica la questione di genere.
Flavia Piccinni Scrittrice e giornalista huffpost.it 27.3.2021
Cerco un nuovo dipendente, ma deve essere uomo. Questa la sintesi di una mail (privata) firmata dal titolare di una farmacia della provincia pisana, e destinata a un dipendente del Dipartimento di Farmacia dell’Università di Pisa. Una comunicazione che non sta solo animando le pagine di cronaca locale e i social del diretto interessato con toni alquanto accesi, ma anche ponendo dei significativi problemi etici.
Da una parte c’è il titolare della farmacia che si giustifica: “da novembre ho assunto 5 collaboratrici donne e uno maschio, ma da tempo i clienti, soprattutto gli uomini più anziani, mi chiedevano di introdurre nel personale qualche figura maschile in più. Questo per poter esporre con più serenità alcuni problemi”.
Dall’altra ci sono le accuse di maschilismo e misoginia che vengono rivolte al farmacista in modo piuttosto unanime (dalle associazioni femministe e non solo).
In mezzo spunta la preghiera, rivelata dal titolare, avanzata da alcuni clienti di avere la possibilità di rapportarsi con un dottore (e non con le dottoresse dello staff) sia per affrontare alcuni problemi personali, sia per eseguire esami quali l’holter cardiaco (che si traduce nell’applicare sul petto nudo sei elettrodi). Si tratta comunque di una richiesta intima e individuale, e dunque è difficilmente contestabile. O no?
Di sicuro fra questi tre poli si sviluppa una polemica che mette insieme diversi aspetti, e obbliga a una riflessione ampia.
È bene notare come esista una legge del 1977 (la 903) che tratti la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Una legge secondo cui ogni annuncio di lavoro deve essere rivolto a entrambi i sessi (a meno che il genere del lavoratore non si dimostri determinante rispetto al ruolo oggetto dell’annuncio).
Ancora più preciso è l’articolo 10 del Decreto Legislativo 276 del 2003, che fa divieto di fare “preselezione di lavoratori, anche con il loro consenso, in base alle convinzioni personali, alla affiliazione sindacale o politica, al credo religioso, al sesso, all’orientamento sessuale, allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza, alla età, all’handicap, alla razza, all’origine etnica, al colore, alla ascendenza, all’origine nazionale, al gruppo linguistico, allo stato di salute nonché ad eventuali controversie con i precedenti datori di lavoro, a meno che non si tratti di caratteristiche che incidono sulle modalità di svolgimento della attività lavorativa o che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività lavorativa”.
Dunque, è legittima o meno la richiesta del farmacista?
E, ancora, è legittimo superare la barriera dell’ovvia discriminazione messa in atto e la relativa caccia alle streghe per provare a empatizzare con i citati clienti uomini (e perlopiù anziani) che cercano un dottore e non si sentono a loro agio con le farmaciste?
Ciclicamente si ripropone così nella sfera medica la questione di genere.
Come quando, nel 2009, un uomo di origine marocchina impedì a un dottore maschio di visitare la moglie che si era presentata alla visita con il burqa. O quando, nel 2014, a Padova dei pazienti islamici si rifiutarono di farsi visitare da una donna; l’allora sindaco Massimo Bitonci – che durante il Conte I è stato sottosegretario al ministro dell’economia e delle finanze, e oggi è deputato in quota Lega, tuonò: “Vogliono medici uomini? Vadano a casa loro”.
Dunque: esiste una misura da pretendere in questioni così private? Dovrebbero, i clienti maschi del dottore pisano, adeguarsi ai tempi e superare quelle che potrebbero essere erroneamente definite “barriere di genere”? È forse condannabile il farmacista che richiede, per ottemperare alle richieste dei suoi consumatori, un dipendente uomo da inserire in uno staff tutto femminile? O, al contrario, avremmo dovuto essere più tolleranti in passato?
E soprattutto, in tutto questo, siamo davvero così sicuri che una legge deputata a tutelare la parità nel mondo del lavoro di 44 anni fa possa essere considerata ancora attuale?


