Il testamento di Giovanni Falcone. Negli ultimi discorsi il magistrato spiegava che il ruolo del pm era da cambiare.

Aprendo alla separazione delle carriere. L'ultimo, inquietante, biglietto. «Mi stanno delegittimando, mi stanno delegittimando», aveva confidato accorato al suo ospite

Maria Antonietta Calabrò 23.6.2021 huffpost.it lettura9’

Naturalmente, nessuno può usare ne strumentalizzare le parole di un uomo morto, tanto più se è stato ucciso e ucciso da Cosa Nostra scavando un cratere con una tonnellata di tritolo, perché il messaggio lo ascoltassero tutti (in Italia che doveva eleggere il nuovo presidente della Repubblica e all’estero) forte e chiaro. Parliamo di Giovanni Falcone.

Ma in qualche modo bisogna rimediare all’ imbarazzo palpabile tra quelli che pure lo considerano un eroe. L’imbarazzo per la sua scelta di trasferirsi a Roma. Al Ministero della Giustizia, con Claudio Martelli, di “servire” il potere politico, di ideare la “Superprocura”, di pensare un ruolo diverso per il pubblico ministero che gli facevano prendere in attenta considerazione le proposte del politologo della Lega, professor Gianfranco Miglio.

E’ altrettanto chiaro che dopo quasi trent’anni, non sapremo mai che cosa ne avrebbe pensato oggi Falcone. Ma è anche vero che i nodi problematici che Falcone affrontò negli ultimi mesi della situa vita ce li abbiamo davanti anche oggi che si ritorna a parlare di riforme della giustizia e di separazione delle carriere.

Qualche settimana prima della strage di Capaci avevo raccolto la testimonianza di un magistrato amico di Giovanni Falcone, che era andato a cena da lui, nel suo appartamento romano e lo aveva trovato molto più che amareggiato per le polemiche di chi non voleva la sua nomina a procuratore nazionale antimafia. Secondo i critici della sua designazione, Falcone “zar antimafia” sarebbe stato il primo passo verso I’assoggettamento del pubblico ministero al potere politico.

«Mi stanno delegittimando, mi stanno delegittimando», aveva confidato acco- rato al suo ospite. E aveva aggiunto: “E’ il primo passo. Cosa Nostra fa sempre cosi: prima insozza la vittima e poi la fa fuori. Questa volta mi ammazzano davvero”. Parole gravissime, cadute in un clima irreale, quasi di terrore ovatta- to, da me riportate il giorno dopo la strage di Capaci sul “Corriere della Sera”. Un clima difficilmente comprensibile per un non siciliano.

Falcone era abituato da anni a convivere con il rischio. Sapeva che le cosche gliela avevano giurata. Ma soprattutto conosceva a fondo la mentalità dei boss, i loro percorsi mentali e decisionali. Per questo sapeva che ordini di morte si sarebbero potuti inserire con facilità nel clima di sospetto e di isolamento che sempre di più si era addensato su di lui da quando si era trasferito a Roma. “Le abitudini peggiori”, aveva dichiarato Falcone subito dopo la fine del primo maxiprocesso, “sono il pettegolezzo da comare, le chiacchiere da corridoio (quando sarebbe preferibile un minimo di riserbo), una riserva mentale costan- te. In una parola: mancanza di serenità”. “Si sa, ma si dimentica troppo spesso”, aveva proseguito “che la mafia approfitta anche di questi meccanismi psicologici interni allo schieramento che invece dovrebbe combatterla. Nel film “Il Padrino” è illuminante a tale proposito lo scontro fra don Corleone e il figlio che lo contraddice in pubblico. “Se ti rivolti contro di me — reagisce il vecchio boss — i nostri nemici capiranno che siamo divisi e subito dopo verranno le sparatorie e gli agguati”. Falcone ricordava spesso cos ‘era accaduto poco prima dell’assassinio del procuratore della Repubblica Gaetano Costa. Per questo nei suoi ultimi giorni temeva molto per la sua vita.

