CI PROVANO SEMPRE. L'ultimo Papa straniero

Da due anni il Pd si getta ai piedi di Conte per colmare il fossato tra la chiesa democratica e l’eresia populista

FRANCESCO CUNDARI 15.5. 2021 ilfoglio.it

Da due anni il Pd si getta ai piedi di Conte per colmare il fossato tra la chiesa democratica e l’eresia populista

Il sospetto che Enrico Letta non fosse un cavaliere jedi, per dire la verità, lo avevo già da qualche tempo. Ma la certezza me l’ha data lui martedì scorso, a “Cartabianca”, quando ha difeso con queste parole il suo sfortunato tentativo di alleanza con il Movimento 5 stelle alle prossime amministrative, e in particolare a Roma, dopo tanti solenni incontri con Giuseppe Conte: “Io credo che rispetto a queste cose conti molto il tentare, il provare, il capire là dove è possibile e là dove non è possibile”. Il maestro Yoda avrebbe replicato stizzito: “No. Provare no. Fare o non fare. Non c’è provare”. È anche vero, però, che il maestro Yoda non aveva mai dovuto vedersela con i dirigenti del Pd. E quelli ci provano sempre.

C’è però qualcosa di più, qualcosa che non riguarda solo Letta, nell’ingenuità, per non dire nella voluttà, con cui il Partito democratico da quasi due anni continua a gettarsi ai piedi di Conte, trasformando l’Avvocato del popolo nel “punto di riferimento di tutti i progressisti”, nel “nuovo Prodi”, nel Pontefice massimo chiamato a colmare per sempre il fossato tra la chiesa democratica e l’eresia populista. L’ultimo – l’ennesimo – Papa straniero.

Questa del Papa straniero è infatti una maledizione antica, molto più antica della definizione, che risale comunque a oltre un decennio fa, e si deve a Ezio Mauro. All’indomani delle elezioni regionali del 2010, infatti, l’allora direttore di Repubblica scrive sul suo giornale, il 31 marzo: “Il Paese è contendibile, ma questo Pd non è oggi in grado di contenderlo. Ecco il problema. Bersani, che è arrivato da poco alla guida del partito, può contare le sette regioni conquistate contro le sei del Polo, per concludere che il Pd è tornato in gara. Ma non si può pensare di governare un Paese se si è esclusi dal Nord, se si precipita al 28 per cento nel Nordest e se si pensa di parlare ancora al Nordovest dai gloriosi cancelli di Mirafiori…”. E così conclude: “C’è parecchio lavoro da fare, nell’interesse del Paese, per evitare che l’avventura berlusconiana si compia al Quirinale. Non ultimo, cercare un leader che possa sfidare il Cavaliere e vincere, come avvenne con Prodi: e cercarlo in libertà, anche fuori dai percorsi obbligati di età, di appartenenza e di nomenklatura. Forse, anche a sinistra è arrivata l’ora di un Papa straniero”.

L’appello avrebbe suscitato polemiche, diffidenze, sospetti e malumori a non finire. Ma in verità di Papi stranieri, a quel tempo, la sinistra ne aveva già eletti, cercati e invocati parecchi. Per una ragione, per dir così, storico-strutturale: il fallimento dell’unificazione socialista, morta di fatto prima ancora di nascere, proprio quando la caduta del muro di Berlino avrebbe reso possibile l’uscita del Partito comunista dalla gabbia della conventio ad excludendum, vale a dire dall’impossibilità di andare al governo per manifesta incompatibilità con il sistema di alleanze politiche e militari del paese. Ma l’improvvisa apertura di quella possibilità arrivava al termine di uno scontro fratricida – reso anche psicologicamente insuperabile, probabilmente, dalla morte di Enrico Berlinguer, nella fase più aspra del conflitto – con il Psi di Bettino Craxi, che sarebbe stato altrimenti il candidato naturale, il Papa nazionale della sinistra riunificata.

“Eravamo come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, un canyon, e lì c’era Craxi con la sua proposta di ‘unità socialista’, in sostanza un progetto annessionistico”, dirà Massimo D’Alema, nel 1995, ai suoi biografi Giovanni Fasanella e Daniele Martini (“D’Alema”, Longanesi). “Come uscire da quel canyon? Questo era il nostro problema strategico: come trasformare il Pci senza cadere sotto l’egemonia craxiana, che avrebbe segnato la disfatta della sinistra?”. E ancora: “Craxi aveva un indubbio vantaggio su di noi: era il capo dei socialisti in un paese europeo occidentale. Quindi rappresentava lui la sinistra giusta per l’Italia, solo che poi aveva lo svantaggio di essere Craxi”.

Con il passare del tempo la tribù dei postcomunisti si farà meno schizzinosa, specialmente negli ultimi anni. Ma il problema del canyon rimarrà a lungo intatto. Come un’antica maledizione. E non varrà a spezzarla il tentativo di aggiramento con cui proprio D’Alema riuscirà infine a varcare la soglia di Palazzo Chigi, primo e tutt’ora unico ex comunista a riuscirci, nel 1998, al termine della crisi del primo governo Prodi, tra mille polemiche, accuse e sospetti. Dopo l’uscita di Rifondazione comunista dalla maggioranza e l’ingresso di una nuova formazione nata in parlamento (l’Udr), oggi diremmo di “responsabili”. In altre parole: senza passare dal voto. Perché alla presidenza del Consiglio, in seguito a una limpida vittoria elettorale, nessun ex comunista arriverà mai.

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