“Ma perché i suoi colleghi ce I’hanno tanto con lei?”, gli avevo chiesto per strappargli un commento sulle ragioni della sua bocciatura alla guida della superprocura. «Perché sono un uomo libero, perché non ho padroni”, aveva risposto. “Il fatto è”, aveva aggiunto, “che non sono etichettabile. Una volta

passavo per amico dei comunisti. Ora dicono che sono diventato socialista. In realtà sono solo un magistrato, con delle idee sul mio lavoro”.

La Dna, la cosiddetta superprocura, che per lui voleva dire combattere la criminalità organizzata in modo do organizzato, era più che una sua invenzione, un suo pallino almeno dal 1989.

Sulle polemiche che lo avevano coinvolto in quanta artefice del maxiprocesso (che secondo molti era una mostruosità giuridica), prodromi di quelle più recenti sulla superprocura, Falcone era voluto tornare durante un dibattito che si era svolto in Sicilia, tre mesi prima della sua morte, il 18 febbraio 1992. Una tavola rotonda che mi era stata segnalata, insieme ad altri suoi due interventi pubblici — il cui contenuto ho potuto recuperare anche attraverso le registrazioni di Radio Radicale — proprio da Falcone, come materiale preparatorio per il capitolo che lo avrebbe dovuto riguardare nel mio libro sui magistrati in prima linea.

I tre testi sono stati pubblicati integralmente su la rivista Micromega nel primo anniversario della strage di Capaci (maggio 1993) e costituiscano, a mio giudizio, il testamento culturale e professionale di Falcone.

Però ancora oggi bisogna ricordare a tutti che mafia, antimafia, politica sono stati i punti fissi, battuti e ribattuti da Falcone prima di morire. Anche se non se ne parla molto, invece, in occasione degli anniversari della strage.

Quindici giorni prima di saltare in aria, l’ incontro dell ‘8 maggio con gli studenti dell’Istituto dei gesuiti San Luigi Gonzaga di Palermo (I’ultimo intervento pubblico di Falcone nel capoluogo siciliano), lo aveva voluto dedicare proprio ai rapporti tra pubblico ministero, magistratura ed organi governativi ed esecutivi.

Il 12 maggio ’92, Falcone aveva partecipato, infine, come relatore, a un convegno internazionale organizzata dal Research Institute for the Study of Conflict and Terrorism di Londra. In quell’occasione aveva svolto un intervento preoccupato nel quale delineava le nuove alleanze della mafia con le altre organizzazioni criminali internazionali. Un discorso che suonò come un campanello di allarme per la strategia planetaria di Cosa Nostra siciliana che si sta avvantaggiando enormemente del crollo dei paesi dell’Est eurapeo, dopo la Caduta del Muro di Berlino e delle nuove opportunità offerte da mercati economici e finanziari deboli e penetrabili, e dell’unificazione

europea.

Propria poco prima di iniziare l’ultima relazione della sua vita, Falcone aveva ricevuto quello che considero I’ “avvertimento” finale. Sulla sedia su cui si stava per mettere seduto, sotto la sua borsa, Falcone aveva trovato un biglietto firmato, ma da una firma sconosciuta. La mano di un nuovo Corvo, questa volta, aveva scritto che lo Stato era altrettanto responsabile di Cosa Nostra per l’allargarsi a macchia d’olio dell’uso della droga. Che I’eroina aveva fatto comodo al potere quando era servita per “controllare” le masse studentesche, negli anni della contestazione giovanile.

Un discorso molto “strano». Come a dire: “Stai attento perché tu lavori per uno Stato che e complice della Piovra e che, al momento giusto, potrebbe voltarti le spalle”.

Nel leggere il biglietto, Falcone era cambiato in volto. Era diventato teso, quasi spaventato. Si era alzato di scatto, arrabbiato per la facilità con cui si erano

potuti avvicinare a lui, ed era andato a telefonare. Mancavano solo undici giorni alla strage di Capaci.

Falcone sapeva - come disse all’ Istituto Gonzaga - che “parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile.

Ma a questo punto mi domando se I’emozionalità, la polemica, la conflittualità con il potere politico non possano essere, contrariamente a quello che normalmente si pensa, e comunque almeno in una quantità accettabile, qualcosa di vivo e di vitale per approfondire i problemi”.

Aggiunse : “Sono stato per un certo periodo di tempo particolarmente preoccupato per il fatto che questioni essenziali, fondamentali per la democrazia, come quelle di cui ci occupiamo, non fossero più all’attenzione né degli addetti ai lavori né della società civile e quelle rarissime volte che se ne parlava era un po’ come uno stanco rituale. Da qualche tempo a questa parte, invece, le cose sono cambiate. Si discute di questi problemi con una passione civile che, al di là e nonostante le strumentalizzazioni che se ne fanno, è qualcosa che veramente rincuora. Perché, ribadisco, su questi temi, che non debbono essere riservati ad un’élite di esperti , su questi temi si gioca l’avvenire della nostra giovane democrazia”.

Ma affermò Falcone: “E’ veramente singolare che al di là di certe affermazioni di principio, e contrapposizioni statiche, tuttora non si vada. Senza neppure avvicinarsi, a mio modo di vedere, a quelle che sono le vere questioni”.

“Ho portato con me alcuni articoli e alcuni brani di certi libri e vedrete che spesso capita che si confonda I’esistenza di un problema con chi lo denuncia. Anziché occuparsi di quel problema si demonizza chi pone la questione, chi cerca di attirare I’attenzione sul problema stesso. Dobbiamo invece fare una riflessione per quanto possibile serena. Per un certo tempo e stata pressoché costante la moda del linciaggio contro la politicizzazione dei giudici. Dico linciaggio perché se è giusta la denuncia della politicizzazione, almeno entro certi limiti, non è corretto l’uso strumentale che di queste, in qualche modo inevitabili, storture è stato fatto in questi ultimi tempi. Prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile. Adesso, con una velocità degna di miglior causa, siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudici. Dobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo quel solito ragionamento per slogan che non ci fa fare un solo passo avanti”.

Falcone prese spunto da un articolo pubblicato quel giorno dal Giornale di Montanelli, a firma di Salvatore Scarpino. I problemi analizzati da Scarpino — a suo dire — non hanno ancora possibilità di soluzione. Secondo lui tra il malaffare degli uomini dei partiti e i cittadini (su cui si scaricano i costi inconfessabili della corruzione) è rimasta solo la magistratura.

“Un simile punto di vista può apparire - disse Falcone - un passo avanti se si considera che solo fino a poco tempo fa ci si addebitava una cosiddetta supplenza nei confronti degli altri poteri dello Stato. Adesso invece si afferma che tutte le strutture burocratiche di controllo sono saltate o non sono risultate efficienti e di fronte al malaffare della politica e rimasto solo il filtro della magistratura. Oggi — dice Falcone citando Scarpino — da una parte c’è il politico (governante, legislatore, amministratore) e dall’altra c’è il giudice, il tutto in un clima di sospetti e di rancore. E così da un lato c’è una frazione della magistratura che si è messa a giocare alla politica avanzando pretese di impossibile supplenza nell’azione di governo; dall’altro lo scandalo delle tangenti serve sicuramente a rinfocolare le polemiche. Come conseguenza (secondo questo autore) i veri problemi non vengono affrontati, e quindi i problemi di legittima efficienza e di coordinamento nell’organizzazione del lavoro giudiziario non vengono risolti, mentre per contro molti politici vorrebbero irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare gli assessori sgraffignoni”.

I magistrati - affermò Falcone - “addebitano al potere politico di voler soffocare la loro autonomia e la loro indipendenza per ottenere una sostanziale immunità. Dall’altra i politici addebitano alla magistratura lo straripamento dai propri compiti per ergersi in una sorta di contropotere non legittimato da alcuna istanza popolare”.

Le tesi di Miglio

“II problema diventa sempre più pressante - continuò Falcone - perché vi sono diversi orientamenti, diversi settori d’opinione, per ora minoritari, ma sempre più ascoltati, che propugnano una nuova concezione dei rapporti tra le diverse funzioni dello Stato che porterebbe, se realizzata, ad un loro reciproco gioco, ad un loro reciproco aggiustamento, molto differente rispetto a quello attuale. Mi riferisco in particolare all’opinione della Lega, e a quanto ha scritto il suo ideologo, il professor Miglio, che in un recentissimo libro, “Come cambiare. Le mie riforme”, si occupa anche dei problemi della magistratura. Mi sembra importante parlarne, perché si tratta di affermazioni che anche per I’autorevolezza di chi le propugna meritano di essere attentamente meditate”.

“Cosa dice Miglio? - si chiede Falcone. L’ltalia si trova in una situazione paradossale, avrebbe bisogno di una legione di magistrati efficientissimi come automi spietati e invece si trova davanti ad un’armata Brancaleone di persone per lo più politicizzate e compromesse con i partiti. Miglio parla soprattutto di due problemi che dovrebbero essere affrontati e in cui — secondo lui — e radicato l’ubi consistam dei motivi della scarsa efficienza della magistratura e soprattutto dell’attrito tra le diverse funzioni dello Stato.

Mi ricordo (sono problemi che riguardano la mia persona, ma li richiamo soltanto perché possono essere utili per spiegare il concetto) che venni ‘accusato’ di voler il pm dipendente dall’esecutivo quando in un convegno dissi che occuparsi dell’obbligatorieta dell’azione penale e si un fatto importante, ma non e essenziale”.

Perché? “Perché I’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale ha una valenza differente a seconda del tipo di processo penale in cui ci si muove. Per uscire dal vago. Nel nostro codice attuale di tipo tendenzialmente accusatorio I’azione penale viene esercitata soltanto quando viene formulata I’imputazione e si chiede il rinvio a giudizio dell’indagato che a quel punto diviene imputato, oppure quando si esercitano i riti alternativi. Ciò significa soltanto una cosa (su cui pochi riflettono o fanno finta di non pensarci), significa che tutta I’attività delle indagini preliminari, tutta I’attività svolta dal pubblico ministero, è un’attività che non sta sotto I’egida dell’obbligatorietà dell’azione penale”.

Come si vede un punto fortemente innovativo

“In proposito - concluse Falcone - un illustre autore ha richiamato I’articolo 97 della Costituzione: quindi, I’attività delle indagini preliminari potrebbe essere considerata un’attività amministrativa, di conseguenza disciplinata dalla nor ma che regola il buon andamento della pubblica amministrazione. Ecco perché a me sembra che fosse necessario il richiamo di quelle pagine del professor Miglio. Per renderci conto che ormai non c’è più tempo, se mai ve n’è stato, per astratte affermazioni di principio: occorre far in modo che queste soluzioni riguardanti il pm e soprattutto I’indipendenza della magistratura rispondano alle reali esigenze della società e quindi vengano riconosciute come valori da custodire e rafforzare da parte di tutta la società e non già come un privilegio, che come tale e sempre odioso”.

Ecco cosa disse Falcone prima di morire. Sono passati quasi trent’anni, e sembra ora.

Commenti   

#1 walter 2021-05-23 09:54
“LE LITI MINANO IL PRESTIGIO DELLA MAGISTRATURA” – SERGIO MATTARELLA STRIGLIA LE TOGHE DURANTE LA CERIMONIA PER IL 29ESIMO ANNIVERSARIO DELLA STRAGE DI CAPACI: “LA CREDIBILITÀ DELLA MAGISTRATURA E LA CAPACITA DI RISCUOTERE FIDUCIA È IMPRENSCINDIBILE PER LO SVOLGIMENTO DELLA VITA DELLA REPUBBLICA: GLI STRUMENTI NON MANCANO” – “LA MAFIA, PUÒ ESSERE DEFINITIVAMENTE SCONFITTA, REALIZZANDO COSÌ LA LUCIDA PROFEZIA DI GIOVANNI FALCONE. O SI STA CONTRO O SI È COMPLICI, NON CI SONO ALTERNATIVE” – VIDEO Da www.corriere.it

Solo gli utenti registrati possono commentare gli articoli

Per accedere all'area riservata